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Nelle opere di Giovanni Tavčar, un poeta triestino bilingue di rara espressività poetica, ma anche un autore molto prolifico tanto da aver pubblicato negli ultimi sei anni ben sei sillogi di poesia in lingua italiana e due in lingua straniera, ho notato che trasparisce un velo di fervida religiosità, che ora si concretizza in una raccolta di preghiere.

Un volume, questo, in cui, come scrive Fulvio Tomizza nella presentazione, «umiltà, speranza, bontà, ansia di riscatto, ricerca d’infinito, fede in Dio e nei trascurati valori umani, traspaiono copiose e salutari e si trasformano spesso in quel “più” di verità e d’incanto che è la poesia». Si tratta di preghiere che non hanno un semplice carattere personale, ma che tendono verso l’universale. Amore, desiderio di pace e perdono formano il filo conduttore dell’opera, quasi «la fede fosse la forza della vita» per dirla con Tolstoj. L’autore si offre anche come strumento di pace. Egli è cosciente che il mondo è alla deriva e allora invoca la Madre in un canto di disperazione e d’amore, che rispecchia in versi delicati il culmine del fervore cristiano; egli chiede di non dimenticare le sofferenze che patiamo tutti i giorni, ma sa bene che nessuno ci dimentica. Invoca il perdono e prega affinché Maria conceda a tutti di godere alla fine «la gioia immensa della vita eterna, | vita nella quale | ogni speranza trova riposo, | ogni dolore definitivo sollievo, | ogni desiderio appagamento, | ogni tristezza durevole consolazione». Tavčar prega e invoca lo Spirito Santo e l’Angelo Custode affinché tutti possiamo raggiungere quella sospirata gioia terrena e ultraterrena. Il tutto si affianca ad uno stile semplice, ma molto aulico e profondo.

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