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Del perché della poesia, nel presente di ogni giorno

Ma io, come voi, come tutti, sono
debole e impotente, […]

Aleksandr Blok, La nemesi

Anni fa lessi una poesia i cui primi versi erano questi: “Si viene da un viaggio, | vecchi e prima di nascere, | senza capelli né vestiti”. Spesso ho ripensato (mi capita ancora oggi, in verità) all’”attacco” di quella lirica. Non so dire se quei versi siano particolarmente “alti”, né – tanto meno – se la scoperta del desiderio di sperare nell’esistenza di una vita prima della vita (che forse vale quanto la speranza di una vita dopo la morte) sia illuminata dalla fulgida luce dell’originalità. Soltanto, ritengo utile rivelare che il mio frequente ritorno a quelle parole incontrate su di una pagina chissà quando, avveniva ed avviene ancora nella mia mente vivendo come la sensazione di assistere alla caduta innaturale di un oggetto, all’imperfetto precipitare di una qualche entità. Un’entità che nella fattispecie è un pensiero. Un pensiero che cade diritto senza mai toccare il suolo; che crolla rimanendo infine sospeso.

Oggi penso (probabilmente m’illudo) che l’immagine dell’oggetto-entità-pensiero che muove veloce verso il basso senza raggiungere un qualsiasi fondo, è tale perché i versi in merito ai quali sto disquisendo mi appaiono come capaci di affermare con forza un’intuizione, semplicemente ipotizzandola; dimostrano di possedere l’energia in grado di stimolare una profonda riflessione, senza che questa sia interamente compiuta. In altre parole, quei versi sembrano esistere, sembrano avere ragione di essere, quasi esclusivamente nel fardello di dubbi che portano con loro e che offrono al lettore. Non so se quanto sto descrivendo sia l’essenza della forma d’arte che appassiona la mia vita (c’è molto altro e di straordinario ancora, certo); credo, però, di avere appena descritto uno dei tratti salienti della poesia, del fare poesia e del fruire di questa.

Negli anni ho letto, disordinatamente, molti libri di versi. Se dovessi ora tentare un sommario bilancio della mia attività di “frequentatore” di liriche e se dovessi fare in modo che questo stesso bilancio sia strettamente relazionato al concetto di vicinanza tra dubbio e poesia in precedenza espresso, molti indizi verrebbero in mio soccorso. Ho come l’impressione, infatti, che tutte le domande che ho incontrato leggendo componimenti poetici mi palesassero – proprio perché senza risposta – le suggestive sembianze del principio di un sogno. Anche quando un verso sembra propormi un suggerimento, in realtà esso mette a disposizione, concretizza in una frazione infinitesimale di tempo, una varietà impalpabile di opzioni interpretative dello stesso. La descrizione del dolore in poesia, poi, ha spesso rappresentato, per me, il massimo esempio di estrinsecazione del senso di incertezza che regna nel profondo dell’intimo dell’uomo. Questo non tanto, e non solo, perché la sofferenza è la principale materializzazione della precarietà della condizione umana; quanto, soprattutto, perché il dolore si è frequentemente mostrato a me attraverso una percezione… La percezione, unica e irriproducibile nel “presagio”, che l’autore dei versi che definivano anche solo il semplice disagio di vivere, aveva di quest’ultimo. E cos’è più straordinariamente indeterminato e controverso della percezione che un singolo individuo ha di un evento comune a tutti gli uomini?

Mi sono di sovente chiesto, infine, in questi ultimi anni – di fronte ai nuovi, più vasti e più cruenti focolai di violenza e di odio che si stanno accendendo sulla scena planetaria, che senso avesse continuare a scrivere versi. La poesia, oggi più che in passato, assomiglia ad una voce che sussurra appartata, mentre intorno tutto grida; appare come una testimonianza di esperienza di vita che preferisce, alla ricorrente celebrazione della ricerca del successo a tutti i costi, non dimenticare che la morte ci attende comunque; si manifesta come conservazione ed esaltazione di un mondo interiore che eleva il ricordo, a scapito del profitto, ad essenza di civiltà; sembra essere un flebile canto (una preghiera, oso) che ama sorprendere l’uomo spogliato delle sue certezze, piuttosto che guardare a quest’ultimo come a quell’essere eletto, che si spera capace di controllare, un giorno, gli effetti negativi delle proprie azioni. Può, tutto questo, impedire che la sopraffazione diventi norma di convivenza tra i popoli? Che la specie umana rallenti la propria corsa verso un mondo fatto di solo consumo? Sicuramente no. La poesia, con il suo carico di quesiti irrisolti, può soltanto aiutare a rammentare che ciò che gli uomini potrebbero possedere, che dovrebbero aspirare a conoscere, è la vita ed il vivere stesso.

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