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Il volume si articola in quattro capitoli: «la peste nei Promessi Sposi», «La peste nella Colonna infame», «La carestia», «L’eros nei Promessi Sposi». Nel primo capitolo l’autore mostra il ruolo fondamentale del lazzaretto come luogo emblematico di due concezioni antitetiche, che nel romanzo si contrappongono entro il tessuto della narrazione: il tornaconto personale come fine della vita, anche mediante la distruzione degli altri, mediante la rapina dei beni e lo sfruttamento delle doti altrui; di contro, la vita intesa come servizio, magari anche mediante la propria morte. L’analisi è assegnata al «solenne ragionamento» di padre Felice Casati ai convalescenti: il critico lo scandaglia con spirito teologico, pur sempre attentissimo al testo e, tra qualche puntigliosa contestazione interpretativa, grado per grado precisa i livelli della disponibilità cristiana. Il conflitto tra la prepotenza presuntuosa e la libertà dall’egoismo è visto sottilmente nel sogno di don Rodrigo appestato: con strumenti concettuali psicologici, il critico conclude che, diversamente dalla prima stesura del romanzo, in quella definitiva la figura onirica di padre Cristoforo costituisce un’immagine di salvezza offerta, non più di condanna pronunciata.

La medesima contrapposizione tra l’amor di Dio e l’amore di sé si snoda narrativamente, afferma il di Ciaccia, nel caso della carestia: occasione di sospiri per i politici, momento di generosità suppletiva da parte dei frati. Nell’elemosina cappuccina il romanziere vedrebbe non certo la soluzione politica dell’economia – che nel Manzoni restò liberista e borghese – ma il segno profetico di un atteggiamento che, posto alla base della via che l’umanità percorre faticosamente, dovrebbe saper risolvere evangelicamente i problemi reali. Insomma, è sempre questione di scelta: parlare, tanto per parlare e per ingannare, e parlare per creare, servire l’uomo, elevare l’umanità.

Nella Storia della colonna infame il Manzoni avrebbe toccato la faccia buia della vita pubblica, quando la norma giuridica diventa alleata di interessi politici. Di Ciaccia, all’interno di un discorso sul genere letterario polivalente del romanzo-saggio manzoniano, si schiera dalla parte della tesi – che è della Colonna infame – secondo cui la condanna penale degli untori fu pilotata dal bisogno del potere politico di scaricare la colpa su qualcuno; ed era poi facile che fosse qualche pregiudicato per altri reati. Si sa che oggi, più che mai, l’obiettività storiografica del Manzoni circa il processo agli untori è oggetto di dispute tra gli studiosi: ma vale sempre la precisazione che egli impegnò tutto se stesso, con forte senso morale, per sollecitare tanto la correttezza processuale quanto l’onestà di intenzioni, che devono essere obiettivamente giuste.

Si può definire rifondativo il saggio sull’amore. Esso ripropone interpretazioni già note nel panorama critico. D’altra parte, il di Ciaccia disegna una trama ampia, puntando l’attenzione innanzitutto sui precedenti biografici. Senza scivolare nel biografismo, studia l’eros del Manzoni giovane nelle sue prime prove poetiche e nei suoi risvolti psicologici, che svelano una contiguità tra i vari momenti della sua vita. Le acute analisi dell’autore mostrano in questo campo una delicatezza che sta ad eguale distanza tra lo studioso di teologia morale, il critico severo e il poeta dell’interiorità. In primo luogo, tuttavia, il volume si qualifica per l’imponente mole di bibliografia consultata e valutata.
Recensione
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