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La luna è morta e lo specchio infranto. Miti letterari del Novecento è l’ultimo saggio di Giuseppe Mario Tufarulo, studioso da tempo impegnato in un discorso critico che propone il rapporto esistente tra il mondo occidentale e quello slavo, nel tentativo di comprendere e penetrare l’equivoco mitologico del mondo contemporaneo, in particolare del XX secolo, giungendo alla condanna di un mascheramento paranoico del pensiero, attraverso alcune correnti culturali, quali possano essere quelle futuriste, surrealiste o informali, e al recupero della tradizione. Egli perciò «ripropone nelle sue ricerche – scrive Pasquale Pantaleo nel saggio introduttivo – di stabilire un punto di contatto tra il mondo russo e la cultura occidentale e di cogliere ad un tempo le ragioni della crisi del mondo letterario europeo».

Il mito, dal greco mythos, che significa narrazione o esposizione di fatti, è all’origine della civiltà occidentale, come anche di ogni civiltà, dal momento in cui l’uomo si rivolge sempre verso la mitizzazione delle proprie azioni e quindi alla creazione di un mondo diverso da quello contingente, un mondo migliore e ‘iperuranico’ delle idee, che permette la ricostruzione di un percorso psicologico.

Se il mito classico aveva la valenza di educazione enciclopedica e di proiezione del mondo reale in quello immateriale, il mito moderno non assume funzione diversa, ed è quanto dimostra Giuseppe Mario Tufarulo in questo saggio che analizza due dei maggiori e più interessanti autori russi del Novecento: Sergej Aleksandroviè Esenin e Aleksej Maksimoviè Gor’kij. Dell’uno e dell’altro traccia un percorso mitico attraverso le loro idee, in rapporto alla società in cui essi si sono trovati a vivere. Certo la comprensione del mito moderno è molto più complessa e sottile di quello classico, ma soprattutto ha tanti e tali risvolti che a volte l’uomo comune vi si disperde.

E proprio per questo il Tufarulo tenta di «definire il ‘mito’ come dimensione irrecusabile dell’esperienza antropologica», possibile ormai questo anche per i continui rapporti interculturali e la conoscenza di culture diverse dalla nostra.

Di Sergej Aleksandroviè Esenin (il titolo del saggio prende le mosse proprio dagli ultimi versi di una sua lirica dal titolo L’uomo nero, che recitano: La luna è morta e lo specchio infranto) vengono sintetizzati quattro elementi mitici: la vecchia Russia, il comunismo rivoluzionario, la Mosca delle bettole e infine la Russia sovietica. Si tratta di un percorso lineare che conduce ad un obiettivo storicistico, ed alla conclusione che lo storicismo ha alla fine distrutto il linguaggio lirico e il razionalismo. La vecchia Russia da una parte è il mondo contadino e della miseria, è il mondo dell’uomo diseredato come in una immane catastrofe biblica, ma non per questo non tenta il riscatto, mira ad un proprio esodo e ad una promozione sociale, come anche ad un esodo collettivo in senso metaforico. Dall’altra parte si canta il mito della campagna, ferma ai valori reali e costanti della vita, volendo difendere una civiltà che è propria e che si vuole salvaguardare dalle influenze esterne, dalla rivoluzione industriale e tecnologica.

La seconda fase è il mito del comunismo rivoluzionario, internazionalizzato come utopia, diventato mistico sogno contadino e proletario, ma nel contempo paradiso terrestre. «La Russia patriarcale, cantata ed amata come Eden, violentata dall’industrializzazione forzata, dalle strutture comuni agrarie imposte dalla politica marxista dell’associazionismo, è distrutta e con essa la sua facoltà mitopoietica» scrive Tufarulo nella premessa. Il terzo mito è quello della Mosca quotidiana, della Mosca che vive, distrutta dalla guerra, ritirandosi in caffé letterari, in un mondo chiuso e idealizzato nell’Immaginismo postrivoluzionario. Questo mondo nascosto, ma vivo, celebra lo scontro tra due civiltà che tentano di emergere e di prevaricare l’una sull’altra: la campagna e il mondo contadino da una parte, la città e la crisi morale della società dall’altra. Da ciò scaturisce nel poeta russo una delusione della rivoluzione d’ottobre e quindi di un intero movimento rivoluzionario, che si dissolve proprio all’interno della sua stessa mitizzazione. Il mito quindi si infrange, dal momento in cui la rivoluzione ha distrutto e gli uomini e l’arte. Infine il quarto mito è la Russia sovietica. Tale mito è stato a poco costruito, ma la sua costruzione porta ad un disfacimento, pur nella sua certezza. «Il tiranno è ormai razionale, il tiranno realizza i fini della ragione, il tiranno è la ragione» scrive Elio Vittorini. Nasce così il mito del realismo allegorico che «uccide la poesia e l’umanesimo soggettivo o cristiano».

In tre punti essenziali viene invece proposta da Tufarulo la miticità di Aleksej Maksimoviè Gor’kij: il mito degli uomini eroi, la costruzione di Dio e il popolo degli eroi. L’esposizione è più complessa. Gli uomini eroi hanno diverse forme e diversi aspetti, da una parte sono uomini e come gli uomini sono vittima delle loro debolezze e della loro impotenza, dall’altra sono eroi, quindi espressione di forza e di potenza.

Essi si dividono allora in “derelitti scalzi”, in “proletari della strada” e ancora in “ex uomini e per metà bestie”. «Bruciati dal fuoco della passione, cattiveria, degrado, libertà, audacia ed eroismo, plasmano l’agnello sacrificale del destino amaro, il figlio derelitto del popolo. Ecco l’eroe degli orrori e del dolore degli scantinati malsani della città, ponti, bidonville, dormitori pubblici, vagabondo senza legami né affetti, nudo, malvagio, affamato, nell’indigenza estrema, in una promiscuità infernale, una policroma umanità in movimento, una poderosa minaccia per l’equilibrio in uno stato di continua rivolta» scrive ancora il saggista. Il secondo mito è la costruzione di Dio. Si tratta di un mito nel contempo filosofico, politico e letterario. Esso mira a rifiutare l’ateismo della “scienza della storia” percorrendo un doppio binario: il primo che vede la marcia delle utopie con l’alone della misticità e il secondo che sostiene il bagaglio metafisico con l’entusiasmo e la convinzione degli schemi marxisti. «Il mito/visione della “costruzione di Dio” è così formulata: 1) il Marxismo è la “religione” antropocentrica. 2) la rivoluzione bolscevica è il “rito” celebrativo della sua S. Messa, 3) il “proletario” è Dio costruttore dell’Eden socialista, 4) l’Eden è il mondo comunista». Il terzo mito evidenzia il popolo-eroe, e quindi il popolo degli eroi.

Secondo Gor’kij il proletario vive una vita cosciente a tre dimensioni: accetta la sua infelicità e si ribella alla realtà, ha la certezza di essere protagonista della storia e infine ha paura degli abissi della libertà. Il popolo degli eroi rinnova quindi il mondo con un suo personale mito ‘romantico’ che si manifesta quale atteggiamento positivo di fronte alla quotidianità. Proprio in questo senso la proposta e l’esame di Tufarulo si propone quale contatto tra il mondo russo e la cultura occidentale, nel tentativo di capire le vere radici della decadenza della cultura occidentale, legata forse alla decadenza e alla evanescenza dei nuovi miti.

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