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Vincenzo Bellini, alto biondo, con gli occhi azzurri, gentile nella figura e dai modi accattivanti, idolo delle donne del suo tempo e delle folle ancora oggi, personaggio il cui fascino resiste all’usura del tempo per la sua bellezza delicata, il dramma della sua morte immatura, quando aveva raggiunto l’acme del successo, il pathos intriso di melanconico romanticismo pur nel respiro di composto classicismo della sua musica in cui confluiscono tutti i sentimenti, gli stati d’animo, le illusioni e le disillusioni, tutti i moti di un’anima continuamente in balia di emozioni contrastanti che lo lasciavano spesso insicuro di fronte alle scelte, insoddisfatto dei risultati raggiunti, fragile anche nel successo più strepitoso, quasi perdente e perciò in continua tensione per essere al massimo, anche a costo di sacrificare i sentimenti più naturali ed umani, quale l’amore e talvolta anche l’amicizia se si faceva opprimente.

Il libro di Giovanni Tavčar sul Cigno etneo, come Bellini fu soprannominato per la sua raffinatezza in campo artistico, non mira a compilare una sterile biografia ma, mediante indagine accurata ed incisiva nel mondo dell’artista e di tutta una letteratura che ruota intorno a lui, si prefigge di rappresentare il ritratto di un artista superdotato in campo musicale che, però, non sempre rivela un’indole pienamente apprezzabile in certi aspetti della sua vita di uomo. Con un linguaggio chiaro, improntato a grande sincerità e mai irriverente, coraggiosamente e talora anche in maniera inclemente, lo scrittore cerca di ridimensionare una visione a volte troppo romanzata della vita di Bellini, sforzandosi di mettere nella giusta luce, eventi, situazioni, personaggi che sono entrati molto intimamente nel suo percorso esistenziale ed artistico, nella convinzione che la realtà, anche se cruda, può diventare più affascinante e coinvolgente di “abbellimenti e di travisamenti” tesi ad occultare la veridicità di fatti per ragioni che talora, invece di potenziare e innalzare le personalità in esame, le “disumanizzano” relegandole in una sfera virtuale che li allontana dall’esistente per farne creature mitiche in campo artistico, ma freddi ed inaccessibili sul piano umano.

L’aspetto che più colpisce nel leggere il libro di Tavčar è il suo stile immediato e affabulante, senza nessuna reticenza nel dire, anche quando una constatazione o una verità acclarata potrebbe far male a chi non la condivide per una forma di idealizzazione del personaggio. Lo stile in cui viene condotta la narrazione è immediato e fruibile, capace di smuovere l’interesse del lettore e di accompagnarlo in un simpatetico avvicinamento ai protagonisti con una scrupolosa e attendibile indagine filologica. Si viene a rappresentare, ad un’attenta lettura, un atteggiamento di empatico coinvolgimento che racconta ma non giudica, vuole apparire distaccato, ma si lascia coinvolgere, si indigna ma comprende ed accoglie figure e drammi ad essi collegati con serietà e senso dell’umano.

Lo scrittore ricompone con la sua opera un mosaico di vita in continua ascesa verso un successo insperato, ponendo però l’accento sull’avventura umana più che artistica del grande musicista catanese, uno dei primi compositori romantici d’Italia, forse il più amato, votato sin dall’inizio ad arrivare in alto, molto in alto per la personale tendenza a rappresentare valori poetici in composte armonie ricche di pathos per l’importanza e l’influenza che in lui assumono passioni, sentimenti, emozioni, confluenti come fiume in piena nella sua anima, portata per natura all’esaltazione.

E lo fa senza mediazioni, senza sconti, proponendo ai lettori aspetti umani del grande musicista che spesso non depongono a suo favore, in un atteggiamento di trasparenza tesa a mettere in luce la sua effettiva realtà umana e artistica. Si viene a compiere così una ricostruzione accurata degli eventi che hanno contrassegnato il breve ciclo esistenziale del musicista etneo evidenziando in modo giusto slanci vitali, egoismi, orgoglio talora smodato, voglia struggente di essere amato, compreso, coccolato; di essere sempre al centro di sentimenti di totale donazione e ammirazione da parte di donne, amici, ammiratori, senza un ritorno all’altra parte, in un atteggiamento egoliatrico che si può accogliere solo in considerazione di radici che veicolano un’infanzia e adolescenza vissuta nella ristrettezza e nella rinunzia.

