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La memoria, Kantana, l’Utopia

«Una poesia non è, in verità, che rimodellamento delle forme del discorso in una struttura, cioè in una relazione vitale fra le parole, che l’analisi infrange, riducendo di nuovo le parole al discorso della prosa. In un rapporto tra poesia e diritto cosi Vittorio Frosini definisce la poesia nel suo saggio La struttura del Diritto del 1968. Essa è incentrata sulla comunicazione, la comunicazione è fatta di parole, la parola trasmette un sentimento. Anche la poesia di Giuseppe Mario Tufarulo è basata sulla parola, che però apparentemente non assume una funzione salvifica, in quanto le parole «non hanno carisma di salvezza», ma al contrario esse operano «segnatamente rappresentazioni», offrono «recinti entro viaggi delle dimensioni» e possono apparire «esperienze, memorie, simboli, immagini / chiamano nascita e morte come condizione critica. / Parole, gioie e tormenti dilatati, / risonanze dal caos, / necessita dell’esperienza dell’io / senza la possessione di voci altrui» come si legge appunto nella lirica dal titolo indicativo Parole.

Che la poesia del Tufarulo parte essenzialmente dalla parola lo si può dedurre anche dalla ricercatezza che ne fa di essa. L’intera raccolta, infatti, è costellata da numerose parole desuete (càmiti, biocòre, bigatti, egoarca, conirostro, schidionare, tramenio...) parole che non hanno la funzione di confondere il lettore, ma quella di offrire la possibilità di un arricchimento semantico e di sfumature che vanno oltre la realtà contingente. Si tratta di un percorso lineare, anche se accidentato dalla complessità dei sensi, come si può dedurre dal titolo della silloge La memoria, Kantana, l’Utopia. La memoria è la trasmissione dell’Essenza interiore che avviene attraverso la parola, una esplorazione delle radici del pensiero e delle emozioni; Kantana è il "mondo indecifrabile di oggi", come precisa l’autore nella nota introduttiva, ma Kantana richiama a quel mondo orientale fitto di mistero e di ricerca interiore e diventa quasi prodromo dell’Utopia, la fase finale cui conduce la parola.

Dietro questa presentazione, che lascia già intuire un pensiero poetico complesso e articolato, si potrebbe pensare che la poesia di Tufarulo sia avulsa dalla realtà. Invece al contrario essa è strettamente collegata alla realtà contingente, e alla verità interiore, che si proietta verso una bellezza esteriore ed emotiva, una bellezza oggetto di estasi e contemplazione, ma soprattutto punto d’approdo e di salvezza. L’affermazione di Dostoevskij La bellezza salverà il mondo, è come un voler dire che l’arte contribuisce alla salvezza dell’uomo e dell’umanità. Ma quale uomo? Certamente quello costituito di interiorità, di passioni e di pensiero, in una specularità tra quanto vi è all’interno e quanto viene mostrato all’esterno. Tra questa specularità si pone l’Utopia, cioè il sogno di un domani migliore. E sono proprio l’arte e la poesia, quindi la Bellezza, ad offrire le direttive giuste per un tale fine. La mancanza di coscienza di una Bellezza assoluta conduce ad una fuga dalla realtà, come dimostra la dissoluzione del concetto tradizionale di cultura o meglio la tendenza di fuga dalla cultura, che è come un voler dire che si voglia fuggire dalla realtà.

Questa realtà però non è puramente intellettuale, ma si proietta nell’ambito di una eternità che «vive l’audacia delle sue contese». Il tempo appare quale tiranno insondabile «di cause metafisiche con fiamme d’immortalità», esso si mostra quale eternità, ma anche quale finitudine dell’esperienza umana, benché tutto abbia sapore di oniricità, e qui emerge l’Utopia, enunciata già dal titolo, che attraverso la parola ancora una volta vuole raccontare il silenzio, in rapporto «a ineffabili esperienze del tempo». Questo partecipa alle avventure del pensiero ed appare indispensabile alle interpretazioni dell’io. Il tempo si proietta nell’eterno, ma contemporaneamente lascia prendere coscienza del passato, non «diverso dal proprio», quindi della realtà, in quanto tempo e realtà sono unidirezionali. Tale presupposto lascia intuire la dialogocità tra natura illusoria e via del silenzio, ma pure tra vegetazione e deserto, tra realtà esteriore e realtà interiore, tra amore per la vita e la morte, in quanto «le passioni rotolano nel mondo interiore, / momento-coscienza, azione-rivendicazione di suprema realtà».

Il tempo in Tufarulo assume comunque sfaccettature diverse. Esso contrappone l’eternità e la temporalità nel senso cosmologico, e Dio e l’uomo nel senso filosofico, dove il secondo urla le sue «impossibilità al cielo», il primo invece «lo invita all’eternità», tra queste due entità si frappone «l’infinito».

L’infinito è spazio, ma lo spazio può essere assenza e «l’umanità, nella solitudine di Dio, / rialzando il peso del tempo-assenza / brucia il tempio della sua anima». L’anima presenta una «lunga storia possibile». Essa nell’ambito della conoscenza si innesta in questo rapporto come una «pluralità di storie, una quotidianità metafisica» e diventa espressione dei «fantasmi di utopie nei nostri inferi angosciati / specchi malefici ed immoti reprobi del male».

Al di fuori però di ogni filosofia o astrazione teorica, la poesia di Tufarulo si immerge nella realtà problematica dell’uomo moderno, dove «i fratelli fanno come Caino, / innocenza violata, / l’accoglienza è respinta in nei tempi di Sodoma. / Creso, scienza, terrorismo, confusione, / ateismo, violenza abiezione, correzioni / l’umanità è paga!». Tra queste riflessioni, il Poeta si pone contro certe realtà sociali contemporanee e mette al centro della sua poetica i bisogni di una società rinnovata. Da ciò scaturisce quella scintilla (illuminazione metaforica della mente umana) che rischiara la via verso la luce della verità attraverso un simbolismo a volte sotteso, mentre l’uomo prende coscienza della sua solitudine e della sua impotenza nei confronti del negativo. Ne consegue un avvicinamento a Dio, che è l’Eterno, l’Essenza, l’Utopia, lasciando emergere quella tensione spirituale che permette di penetrare i meandri più profondi della propria anima, di spingere l’intuizione nelle profondità più inesplorate del proprio pensiero. Il simbolismo e il linguaggio spesso metaforico tracciano cosi un percorso ulissiaco, una tensione verso un’idealità complessa e intrecciata di materia e di spirito, di realtà e di immaginazione, che lascia chiudere «solitudini e angosce, / inneggiando alla gioia, alla Speranza, all’amore».

Recensione
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