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Primo repertorio di poesia italiana contemporanea

Marjolaine di Riccardo Benzina

È davvero sorprendente notare come in un autore molto giovane come Riccardo Benzina, e in una prova in versi che rappresenta un campione tutto sommato limitato della sua produzione, si possano riconoscere alcuni tratti già distintivi e vigorosi di una pronuncia che è, gioco forza, vista l'età di chi compone, destinata ad ancora più sicuri e futuri approdi.

I dieci testi scelti, che sono un dichiarato estratto da un lavoro più ampio intitolato Marjolaine, si connotano innanzitutto per un'abile architettura che alterna in particolar modo, a tratti in maniera quasi incalzante, due tempi: il presente dell'ora che accade (si direbbe anche del "mentre") ed il futuro del domani che si vorrebbe almeno intravvedere. Inoltre, i versi tendenzialmente brevi (in ogni caso organizzati secondo uno specifico metro anche interno), le frequenti spaziature, gli incisi, le reiterazioni, l'avvicendarsi dell'"io" poetante al "tu", in diverse occasioni reso al femminile, e al "noi", il tono a volte colloquiale e a volte assertivo e l'inserimento del segno grafico cosiddetto slash (la barra obliqua, per capirci) conferiscono a queste liriche come un andamento sincopato, anche se comunque sempre controllato e fruibile, assolutamente coerente con l'incertezza che non può che risiedere nello sguardo di un giovane che scruta i propri anni a venire.

Nello scenario appena tracciato pressanti si susseguono le visioni che tracciano una condizione dell'umanità, e di tutto ciò che esiste in questo nostro mondo, come originalmente sospesa (originale per la scelta dei termini semplici e poveri, ma potenti al tempo stesso, che fanno i versi) tra vita e morte («Su lati chiari / fa capolino un senso | di morte...»; Poche storie. Poche voci / così. | Gli anni / ammazzati, così.»; «Sebbene / la sua fine | non risulti. E, infatti, | nessuno vuol parlare.»; C’è lo spazio / da percorrere, | che conteniamo. E la testa | pronta, infine: un bel taglio.»); come intrappolata sotto il peso di domande e riflessioni apparentemente senza un senso davvero compiuto, ma che sono invece cariche di quell'immensa ed inspiegabile incapacità di rispondere e di comunicare di cui tutto e tutti siamo, ancora, in questo nostro mondo, dotati («Perché non vi lasciate / il cuore addietro?»; «Il troppo vivere, che sfama, ci ha dato | la buona fatica di posare / dal margine | l’idea di un ponte. Qui: da settimane | senza toccar cibo. Lontano / così.»; «Mi chiedo, poi, chi parlerà la nostra lingua»; «Sono fiori / più silenziosi | degli altri fiori. Che ne dite?»); come impossibilitata a vedere tutto quel «deserto» che ci circonda e che pare perennemente muoversi «avanti e indietro».

Recensione
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