La narrazione copre uno spazio di tempo che va dal giugno del 1819, quando l’appena diciottenne Bellini, per il suo spiccato talento musicale riceve dal decurionato catanese un premio in denaro che gli permette di mantenersi agli studi per quattro anni a Napoli, presso il Real Collegio di musica di S. Sebastiano. La Napoli dell’inizio ottocento accoglie con entusiasmo i suoi primi successi e fa da sfondo ad una struggente storia d’amore che lo vede protagonista insieme a Maddalena Fumaroli, una colta e avvenente fanciulla dell’alta borghesia napoletana. Si amano a prima vista, malgrado il padre di lei si opponga alla loro storia, colmi di impulsività e di voglia di vivere, nutriti di sogni e di belle speranze come lo sono i giovani che non conoscono ancora quanto la vita può essere ingrata.

Bellini, dopo il primo momento di grande infatuazione, comincia ad essere combattuto tra l’amore per la musica e il sentimento possente per la bella Maddalena, appassionata e generosa; ma come schiacciato dal peso di un legame troppo forte che presume l’assunzione di determinate responsabilità, si allontana per seguire la sua Musa.

Inconsapevole del dolore che lascia dietro di sé, egli si abbandona ad una nuova travolgente passione per Giuditta Cantù, moglie infelice e trascurata di un latifondista che lo ospita nella sua casa di campagna. Anche questa volta Bellini si innamora della donna perdutamente, con trasporto e temerarietà. Ma, quando il marito scopre l’oltraggio che gli è stato propinato come tossico, giorno dopo giorno nella sua stessa casa, scaccia la moglie lasciandola in miseria. Il focoso musicista allora si rende conto delle conseguenze dello scandalo nel mondo della musica e, spaventato delle conseguenze che un evento così increscioso può avere sull’opinione pubblica, abbandona la donna alla vergogna e alla solitudine anche se, come per Maddalena, ogni tanto proverà qualche rimorso misto a rimpianto.

Dalla lettura del libro di Tavčar si ricava il ritratto di un uomo dal quale non evince mai cinismo o negazione dei sentimenti, ma piuttosto un atteggiamento di immaturità che ha una componente ingenua, quasi di inconsapevolezza delle conseguenze di certe sue scelte. Egli ha bisogno di amore, di tenerezza e dedizione ma non riesce ad amare, un vero limite, come se questo sentimento così naturale per tanti fosse per lui un’occasione da prendere su piani sbalzati nel senso del ricevere e non del dare, occasione per porsi al di sopra della banalità quotidiana, in una dimensione di privilegio riservata a spiriti eletti, a coloro che hanno una sola vera passione nella vita: l’Arte nella sua accezione più alta.

Maddalena e Giuditta allora diventano le vittime che si sacrificano alla grande arte del Bellini; ma, ad un’attenta riflessione, rappresentano anche, nel modo di essersi poste nella sua breve ma intensa vita, una condizione imprescindibile che va a influenzare e potenziare l’espressività del musicista. Le eroine delle sue opere non avrebbero forse quella capacità emozionale, che spesso fa piangere le folle, se non fossero passate per il filtro di due donne, capaci di totale devozione, che tutto gli hanno sacrificato.

Nessuna esperienza va perduta infatti nella vita di un artista, qualunque sia il modo in cui egli la elabora. Le opere di Bellini non ci avrebbero dato quelle emozioni che a piene mani continuano a donarci ogni volta che le ascoltiamo, come fosse sempre la prima volta, se non fossero passate per il filtro delle emozioni che queste due creature hanno dato all’uomo musicista. In ogni protagonista egli ha inconsciamente acceso una scintilla della loro vitalità, donando anche a loro un riverbero di luce della sua immortalità. Tutto questo sembra suggerirci con discrezione lo scrittore Giovanni Tavčar affidandoci la sua opera.

Recensione
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