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La sete di conoscenza in Le albe di madreperla di Giovanni Tavčar. Giovanni Tavčar è forse uno dei poeti più emblematici della cultura italiana dell’ultimo Novecento e lo sarà nei primi anni del terzo Millennio. La sua collocazione geografica, infatti, e la conoscenza di alcune lingue europee lo mettono in contatto con culture profondamente diverse, anche se complementari: la latina, la slava, la anglosassone. Scrive infatti indifferentemente in italiano, in sloveno ed anche in tedesco. Recente è la pubblicazione della silloge di poesie in sloveno Ko bisere v o eh rojevaš (Le perle nascono nei tuoi occhi), con la prefazione di Denis Poniž. Trieste, la città in cui vive ed opera Tavčar, in questo senso diventa un osservatorio particolare dell’Europa artistica e letteraria. Come non si può non ricordare Svevo o Slataper o Stuparich?

La poesia di Tavčar è una poesia coinvolgente, tocca profondamente il cuore per le espressioni dolci e delicate. Si tratta di una poesia non convenzionale, ma legata alla contemporaneità e all’attimo fuggente. In “Il calamaio”, recente silloge di diversi poeti italiani, compaiono dieci sue liriche che evidenziano un’intensa forza comunicativa: la leggerezza e la grazia espressiva vengono fuse con un profondo afflato lirico. Attraverso la descrizione esteriore ed oggettiva, solo apparentemente banale, emerge la profondità delle sue emozioni e dei suoi sentimenti.

Il dolore e il male diventano fenomeni da preconizzare, ma pure elementi imprescindibili della vita umana. Il dolore si combatte con le illusioni che «hanno ali tenaci | e volitive | che non sempre però | si tingono di infinito». Lo stile piano e sobrio, ma preciso e puntuale, caratterizza la poesia di Tavcar, soprattutto quella della silloge Le albe di madreperla, con un quadro di William Turner in copertina, semplice e bello: uno yacht che si avvicina alla costa in un rosso fuoco. Il pittore inglese ama i paesaggi sconvolgenti e travolgenti, ma a volte anche la loro pacatezza. Tavčar nella silloge vuole porre l’accento sull’uomo che, quale nave che va sul mare alla ricerca di un porto sicuro, si avvicina alla costa e lasciarsi alle spalle le tempeste, ma soprattutto per conquistare la propria pace interiore.

La poesia di Tavčar è aerea e lirica, dislocata quasi tra sogno e fantasia, tra realtà e immaginazione, tra ideale e contingenza: «Una voce viene talvolta, | fresca e leggera, | a rompere gli argini | della nostra muffita | monotonia». Ma la monotonia può anche portare alla felicità, alla quiete interiore, al silenzio, alla pace, pur nel contrasto tra fede e dubbio. Non si può a questo punto non fare un riferimento a Francesco Petrarca: l’uomo tormentato dal dubbio. Tavčar, come Petrarca, ricerca la pace perché è la condizione esistenziale dell’uomo. E se essa è difficile da costruire, la speranza diventa àncora di salvezza. Tutto ciò che è negativo viene superato e addolcito, anche il buio viene perforato, diventando quasi inesistente. Il sogno, il desiderio, il mistero e la passione si tramutano in elementi vitali che fanno riflettere e lasciano in attesa. “Nascita” è forse la poesia più emblematica della silloge. In essa si fonde religiosità e umanità, dolore e felicità, esistenzialismo e speranza. La nascita è «il precipitare nel tempo, | nella morsa feroce | dell’inquietudine, | nel cuniculo dei sobbalzanti tremori, | nel fragore | degli attanaglianti stridori», ma è anche «eterno componimento | che filtra dal pentagramma | del cielo». L’uomo se non vale niente, se è una piccola scheggia dell’universo in un’immensa foresta, vuole comunque sapere, vuole sapere il perché della vita e della morte, ma soprattutto, vuole sapere il perché «dell’immensa sete di infinito | che mi avvolge e mi divora, | il perché dell’amore che risuona armonico | nelle sale della mia coscienza, il perché delle stelle e dei cieli, | il perché delle foreste e dei fiumi, | il perché del bene e del male». La ricerca è quasi una sete di conoscenza ulissiaca.

L’uomo è l’eterno Ulisse che non si sazia mai di sapere. In quest’ambito e in quest’ottica credo che vada letta la poesia di Tavčar e perciò ci piace concludere con una citazione dantesca: «Considerate la vostra semenza: | fatti non foste a viver come bruti, | ma per seguir virtude e conoscenza».

Recensione
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