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Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni

L’ultima opera edita in versi di Claudia Zironi (fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni, Marco Saya Edizioni 2016) si connota per una dinamica forte che non può non attrarre il lettore anche solo minimamente attento. Si tratta di un “movimento” che è sì dentro i singoli versi e testi ma che, in realtà, pare potersi scorgere meglio osservando l’intero lavoro da una certa distanza; come dall’alto. Si noterà così, in maniera più nitida, il percorso che questa poesia compie, l’obiettivo che persegue e che sembra essere – partendo dalla prima e giungendo all’ultima lirica – quello di dichiarare con grande vigore l’annichilente impossibilità di annullare, o anche solo di ridurre al minimo, lo spazio che divide ogni singolo individuo dall’altro da sé; quello stesso spazio, spesso anche tratto breve, che è inoltre, altrettanto spesso, un vero e proprio muro invalicabile in grado di allontanare, meglio, di separare gli uomini – tutti, ognuno calato nel proprio ruolo («…figli, amanti, amici, assassini, folli / e ubriachi…») – l’uno dall’altro.

Un compito fondamentale nel tracciare il percorso in merito al quale si è appena accennato è affidato a quel “tu” che campeggia così nettamente (si direbbe in modo tambureggiante) nell’arco dell’intera raccolta (in tutte le numerose sezioni che la compongono) e che è il destinatario della gran parte delle riflessioni che questi versi “allestiscono” ed offrono attraverso il loro susseguirsi.

Il “tu” in questione (a volte reso anche come prima e seconda persona plurale) incarna, a turno, le varie figure – soprattutto umane – con le quali l’autrice, e potenzialmente ogni singolo lettore, può cimentarsi nella quotidianità. Il “tu” può essere il padre (i padri), il figlio (i figli), il compagno/la compagna di una vita, la presunta divinità; può essere tutte le espressioni dei molteplici volti, (noti o sconosciuti) insomma, che costituiscono la collettività degli interlocutori del nostro vivere.

L’espediente appena evidenziato fa sì che la pronuncia in versi di Claudia Zironi, sempre alta e tesa, assuma comunque in sé, in particolare, i caratteri di immediatezza e precisione tipici di ciò che è riconoscibile ai più. Anche conseguentemente al contenuto di quest’ultima considerazione, appare evidente che l’utilizzo autentico del “tu” fin qui illustrato rappresenti il “mezzo“ principale che rende davvero visibile il tragitto che quest’opera compie; che rende, cioè, come fisicamente percepibile l’inammissibilità dell’avvicinamento tra gli uomini tutti (come si afferma in uno straordinario passaggio di uno, già citato in precedenza, dei primi testi della raccolta; «siamo qui, vivi, errori tuoi e separati, prova / della tua fallibilità, ché se ci avessi fatti uno / tutto questo dolore non esisterebbe…», al quale fa da controcanto un altrettanto straordinario passaggio dell’ultima lirica: «…poi restiamo lì / penetrati, ceneri abbracciate / come inerti, frantumate ossa / per millenni, in felice dissipazione.».

Le varie parti che compongono il volume – anche i titoli di queste (che danno poi, a loro volta, il titolo all’intero lavoro) – contribuiscono altresì a delineare uno scenario che risulta come incredibilmente e perfettamente sospeso tra modernità e perenne (perché propria del divenire dell’umanità tutta sin dalla notte dei tempi) illusione. Allo stesso modo, questa singolare cornice mostra, sottolineandolo all’ennesima potenza, tutto l’estremo e stridente contrasto – caratteristico, manco a farlo apposta, dei giorni nostri – tra il mondo dei singoli e quello delle comunità degli uomini, tra il rumore ed il silenzio assordanti che si manifestano, ad esempio, frequentando i social network e che tanta parte hanno nella nostra odierna routine giornaliera.

Tra i, si passi l’espressione, tradizionali temi dell’esistere e del non esistere o dell’opposizione tra vita e morte (quelli che si direbbero alcuni dei pilastri della trattazione, nelle arti tutte, della miseria della condizione umana) e sullo sfondo da questi rappresentato, in fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni viene originalmente introdotto, ed altrettanto originalmente trattato in versi (valgano, a questo proposito, le annotazioni di cui al precedente quarto capoverso di questo testo), il soggetto riguardante l’assoluta e perpetua incomunicabilità tra gli uomini. Questo: in tempi in cui, invece, tutto sembra concorrere all’abbattimento delle barriere di comunicazione nei millenni erette all’interno delle più o meno vaste società umane (dunque: ancora spazio all’illusione).

E la forza del libro di cui si sta qui dissertando – sembra addirittura banale a dirsi, ma è tutt’altro che così – pare risiedere proprio nel lavoro di ricerca che, quasi fosse un trattato in versi, l’autrice svolge arrivando a tracciare un vasto e completo repertorio intorno alle debolezze e alle utopie che accompagnano, da sempre, il vivere degli uomini in questo mondo.

Recensione
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