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Senza tempo, per sempre

Preziose, sempre più preziose le antologie curate da Eugenio Rebecchi per Blu di Prussia. Un poker alla volta scelto con cura, valutato e poi offerto con la convinzione che la poesia vada presa in dosi omeopatiche e comunque senza eccessi. Insomma, anche questa volta i testi offerti sono di ottimo livello, tutti, da quelli ormai collaudati di Maria Luisa Spaziani a quelli di Silvio Raffo, di Cristina Sparagana e a quelli di Nevio Nigro.

Questa volta credo che, non so quanto consapevolmente, nel volume compaiano testi che hanno, tutti, una loro tenuta lirica molto densa e forte, stavo per dire una loro omogeneità. Non perché i quattro autori siano identici linguisticamente e tematicamente, ma perché sono identici nell’assunto, nella tensione lirica che li contraddistingue.

Non faccio mistero nel dire che sento i quattro poeti come fratelli di sangue, ma mi soffermerò soprattutto su Nevio Nigro, forse perché è quello che ha avuto meno di tanti altri nel corso degli anni e ciò dovuto probabilmente a un pregiudizio radicato negli ambienti letterari: “non è un addetto ai lavori”.Ma davvero in poesia bisogna essere un addetto ai lavori? Davvero bisogna essere letterato e basta per realizzare opere che sappiano entrare nell’immaginario e scuotere le fondamenta del cuore del lettore?

Ho i miei dubbi, anche perché spesso le grandi e belle sorprese sono venute proprio da “incursioni” improvvise e magari da tanti medici che più di altri conoscono la sofferenza, il dolore, la vita quotidiana nelle sue sfumature, nelle sue accensioni e nelle sue morti. Basterebbe fare i nomi di Celine, di Travaini, di Carlo Levi, di Nelo Risi… la lista sarebbe lunghissima.

Nevio Nigro è aperto e disarmato, non esita a dire: ”Ho bisogno di sogni / non vivo senza”, e i suoi versi sono la testimonianza di questa affermazione, sono il risultato di un percorso che nasce da “piccoli abbagli quotidiani” per giungere a esiti dolcissimi e compatti che hanno il fulgore e la serenità dei classici, tanto per intenderci, dei lirici greci.

A Nevio non preme scardinare sintassi e grammatica,egli annota le sensazioni e le emozioni e le “disegna” con tocchi magici, con rinnovata frenesia lirica.

Nella nota introduttiva Giorgio Barberi Squarotti sottolinea l’insicurezza di Nevio riguardo al destino della sua produzione e poi però afferma che si tratta di un poeta che rimarrà, facendo l’esempio di Guido Guinizzelli cui Barberi lo paragona,perché ha creato la “nuova poesia”. Sono completamente d’accordo, la poesia di Nevio rimarrà perché è sostanziata d’amore per la vita, d’amore per le cose semplici ed è profondamente umana. In lui i sentimenti sono forti e mai superficiali e trovano la parola giusta ogni volta, perché non devono nascondere nulla e non devono svelare nulla, ma soltanto annotare gli scatti di piacere, di dolore, di gioia, di mistero, di gaudio, di sconforto, di esaltazione che via via scorrono attraverso le sue vene.

Una poesia così a una prima lettura può parere carezzevole e delicata, ma se si legge e si rilegge ci si accorge che si tratta invece di annotazioni non labili, ma di momenti che riescono a fermare il senso del fluire del tempo, a fermare la voragine incessante e galoppante delle perdite o, come piace dire a me, delle dissolvenze.

Nevio Nigro è poeta del cuore che sa condensare le accensioni dei sentimenti senza sbavature e senza sfilacciamenti: il suo tono è fermo, il suo timbro è chiaro, la sua voce è messaggio di pace, di dolcezza, di spiritualità che va vissuta fuori da qualsiasi catechismo. Si tratta, insomma, di poesia pura e autentica, che forse non cambierà il mondo (nessuna poesia l’ha mai cambiato, tanto è vero che Elias Canetti disse nel 1939 che se la poesia valeva qualcosa doveva essere in grado di fermare la guerra che si approssimava), ma che resterà.E resterà a testimoniare un perenne sentimento dell’amore. Non è davvero poca cosa.

 

Recensione
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