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E’ una raccolta di venti componimenti lirici medio lunghi, espressi in uno stile esperto ed accurato che, pur rimanendo al di fuori degli stessi riferimenti formali e tecnici espressi nel titolo, determinano nel corso della versificazione rimandi sonori e fonici capaci di imporsi per fluidità e gradevolezza, in una libertà di rappresentazione che sa farsi canto suggestivo e accattivante.

Ditirambi, lai e zagialesche, composizioni corali arcaiche, risultanza di armonica fusione di poesia, musica e danza molto in uso nell’antica Grecia e nel Medioevo per celebrare manifestazioni religiose e vittorie o accompagnare cortei in forma di grande esaltazione collettiva.

Molti poeti e letterati, nel corso dei secoli, hanno attinto e utilizzato forme metriche e strofiche legate a tali modelli (Nietzsche utilizzò il ditirambo come strumento di versificazione in molte poesie e per esprimere la sua filosofia nell’opera maggiore. Così parlò Zarathustra).

Filippo Giordano le richiama nella titolazione del testo ma se ne discosta, forse incalzato dalla forza d’onda della sua creatività e delle sue emozioni che hanno scaturigini in una interiorità attenta alla vita in ogni manifestazione. In un mondo dove spesso la poesia si fa strumento mediocre per apparire, involucro del nulla, (o neanche) senza luce, sapore, profumo di pensiero che s’imponga, egli ne recupera il senso vero in un concetto esperienziale che non si attua nell’estetica, nell’esigenza snobistica di essere poeta a tutti i costi o in forma asettica, affannosamente cercata e “ricercata”, ma si trova nell’azione e si fa voce di eventi esistenziali, nella tensione di dire per far conoscere perché si mediti in vista di positivi cambiamenti. Egli penetra la realtà, ne assorbe le essenze, come ape che bottina nettare dai fiori, lo rielabora, scomponendolo nelle sue parti, nei meandri segreti di un’anima vigile e attenta a non lasciarsi sfuggire il minimo particolare e la riporta in superficie, sublimata, in messaggi chiari, fruibili di una religiosità laica che non predica, non grida, ma dice e interroga Dio. Ma lo fa sommessamente, senza irriverenze, con uno sguardo rivolto al passato che ritorna “come onda che si frange sullo scoglio”, ma non diventa immotismo sterile che ferma e impaluda la vita in vuoti sentimentalismi e rimpianti, perché la sua mente, mentre accarezza il presente con un misto di malinconia e “qualche spina d’ironia” per il male del vivere, forse per esorcizzarli, si proietta nel futuro di una speranza non proclamata, quasi nascosta ma presente di bene.

Il giorno della festa del Patrono, per il figlio, diventa un’occasione per divertirsi, “per saziarsi fino all’orlo” nel “debito conto” che | il brivido sottile delle spine | è | a margine del profumo della rosa | e “che inciampare dentro il fluttuante fiume | di umane acque lungo la discesa | dietro la statua del Santo, sulla scia degli avi, può indurre il Santo Protettore a fornire i giovani di ali per volare, rimanendo tra le vie del proprio paese, affrancati dalla piaga dell’emigrazione che ha indotto i padri a partire e a vivere in “lazzaretti di quartiere” in luoghi lontani e in condizioni coatte e alienanti. L’emigrazione, dunque, “un oleandro luminoso dalle foglie belle ma tossiche” come vera piaga sociale che deborda in ogni parte del mondo, una tematica che sta molto a cuore dell’autore e, contro la quale, egli non ha alchimie se non la sua struggente partecipazione che si fa protesta e dolore come nel canto: “Mare nostrum”, un omaggio a Maria Messina, scrittrice palermitana di notevole limpidezza narrativa, anch’essa costretta ad emigrare per sfuggire ad un destino di stenti e di mediocrità ed esercitare la propria libertà interiore, divenendo voce di tanti che, insieme a “paesani nostri”, come nota Giordano, in un ulissiaco viaggio senza ritorno, hanno soltanto l’Atlantico, sgomenti, per inseguire il sogno di una vita più agiata col “soldo guadagnato”; un viaggio che si ripete, talora in forme mostruose, per migliaia di disperati che | sui barconi alla deriva | buttano i figli morti al “Mare Nostrum” nei nostri giorni disumanizzati, dominati dal bestiale, insensata egolatria. Ma Filippo Giordano ha in sé la filosofia del buon vivere che s’impernia nel movimento dell’uomo interiore che dimostra nelle sue opere di non impoverirsi  mai nel ruolo di turista che fotografa la realtà e colleziona inutili foto per il piacere angusto di collezionarle. Egli si fa costantemente attore che pensa e agisce in una tensione verso l’alto, verso il più nobile, il migliore rispetto al mediocre e al più basso, avendo un’alleata che mai tradisce e delude: la Poesia: | soave luce | che fluttua lieve sopra le parole | la lucciola adagiata sulle secca | erba del prato nella oscura sera.

Ma soprattutto ha l’amore per la sua gente con cui si ritrova in un rapporto famigliare allargato che l’appaga e lo completa me che pure lo pone in una condizione di sofferenza, nel pensiero di chi è andato lontano e, solo di rado o per caso, ritorna al “luogo-tempio”, per goderne profumi e Natura, assalito al primo arrivo del vento caldo dei ricordi, sopiti ma vivi di primi amori, di goliardia, di lotte, “indottrinati”, per imporre ideali nuovi in giorni di giovinezza lontani, di sacrifici, di proteste, che hanno condotto “in sella ad un cavallo” si, ma bisogna faticare per restare in sella. Ma  “i figli, i figli nostri a terra, | forse oggi non li comprendiamo”. Versi che marcano l’insicurezza,  la perdita a-priori nei nostri giovani di speranza in un futuro sereno che li accolga e li inserisca in una vita di sicuro, onesto lavoro. Anche se, tra verso e verso spesso s’affaccia una visione pessimistica della vita, Giordano la scherma e la ricompone in una forma di giovialità e d’ironia che attinge alle sorgenti di valori ancestrali, all’humus di una cultura millenaria che si è fatta storia, all’amore per la sua terra e per le semplici gioie quotidiane, alla Natura, bella di frutti, d’erbe, di opulente rose canine, dell’albicocca di Tatà, di animali; della luna che, improvvisa, appare come innamorata semivestita che impudicamente lo guarda negli occhi e, intrigante, gli sussurra: “Sono tutta qui per te,  sono tutta tua” Il tempo per un’emozione, un attimo, e  | con ritrosia s’alzò nel cielo per illuminare tutti.

Come la bellezza che appare dal buio della psiche come un folletto e, come un folletto scompare nel fluire rapido e inclemente del tempo. Versi intensi e leggiadri, magia della poesia e dell’arte di chi ha ideato la copertina del libro!

Le poesie di Filippo Giordano si leggono d’un fiato, si lasciano e si riprendono per scoprirle e assaporarle al meglio nella loro armonia di stile, di forma e di significazione e ricavarne un ritratto d’anima e di poeta che s’impone e rimane.

Recensione
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