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«Pieno di meriti, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra (Voll verdienst, doch dichterisch, wohnet der Mensch auf dieser Erde): da questa espressione, che Heidegger fa risalire al poeta tedesco Hölderlin, Emerico Giachery prende spunto per dare titolo alla sua ultima fatica critica, a sfondo biografico, Abitare poeticamente la terra. Questo saggio può essere definito in effetti critico-biografico, in quanto da una parte offre a piene mani riferimenti e citazioni di letterati e filosofi che corroborano una rielaborazione del personale pensiero dell’autore, dall’altra perché questi riesce a comunicare se stesso al lettore, il quale rimane affascinato dalle peculiarità aneddotiche di una vita e dal complesso lavorio interiore che lo ha condotto ad una maturazione intellettuale.

A tal proposito interessante è il capitolo Incontri con la scrittura, dove Giachery percorre la sua carriera letteraria, prendendo le mosse dalla sua precocità nello scrivere, certamente unita ad una passione interiore, ma anche segnata da alcuni scacchi e dalla diffidenza di chi non comprendeva la sua maturità. Da giovane vuole intraprendere, infatti, la via del teatro, ma la sua pronuncia troppo molisana, ritenuta provinciale, spinge un autore-regista, a cui si era rivolto, a scartarlo per la recita di una parte principale. «Primo scacco, dunque, di un sogno teatrale, sbocciato forse già nell’incanto di un Natale d’infanzia» scrive Giachery. Pensa allora di dedicarsi alla narrativa, obiettivo che sembra prendere corpo intorno ai vent’anni, e di cui resta traccia nel volumetto pubblicato con il titolo Il libro di Zeffirino. Ad esso seguì un annuvolato silenzio, con il cruccio di non aver più nulla da dire o da saper dire. Dopo due scacchi nasce il desiderio della poesia. «Dopo tutto in poesia c’è posto per tutti, a giudicare dalla grandinata o inesauribile acquata di libri di poesia che mi si riversa addosso quasi ogni giorno senza requie» afferma ancora. Ma la poesia è davvero qualcosa di serio e bisogna farla seriamente. Malgrado i suoi diversi sforzi per comporne, alla fine si rende conto che non è neppure quella la strada giusta. «La saggistica letteraria allora?» si chiede. Prima di dedica ad uno scritto sull’Alfieri, seguito da un lungo silenzio, poi ad uno studio, casuale sì, ma fatto con passione, su Verga e quindi ad un altro su D’Annunzio. Saranno questi a fargli trovare il percorso giusto. La vocazione per la critica, se davvero sentita e fatta bene, è anch’essa un’arte letteraria, e di questo l’autore se ne rende ben presto conto: «So, oggi, che l’esperienza critica non può in alcun modo considerarsi, come forse qualche troglodita si attarda a sostenere, un contentino o un succedaneo per scrittori dimidiati o falliti. La scrittura saggistica dell’interprete letterario non ha minor dignità e qualità di quella del narratore e del poeta. Al pari di qualsiasi altra scrittura letteraria, richiede ritmo, arte del modulare e concertare, finezza di passaggi, sensibilità semantica e persino immaginazione di una qualità particolare». Questa frase, piuttosto che riferire un’esperienza personale, la si può ritenere un consiglio valido per chi voglia diventare buon critico. E Giachery, trovata la sua strada, l’ha percorsa fino in fondo. È stata questa la sua poetica, il suo abitare poeticamente la terra, senza fare poesia, ma interpretando la poesia, lo stato d’animo dell’uomo, il suo pensiero, il suo progresso intellettuale, perchè quel fanciullino tanto decantato dal Pascoli esiste dentro ognuno di noi, in quanto dentro di noi c’è sempre un animo poetico, anche se non si è poeti.

L’abitare poeticamente la terra è possibile, quindi, anche attraverso la critica e attraverso la memoria che rivisita i rapporti interpersonali con gli amici, rapporti costituiti da consensi e dissensi, comunque da un dialogo che conduce alla ricerca della verità. Per essere poeti non per forza bisogna scrivere poesie o essere scrittori o artisti, perché già lo scrivere è un crogiolo di riflessioni e di stimoli, è la sorgente di un sentire tutto interiore, come afferma Luigi Lombardi Vallauri nel suo saggio Abitare pleroticamente la Terra: «L’essenziale è la poeticizzazione dell’esistenza. C’è la poesia artistica e la poesia situazionale». Ecco perché nel saggio di Giachery al centro di tutto viene posto l’uomo nella sua poliedricità e nelle sue più intime emozioni e riflessioni. C’è in lui il pensiero e c’è l’antropocentrico Cogito ergo sum di Cartesio, condizione che conduce a riflettere sulla vita e sull’uomo attraverso il pensiero di filosofi (da Hegel a Croce o Heidegger), di poeti o scrittori (come Leopardi o Verga o Hölderlin), di scienziati, pittori o filantropi. Da qui nasce l’obiettivo di questo saggio che, in maniera introspettiva ed autobiografica, si apre alla riflessione sui temi dell’amore e della bellezza, quasi un canto della memoria che testimonia una ricerca di vita. L’uomo e la sua cultura cosmopolita rendono la terra abitabile per tutti. La terra, anche se sovrappopolata e inquinata, è hortus clausus che deve continuare ad esistere, perciò l’uomo deve impegnarsi a coltivarla e a curarla per renderla abitabile per tutti. Ma per fare questo occorre istaurare la pace e, come afferma Giovanni Paolo II, bisogna scommettere sulla vocazione degli uomini «a camminare insieme, con continuità, mediante un incontro convergente delle intelligenze, delle volontà, dei cuori».

