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Bruno Bartoletti, nato a Montetiffi, si è laureato in lettere presso l’Università di Genova con una tesi su Giovanni Pascoli. Il poeta romagnolo certo ha avuto una grande influenza sullo stile e sul contenuto della poesia di Bartoletti. La silloge «è un viaggio della memoria alla ricerca del tempo perduto, vissuto come fibrillazione poetica dell’io, che l’impressione dell’oggetto o del soggetto intravisto generalmente placa» scrive nella puntuale prefazione Ugo Perniola. I temi sono vari: le piccole cose viste attraverso un tono fabulistico, il mito della madre, il tema della famiglia, l’arte quale sublimazione dell’essere. Il linguaggio è chiaro e nello stesso tempo infiorato da figure retoriche come la metafora.

La libertà è forse il tema essenziale, come appare in “Jonathan”, la poesia che apre la silloge, dove un uccello vola «teso oltre i confini». La libertà è espressa attraverso la parola libera. La parola è oggetto di comunicazione e di poesia. La parola scaturisce dall’anima: «Parole ferite che muoiono nell’eco della pioggia». Il linguaggio si fa così aereo e poetico, ma nello stesso tempo epico. Il legame che si riscontra con Pascoli, lo si nota sotto due aspetti: innanzitutto sui temi, e poi sullo stile “conviviale”. La madre è spesso oggetto di riflessione. «La muta ombra contorta rivedo | di mia madre al cancello | che inseguiva esitante il mio passo | allontanarsi su brumose scogliere». Molte poesie potrebbero anche essere rapportate ai “Poemi conviviali” per il verso ampio e narrativo, per la visione completa di un’immagine o di una scena, che non è solo accennata, per l’epicità della narrazione poetica. Ma il Bartoletti non è un semplice pascoliano, benché spesso rasenti il crepuscolarismo, la sua poesia è legata al mondo contemporaneo. Nella silloge “Le radici” appare, infatti, un’anima in tormento, un’anima che volge al tramonto, ma senza rassegnazione. Al contrario appare quella forza di voler raggiungere l’«ultimo orizzonte» che «il guardo esclude». Ecco la novità di questa poesia. In effetti la parola ‘ultimo’ ricorre già nei titoli ben quattro volte, mentre altre parole, per soffermarsi solo ai titoli, riportano a stilemi crepuscolari: sera, tardi, ombra, memoria, silenzio, segreto: concetti legati da un elemento essenziale: la memoria. La memoria è poesia, è indeterminatezza. I contorni delle cose non sono ben definiti. Il crepuscolo e la sera si tramutano quasi in metafora di libertà, attraverso il chiaroscuro degli oggetti e delle emozioni, che perdono quasi colore. La luce diventa un punto chiave e fa quasi da contrasto all’ombra, tanto che l’uomo si ferma «sospeso nel vuoto | del monte che porge nel cielo | le braccia di pietra e ritaglia | un crepuscolo antico». La silloge si presenta quasi un viaggio. Il viaggio è un cerchio chiuso. L’uomo arriva al punto di partenza. Come dice Eliot: «Ciò che chiamiamo il principio è spesso la fine».

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