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Pomeriggi perduti

Mai titolo potrebbe parere più incline ad una poesia di sentimento come Pomeriggi Perduti di Michele Nigro, ma fin dalle prime pagine l’autore ci conduce ad una lirica fortemente introspettiva la cui progettualità è introdotta da alcuni versi di Whitman indicativi per l’approccio ai temi centrali della raccolta.

Quella di Nigro è una scrittura che affascina anche per l’ironia con cui si guarda intorno e con cui affronta i temi esistenziali instaurando un forte legame tra la presa di coscienza della negatività e la fiducia nella poesia.

Si aggiungono nel corso della lettura poetica limpide immagini: “una preghiera involontaria/ diventa strada tra pietre/ antiche”, c’è l’amore che è stato e che riverbera con i richiami agli sguardi e ai ricordi, senza toni elegiaci, ma con ferma consapevolezza dei mutamenti che il tempo prepara.

Ci sono delle straordinarie fotografie liriche dove i minareti sono illuminati come razzi / a Cape Canaveral

I toni sono contenuti, ma alti: si maledice l’estate perché è stata quella dell’assenza. Per questo è necessario arricchirsi con tutto ciò che è vita come colori e vento, strade deserte mentre risuona la voce di una lei assente: … faccio scorta / di immagini e di vento / di stelle sorgenti / di colori e di ronzii / nel silenzio dell’angolo, …

La raccolta va oltre, spazia e cita nei versi le affinità con gli autori amati, rievoca i luoghi di viaggi e di vita come nell’intensa lirica Caffè Albania. Versi che più si leggono e più colpiscono, allacciano il cuore a percorsi sconosciuti, raccontati con una lingua curata, ma mai artificiosa.

Percorrenze, immagini, amori, consapevolezze: al grande trambusto estivo che distorna talvolta i pensieri del poeta si sostituisce il desiderio del gelo che tutto acquieta / che zittisce /… / i dolori infreddoliti del mondo.

La ricerca di Michele è ancorata anche ad uno sguardo pensoso sul dopo e i suoi versi riecheggiano nelle orecchie del lettore:

Esisteranno, un giorno che non chiameremo
più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)
in cui diluire la vita incompresa, la non riuscita
e quella non digerita, in cui disperdere
le questioni di principio e gli affanni
i quotidiani attriti dell’inutile fare […]

Si coglie poi un netto realismo nel delineare le manie del quotidiano, l’umanità che tutto conserva: Perché anche il dolore / esige una documentata precisione / resistente al tempo / e all’umana indecisione.

Recensione
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