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«Tanti segreti si nascondono nella selva, | e in ogni caso firmano il loro | diario di millenni, le altre spoglie. || Ma adesso i dialoghi tacciono, | si estingue l’alone del mito che fluttua». Questi versi che danno inizio alla raccolta di poesie di Domenico Cara, dal titolo Il dialogare dell’ascolto, sono la chiave di un’interpretazione semantico-concettuale dell’intera silloge, come si può dedurre anche dal titolo. Ascolto e silenzio, dialogo e parola sono entità convenzionali dell’uomo che permettono l’espressività del pensiero e soprattutto la sua collocazione nel tempo e nello spazio. Parola e spazio, infatti, sono collegati tra loro nella prospettiva di un’affermazione della personalità umana. Il silenzio è meditazione, ma è anche ascolto e l’ascolto può tramutarsi in dialogo. Il tempo dell’ascolto è il tempo della riflessione, ma anche della fuga, fuga dal tempo reale e dalla realtà metaforica, fuga da un «ricorrersi di atteggiamenti e di tenui catastrofi».

Attraverso una versificazione chiara e decisa, con una poesia elevata ed ispirata liricamente (frutto di decennale esperienza), bella e convincente, Domenico Cara incentra le sue riflessioni sul tempo, che diventa comune denominatore delle altre emozioni. Il tempo si presenta quale rapporto tra presente, passato e futuro, e si identifica con lo scorrere delle azioni umane. In contrapposizione al passato, il presente «somiglia a quei sentieri | di fumo, di poltiglia salata, golosa, | se interpreto un argomento infantile, | in tutto stregato dal tempo che passa, | diventato tensione esteriore, fritto | che annulla l’impossibile lusso». Il tempo conduce allo spazio, spazio vitale, delimitato dagli oggetti circostanti, spazio fisico che appartiene «totalmente alla noia, eluso ancora | dalla veemenza solare, dal meriggio | estremo dinanzi alla caduta o flessione | della soave risacca». Il tempo è pure Nulla, cioè annichilimento di se stesso e della personalità umana. Il tempo è pure ricordo e memoria, è il passato che riemerge a tratti nel presente, senza poter fare a meno della storicità dell’Essere: «Felicità a-storica, ma volo fiammante, tensione, | essenza d’eternità, nel primo credo | che si allontana dall’effimero, dal guasto». Il tempo è pure parola, perché la parola storicizza e ferma il tempo in una concezione diacronica della vita. Il tempo è odore e profumi, il tempo è sensibilità, è scoperta dei sensi, proprio perché esso conduce dall’astrazione (utopia o fantasia) alla materialità dell’essere e quindi alla coscienza di sé. Il tempo è pure natura, natura che equivale a suoni e melodie.

Il suono incita all’ascolto e conduce nuovamente alla semantica del tempo. Si tratta di un cerchio che si chiude, ricongiungendosi al suo inizio. «Concerto di suoni misti... castità di barbagli... Qui ascolto la tregua del rumore che | invade l’udito alle foci | del fiume, ogni altra baraonda | spenta dall’acqua piovana, dalle ripe | alla sabbia mediterranea.». Proprio come afferma Domenico Cara nella nota conclusiva del libro «lo svolgimento della ricerca è una passione che i versi adeguano al modello essenziale dell’espressione contenuta nei testi e – insieme – a una consapevolezza emotiva e concettuale che presiede alle stesse incertezze della composita e lacerata quotidianità...». L’intero meccanismo conduce a tensioni individuali e a forme particolari di ascolto, da cui «insorgono le relazioni fisionomiche dei significati».

Recensione
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