Il saggio Abitare poeticamente la terra è diviso in sette parti: la prima, In cammino verso un senso sperato, indica il percorso vocazionale dell’autore; la seconda, Sonata onirica in quattro tempi, sviluppa il tema del sogno, soprattutto quello personale che conduce ad una interpretazione letteraria con vari riferimenti al mito, alla memoria, alla musica, al cinema.

La terza, Barlumi e radure, è quasi un diario in cui più impellenti si fanno le riflessioni e i ricordi sulla vita e sul suo rapporto con la letteratura. La famiglia, e quindi il suo sostrato culturale, ha qui una maggiore prevalenza. Primeggia la figura del padre, con le sue conoscenze e i suoi insegnamenti, ma anche con i suoi gesti quotidiani. Figura primaria, è ricordato con semplici parole: «Compiuta la giornata, prima di andarcene tutti a letto, mio padre metteva il chiavistello alla porta di casa. Ai miei occhi fanciulli, quel semplice atto, ripetuto ogni sera, assumeva solennità e quasi sacralità di rito inteso a proteggere la sicurezza e l’intimità della casa, separandola dal resto del mondo. Spente, poi, le luci, mentre mi abbandonavo a poco a poco al sonno che mi invadeva, mi crogiolavo in fantasticherie come questa: che la nostra casa navigasse in silenzio, al pari di un’arca, durante l’intera notte, e al mattino ci si risvegliasse in qualche paese sconosciuto e lontano». La quarta parte, Tre intermezzi, tratta specificatamente il tema letterario, poetico e pittorico. Nella quinta, Cavalieri ed angeli, da una parte Giachery riprende una sua idea giovanile di presentare il rinsavimento di don Chisciotte nell’atto di immergersi nella contemplazione dell’orizzonte marino, dall’altra presenta il tema dell’angelo custode in una visione del tutto personale, ma anche con riferimenti a vari scrittori e pittori, tra cui Rilke, Simone Martini e Beato Angelico: quasi una storia della figura dell’angelo e del suo influsso sulla società umana. Nella sesta parte, Passo d’uomo, viene raccontata l’esperienza del suo ‘vagare’ alla ricerca della realizzazione di se stesso, attraverso la cultura, il mito amoroso, il desiderio di conoscenza. Tutto ciò lo ha spinto a numerosi contatti e a nuove amicizie, per poi gustare la dolcezza del ritorno. Infine la settima parte, Altri orizzonti, dove dopo aver fatto una sua osservazione sulla cortesia, virtù che non è difficile da praticarsi e il cui esercizio costa pochissimo apportando numerosi vantaggi, conclude il suo percorso in un rapporto biunivoco tra poesia e biografia.

La poesia è inscindibile dalla vita e l’autore, attraverso la sua vita, non ha fatto altro che evocare e ricercare il sublime. «Occorre precisarlo? Amo il sublime – afferma. – Nella natura, che però come precisò Kant, non è sublime in sé e non fa che “trarre alla luce una sublimità che ha sede nell’animo nostro”, elevare “la forza dell’anima sopra la sua misura ordinaria”, spingerci “a ritenere meschine le cose che ci preoccupano”. Posso dire di amare il sublime anche nell’arte e specie nella musica, che riesce a manifestarlo con tanta pienezza, nel pensiero, nell’esperienza amorosa, che con la musica ha misteriose affinità di sorella» scrive Giachery, ed è proprio questo l’obiettivo che si è proposto per una vita intera ed è ciò che letterariamente, criticamente e biograficamente offre al suo lettore con questo saggio, che, partendo dall’esperienza personale, attraverso continui e opportuni riferimenti letterari, giunge alla conclusione che “abitare poeticamente la terra” è possibile, anche per chi non è poeta nel senso tradizionale del termine.

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