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Presentazione a
Carme d'assenza
di Giovanna Manfredi-Gigliotti

Michele Manfredi-Gigliotti

Questa silloge appartiene al ciclo I giorni dell’Alcione iniziato con la raccolta Fiori di pietra (Nicola Calabria Editore, Capo d’Orlando 1999). Le singole raccolte che compongono l’intero ciclo hanno visto la nascita editoriale non osservando la cronologia della loro stesura, ma al contrario, sono state proposte secondo criteri occasionali, che hanno tenuto conto più dei contenuti che della loro retrodatazione. L’assenza (dal latino abesse che significa essere distante da un luogo e, quindi, equivale a non esserci), il più delle volte, in dispregio della sua stessa etimologia, diventa presenza concreta e tangibile, maggiormente avvertita quando la sensibilità, umana e poetica, è tale da diventare misura delle cose visibili e invisibili. Così il corpo straziato e senza vita (sangre abierta) di Ignacio Sanchez Mejias (cuerpo presente) diventa testimone dell’assenza dell’anima (alma ausente) che, però, viene avvertita dal poeta (Garcia Lorca), dovremmo dire, in tutta la sua assenza. L’assenza, così, diventa condizione fisica, soggettivamente e oggettivamente percepibile, riferibile sia al passato che proiettabile nel futuro.

La morte, generatrice di assenza ex tunc, quando è accadimento realmente avvenuto, è sempre riferibile al passato: in tale ipotesi l’assenza è condizione umana importante un paragone tra la presenza di prima (cristallizzata nella memoria evocativa) e l’assenza attuale. L’aspettativa di vita in fieri (che sta per nascere), al contrario, si pone sempre come generatrice di assenza ex nunc e diviene presenza reale ex post. Si può affermare, così, che la vita stessa non è altro se non un continuo e ininterrotto susseguirsi di assenze che, per questo stesso, diventano presenze senza soluzioni di continuità.

Tale pensiero di coglie, magistralmente ed efficacemente, nella prima delle liriche che forma l’incipit topografico ed onomastico della silloge, Carme d’assenza. Le cose reali del mondo che si vedono e si toccano (come le coste che brillano, le stelle e le luci del paese, del monte, del promontorio che accendendosi sembrano strascico nuziale della Luna, sposa celeste, lo stesso paese che sembra guardarti e ammiccare) ti avvertono di una assenza importante e decisiva e l’anima lirica avverte che quella assenza ti fissa e ti guarda e ti parla di cose andate, di attimi vissuti per quell’impegno che ogni essere umano, consapevolmente o inconsapevolmente, ha con la Vita.

Al di là del mare,
proprio dove l’orizzonte
si infiamma
e avvampa d’amore
mi guardava
la tua assenza.

La notte stessa (Notte d’assenza) può proporre, nella sua naturale inconsapevolezza, grumi di assenze, silenziose o assordanti, nostalgiche o terrificanti, acquietanti o esaltanti e, comunque, ciclopiche, essendo dotate di un solo occhio.

Notte d’assenza…
ha solo un occhio
questa notte malata
e sguardi di buio…

Assenza, dunque, come molla del vivere, desiderio ed aspirazione, tendenza ed appetito, in un alternarsi incessante di presenza-assenza con cui il cerchio si chiude e si realizza, geometria di perfezione, assumendo la forma enciclica e perfetta dell’elleboro.

Anche questa raccolta di liriche (scritte in punta di penna// per non graffiare// questo cielo immenso// azzurro…) rappresenta il dono di un’altra stampella che l’Autrice ci dà per aiutarci ad andare avanti per aspera della vita e provare a librarci nell’aria, non importando se saremo Icaro o gabbiani.

Materiale


pp. Xx

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