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Il numero dei vivi

Le parole che estraggono il reale dal fantasma e viceversa

Prima di entrare nel merito (meglio: nei diversi meriti; impossibili da dire tutti in sintesi) dell’ultimo lavoro in versi di Massimo Gezzi, mi corre l’obbligo di investire alcuni istanti nella stesura di una breve premessa.

Nel momento in cui accade che compongo le prime parole di questa nota di lettura va precisato che ho, già da un po’ di tempo, cominciato a scrivere un pezzo che presumibilmente sarà l’introduzione ad una silloge di poesie. Non ho ancora scritto molto, ma tra quanto è già stato messo su carta c’è, in apertura, una citazione da Hermetic Melancholy (in Almost invisible) di Mark Strand che nella traduzione di Damiano Abeni “suona” così: «…e diciamo che mentre sei lì il sole, il sole reale, è sorto, e ti viene in mente che ciò che hai fatto della notte era solo una possibilità...». Ecco: il brano recuperato da Strand e appena riproposto potrebbe essere (a celebrazione di quella straordinaria ed insaziabile volontà di scrutare tra le infinite trame del reale – primo movimento fondante di tanta poesia nel tempo prodotta; movimento al quale certo non si sottraggono i due autori di versi fin qui citati) anche l’esergo di questo mio scritto dedicato all’ultima fatica poetica di Massimo Gezzi.

In soccorso di quanto testé affermato (la riflessione in questione è come esplosa nella mia mente subito dopo la lettura del volume oggetto di questa dissertazione) credo giungono alcuni versi tratti da una poesia centrale (non solo per la posizione in cui è collocata) ne Il numero dei vivi. Questa lirica si intitola Lo spazio percorso e i versi ai quali mi riferisco aprono alla chiusura dello stesso testo recitando: «le parole / che estraggono il reale dal fantasma. / Ora devo camminare, si ripete, fino a perdere il controllo del corpo.».

Le parole che estraggono il reale dal fantasma (e verosimilmente anche il “percorso verbale” contrario) sono l’insieme dei termini che è a lungo rimasto nei miei pensieri a testimoniare ciò che è parso essere, ai miei occhi, il grande lavoro di scavo sull’esistere umano e non solo che Gezzi effettua e rappresenta ne Il numero dei vivi.

Più che di un lavoro di scavo, però – che pure evidentemente c’è ed è irrinunciabile –, penso sia più esaustivo parlare, vista la struttura e l’organizzazione del libro e gli esiti ai quali il medesimo approda, di una vera e propria, e davvero minuziosa e sorprendente, opera di scansione che il poeta attua sulla realtà che offrendosi ai suoi sensi stimolandolo lo attrae.

Il fluire di questi versi sembra veramente essere la luce dello scanner che, in un continuo andirivieni ed alternandosi al buio – buio che pare raffigurare il momento proprio della meditazione –, registra le informazioni da conservare, prima, e da restituire, immediatamente dopo. E ciò che questa luce conserva e riproduce, a seguito di una formidabile opera di rielaborazione (lo scavo irrinunciabile al quale si è accennato poco fa), va decisamente oltre le pieghe visibili del reale. Questa luce si sofferma infatti sul «nulla / che non smette di essere», sul «Tutto» che «si dimentica di te» e che «continua a cedere», su «la verticale del silenzio», sulla «percezione degli oggetti», su ciò che – l’autore disquisisce – dà corpo all’azione del dimenticare (nel testo Dimenticanze), su parole la cui provenienza non ci è sempre data di sapere, su una semplice e al contempo disarmante, perché senza risposta, domanda che praticamente chiude la silloge: «Siamo?». E le occasioni che danno il la alla creazione di questo repertorio, per buona parte ordinato in rigorosa sequenza numerica, del sentire e del vedere profondi provengono dal più quotidiano dei quotidiani; ad esempio: dai lavori di rifacimento del manto stradale della piazza principale di Sant’Elpidio a Mare (città natale del poeta), da alcuni drammatici fatti di cronaca noti ai più, dall’incontro con un giovane intagliatore di lattine, dalle riflessioni intorno alla figlia che cresce, dal dialogo con una studentessa della svizzera italiana durante lo svolgimento di un tema, dal colloquiare con alcuni amici poeti, dalla visione di un affresco all’interno di una rocca.

Non si può non affermare, poi, come i riferimenti spazio-temporali, nel mentre che si incontra con la lettura Il numero dei vivi e che la suddetta attività di scansione quasi senza soluzione di continuità si compie, paiono come consumarsi fino a sparire; certamente fino a confondersi (forse, quello stesso «fino a perdere il controllo del corpo» di cui in precedenza). Questa sensazione come di lieve disorientamento si coglie e si può di fatto vivere in diversi passaggi del volume; più che altrove, però, essa giunge alla sua più alta rappresentazione e decifrazione in una delle ultime poesie, in quell’Unisci i puntini in cui il poeta – in un suggestivo gioco di visioni colorate che velocemente si spostano lungo l’asse del tempo e tra le pareti della mente – arriva a dichiarare «ognuno può comporre / i punti di luce che un mattino di un altro secolo / gli ha impresso nella memoria».

E il senso di abbandono al quale ci si sta qui di fatto riferendo può divenire anche, infine e semplicemente, il “terreno comune” dove la disillusione «del risveglio sotto un unico / tetto che sembra casa e non lo è» o di quei «tutti» che scopriamo «appesi» al loro «vuoto» di colpo appare come il sentire riconoscibile che avvicina – con quell’intensità che sappiamo essere compiutamente inesprimibile e nella certezza della fragilità della condizione umana di fronte al proprio, ineluttabile divenire – chi scrive a chi legge. Questo stesso senso di abbandono (che nella fattispecie è un vero e proprio stato di vigile sospensione, perché sottoposto ad una costante operazione di stimolo a livello diremmo anche sensoriale, tra razionale e irrazionale) è altresì la naturale e autentica manifestazione del piacere che un lettore appassionato può provare quando si trova di fronte ad un scrittura davvero potente; una scrittura che, come nel caso di Gezzi, tra l’altro sorprende per il tanto che riesce a narrare e per il come lo narra in maniera diretta e immediatamente fruibile (non è un caso, a questo proposito, che in vari frangenti dell’opera l’autore decida di utilizzare la prosa piuttosto che il verso); un comporre che a tratti pare manifestare l’intento di ripercorrere, rinnovandolo, il solco tracciato da alcuni giganti della poesia del novecento italiano rimandando, in particolare, all’ultimo, grande Montale (si ricordi che Gezzi ha curato per Mondadori l’edizione commentata del Diario del ‘71 e del ‘72) e all’altrettanto grande Sereni de Gli strumenti umani; una poesia, questa del recente Il numero dei vivi, che è la più che ovvia prosecuzione e l’inevitabile rilancio verso l’alto dell’esperienza già pubblicamente e con sicurezza maturata sia nel primo Il mare a destra (Edizioni Atelier 2004) che nel successivo L’attimo dopo (luca sossella editore 2009).

Recensione
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