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Plauto affermava che se gli dei fossero venuti sulla terra avrebbero certo parlato la lingua latina perché la più dolce ed espressiva (e forse non aveva tutti i torti). Racine, il tragediografo francese, affermava invece che se gli angeli fossero venuti sulla terra avrebbero parlato il francese. Ma io direi che se gli angeli venissero in Italia parlerebbero invece il dialetto veneto perché, a mio avviso, è il più dolce e delicato dei dialetti italiani, lontano dai suoni aspri e duri del siciliano o del lombardo oppure delle soffocanti "c" aspirate dei fiorentini.

A questa conclusione mi ha fatto giungere la poesia di Emilio Gallina, raffinato scrittore e sensibile poeta di Treviso, il quale di recente ha pubblicato Canpane par dò, una raccolta di liriche in dialetto trevigiano, dialetto che egli ama come le tradizioni e la storia della sua città. Il volume è introdotto da una breve ma puntuale e sensibile presentazione della poetessa Rina dal Zilio di Quinto di Treviso, e da una nota introduttiva di Andrea Cason che vede appunto nella silloge un 'racconto di vita'. Le illustrazioni sono invece di Guerrino Bonaldo.

Emilio Gallina «eleva – scrive la Dal Zilio – un intenso canto amoroso alla sua donna, un itinerario sponsale che contempla, sì la quotidianità minima, domestica, ma anche aspetti significativi e intimi di vita a due». In effetti la silloge è prima di ogni cosa un canto d'amore verso la propria donna, ma soprattutto verso il valore universale della famiglia e di una società sana e corretta. Il nesso essenziale, quasi parola-chiave, è «mi e ti»: io e tu, cioè il poeta e la sua donna, in un affiato che direi quasi mistico e contemplativo. La donna, infatti, è posta su un piano superiore rispetto all'uomo, ma non come una divinità o una santa (vedi la Beatrice di Dante) o la donna perfetta che può indurre al peccato (vedi la Laura del Petrarca) o la donna che suscita sensualità (vedi Boccaccio). La donna di Emilio Gallina è una donna umana, una donna che appare nella sua quotidianità. È la donna comune che assurge a modello, quale espressione di un equilibrio familiare, tra marito e figli, tra famiglia e società.

Nella silloge molti sono i paragoni tratti da elementi naturali, che esprimono quasi un trait-d'union tra l'uomo e la donna, in una parità che non è retorica, ma essenzialmente realistica. Tra ricordo e riflessioni il rapporto si fa sempre biunivoco, come appare appunto nella poesia-emblema "Ogni prima volta": «Par mi. | ogni prima volta | co' ti, xe sta bèo | e dolse. | Moménti I che me ga lassà, | dentro, | un segno fondo | e caro. | El primo incontro, | la prima caréssa, | el primo baso, | el primo sì, | la prima note, | el primo fiòl, || Co' ti | xe sempre | come se fusse | la prima volta».

Recensione
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