Servizi
Contatti

Eventi


Bianco o rosso, è lo stesso

C’è chi crede che la vera poesia non possa essere mai ironica, liquidando così buona parte della migliore letteratura di sempre. L’ultima raccolta poetica di Gianluca Di Stefano dà il suo piccolo contributo alla tesi opposta, ammesso che se ne possa formulare una. Con Bianco o rosso, è lo stesso (Fermenti, 2016), Di Stefano ha scelto una via apparentemente prevedibile, quella dello “sliricamento”, la tendenza, anzi l’inclinazione, della poesia contemporanea a rifiutare i toni dell’elegia pura. Un anti-lirismo armato di disincanto verso la vita e le sue trappole non tanto ben nascoste. In questo niente di nuovo, si potrebbe dire. La singolarità del libro però è indiscutibile, e non è nello sguardo scettico di chi accetta le regole, arrendendosi al nulla quotidiano fatto di sì detti controvoglia: al lavoro che ci butta giù dal letto la mattina, alla carta dei doveri, all’onnipotenza della carta di credito. La sua vitalità è nel procedere come un pamphlet in versi, per antifrasi. Ironicamente, appunto. L’autore ci presenta l’esistenza così com’è, senza abbellimenti retorici: se c’è un Eden, noi ne siamo esclusi; se c’è la vita piena, noi non riusciamo ad afferrarla:

Vita.
Io ti inseguo e tu fuggi
Io ti ignoro e tu mi suggi
Io ti parlo e tu taci
Io ti eludo e tu mi baci…
Il poeta è consapevole del fatto che
in questo trepido Azzardo
Non esistono metriche
ma solo Macerie geometriche…

E serve a poco vivere al cinque per cento; ma strizzando dalla prosa dei giorni il succo della poesia, la nostra dimenticabile presenza diventa un archetipo rovesciato, un’immagine in negativo di ciò che la vita potrebbe e dovrebbe essere, in un universo regolato dalle leggi della bellezza. Ecco perché il dono di dare voce ai pensieri / e trarne poesia non può essere solo una consolazione, paragonabile al rifugio in una sbronza, da soli o con un amico, per affrontare le donne ed amare la vita. Per darsi il coraggio che non si ha, è sufficiente “aggrapparsi alla grappa”, e qui riprendo di sbieco un calembour dell’autore. La poesia non è un riparo dal mondo, e Di Stefano lo sa: scrivere versi è il modo più preciso di mettere a fuoco la storia, micro o macro che sia, facendo brillare nel canto le sue traiettorie sghembe. Non un resoconto, ma il segnale luminoso dell’orizzonte, che ognuno cerca a modo suo. Il canto per Gianluca è soprattutto un contro-canto; cioè l’affermazione di un punto di vista in contrasto con la realtà apparente. La storia un poeta ha il diritto di riscriverla anche con i se, costruendo teorie improbabili e immaginando universi paralleli che scimmiottano il nostro e lo contraddicono. Lo sogniamo tutti, un luogo in cui la felicità non sia uno stato interiore, ma un dato di fatto, e a ogni intenzione corrispondano gesti perfetti. E ai pensieri più limpidi, le parole della poesia, le sole che possano tradurre il canto delle stelle… È proprio con una sfilza di se che Di Stefano avvalora la sua idea del poeta come costruttore di ipotesi non verificabili:

E se Godot fosse arrivato?
E se Bukowski fosse stato astemio?
E se Gargantua di fosse messo a dieta?

Il titolo della poesia (E se… pag. 58) è ripreso nelle anafore iniziali, in una iterazione dei termini che nel libro ricorre come uno schema espressivo:

Sono la cicca di sigaretta
schiacciata sotto il tacco…
Sono la nota fischiettata
di un motivo anonimo
Sono un sinonimo
Sono il cristallo di ghiaccio
che si scioglie come ombra nel crepaccio…
(Da Sono, pag. 63).

Quasi tutti i testi sono preceduti da una citazione in esergo, di cui costituiscono lo sviluppo logico nell’ottica del poeta, con un procedimento assimilabile a quello di un saggio a tesi: nella poesia Lei c’è sempre (pag. 34), “lei” non è una donna, ma la televisione, intesa come oggetto eterno che incombe e ci scruta in ogni momento dell’esistenza. In questo caso l’epigrafe è un frammento di Simone De Beauvoir, che anticipa la riflessione sugli oggetti che possiedono chi li possiede, come esseri dotati di una loro psicologia. Una delle liriche conclusive (bUrlone pag. 75) fa l’occhiolino, camuffandone il titolo in un gioco di parole, all’Howl di Ginsberg, e lo paròdia in una sequenza che dell’incipit originale mantiene la successione incalzante delle immagini, con un effetto di sorriso beffardo per la degradazione del concetto di rovina personale, qui una borghesissima discesa nel piccolo inferno delle sconfitte quotidiane, tra matrimoni falliti e rincoglionimenti da overdosi televisive, che fanno le veci degli acidi lisergici. Il divertimento parodistico, come capovolgimento di un modello “alto”, è evidente anche in Sveglia (pag. 62), che ribalta la Veglia ungarettiana, spostando il dramma di un uomo dal campo di battaglia al luogo di lavoro:

Un’intera giornata
passata accanto
ad un imprenditore
vorace
con la sua bocca
spalancata
volta al banco di pesci

L’unica salvezza possibile per chi si sta abituando al peggio, è nel guardare il mondo con occhi in cui, attraverso le lacrime

lampeggia
l’ardita risolutezza del mortale che sfida gli dèi
.
Altrimenti, non resta che riconoscere la sconfitta e accontentarsi di poco:
Di una bella donna, di un buon vino
e di un buon libro di belle poesie.

Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza