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«Ecco la morale della mia vita, e siccome questa morale non fui io ma i tempi che l’hanno fatta, così mi venne in mente che descrivere ingenuamente quest’azione dei tempi sopra la vita d’un uomo potesse recare qualche utilità a coloro, che da altri tempi son destinati a sentire le conseguenze meno imperfette di quei primi influssi attuati.

Son vecchio ormai più che ottuagenario [...], e pur giovine di cuore forse meglio che non fossi mai nella combattuta giovinezza». Con queste parole Ippolito Nievo inizia il suo ben noto romanzo Le confessioni d’un italiano, pubblicato per la prima volta postumo nel 1867 con il titolo di Confessioni di un ottuagenario. Il personaggio si abbandona alla descrizione di caratteri, personaggi ed emozioni attraverso quel lume di fiaba che è il ricordo.

Avendo tra le mani la recente pubblicazione di Emerico Giachery dal titolo Voci del tempo ritrovato, non poteva non venire in mente il romanzo di Nievo, e ancora di più la memoria letteraria ci assale leggendo il primo capitolo: Un ottantenne ricorda, racconta.

L’ottuagenario Giachery-Altoviti racconta se stesso, facendo, quasi come un nuovo Robinson, un resoconto dei beni e dei mali della propria vita, attraverso il filo del ricordo, corroborato da un grande senso dell’ironia, una profonda emozionalità giovanile ed un grande bagaglio culturale e critico. L’autore si sente «un po’ come un atleta che ha raggiunto un traguardo significativo, sentendosi ancora abbastanza in forma». E proprio questo spirito giovanile gli fa progettare «quanto ci può essere ancora di interessante, di utile e di bello da fare e da coltivare, quanto di negativo da evitare».

Il volume, che corre sul filo del ricordo, attraverso uno stile sobrio e lineare, profondo e oculato, racconta l’adolescenza e le esperienze culturali ed umane che hanno fatto maturare il suo autore. Emerico Giachery, già ordinario di letteratura moderna e contemporanea nella II università di Roma – Tor Vergata, ha infatti dedicato un’intera vita a studi critici sui più diversi autori della letteratura italiana, a partire da Verga per giungere a d’Annunzio, Pascoli, Ungaretti, Montale, Albino Pierro e diversi altri autori. Questo volume, che è il proseguo di altri scritti, approfondisce quel percorso umano e letterario di chi ha preso parte attiva ad eventi culturali nazionali ed internazionali. Ma è l’adolescenza e la prima giovinezza ad essere soprattutto centro di attenzione, un’adolescenza inquieta e sognante che matura attraverso il susseguirsi di drammatici eventi evocati con tutta l’emozione e l’intensità del vissuto: da una Roma bombardata durante l’ultima guerra all’annuncio dell’armistizio, dalle angosciose attese della fine di una guerra all’arrivo degli Alleati, per giungere ad una nuova vita nella città liberata. Le immagini di una Cassino distrutta, o la visita ambigua del Führer, l’immagine di Mussolini, o l’occupazione della città, sono ancora vive nella memoria, e ad esse si intrecciano episodi scolastici, ricordi di liceo, l’incontro con Pascoli e il suo Alexandros, che poi ha segnato anche la vita del critico, ricordando come ha «studiato con emozione le varianti dei manoscritti conservati nella sua casa di Castelvecchio».

Questi sono più o meno gli argomenti affrontanti nel primo capitolo del volume, dove tra l’altro grande attenzione si presta ai ricordi scolastici a partire dalle elementari, da dove è cominciato quel cammino per poter Abitare poeticamente la Terra, parafrasando il titolo di un’altra sua opera uscita qualche anno fa. E la scuola ha certo influito sull’amore per la poesia «forse in parte innato», e la scuola, caldeggiava, rifacendosi ad una intervista fatta a Giovanni Gentile nel 1929, una aderenza «al sentimento, all’esperienza, ai costumi, alla lingua, all’anima del popolo; religiosa insomma, poetica, legata alle forme venerande delle credenze tradizionali, ma aperta e pronta alle suggestioni e alle ispirazioni della poesia e dell’arte». In questo panorama si presenta la figura di Luigi Russo, quel critico che molti ha influenzato e che – scrive Giachery – «la vita mi avrebbe fatto incontrare non solo in tanti libri da lui scritti, ma anche, in cordialità di rapporti, nella persona, molti anni più tardi».

Anni trenta: radio, libri e canzoni. Nel secondo capitolo Giachery si abbandona alla ricerca di quei ricordi dei primissimi anni di vita, o anche di quanto gli veniva riferito, attraverso le canzoni cantate nel decennio immediatamente antecedente alla seconda guerra mondiale che «raccontano con cordiale freschezza la vita italiana di quegli anni cruciali, mentre sotterraneo serpeggia tra il popolo il controcanto canzonatorio che mina il trionfalismo retorico dell’ufficialità ». La radio diventa un mezzo potente di comunicazione di massa e desta anche curiosità nei più piccoli. Nascevano le prime trasmissioni dedicate ai ragazzi, come adattamenti di Pinocchio o racconti e romanzi dialogati. Il giovane Emerico ammirava molto il protagonista dei romanzi della Primula rossa, mentre cresceva l’avversione contro ogni forma di giustizialismo, determinata soprattutto da un Robespierre incoerente che, mentre il 20 maggio del 1891 pronunciava un acceso discorso contro la pena di morte, qualche anno dopo operava in maniera totalmente diversa, facendo giustiziare molti avversari politici. L’Italia così, attraverso la cultura, cominciava ad unirsi ancora di più linguisticamente. Se all’inizio veniva data una patina di toscanità alle trasmissioni, in seguito avrebbe avuto la sua culla linguistica romana.

Il Lazio diventa per Giachery il centro dei suoi ricordi e delle sue riflessioni anche culturali. Il Latium vetus lo spinge a riflettere su teorie storiche, ma anche a rinverdire emozioni personali, nel capitolo dal titolo Lazio di memoria, mito e poesia. Il confronto si fa palese e contrastante tra una Roma odierna, nella quale la campagna romana non esiste più che nella memoria, e le «attrattive estetiche dell’antico Lazio... ben note a grandi pittori». E in quell’infanzia felice, tormentata dal triste evento della guerra mondiale, a tratti compaiono quei ricordi di passeggiate fatte lungo la via Appia, con la bicicletta o lungo le strade di Roma da dove era possibile rincasare «a volte – scrive l’autore con molta ironia – con qualche reperto non archeologico ma alimentare, davvero prezioso in quegli anni di digiuni forzati». Eppure è in quegli anni che matura l’interesse per la poesia, ma i versi scritti, ritenuti subito di così poco conto, vengono scartati, determinando un mutamento di rotta, dovuta ad un appello perentorio di un daimon interiore, per volgersi verso la ricerca del senso della poesia «attraverso il contatto col pensiero poetante e con l’attività interpretativa di testi letterari»..

Esplorato il Lazio degli antichi miti, l’itinerario dell’anima bramosa di cultura e di bellezza di Giachery, approderà in una Firenze appena uscita dalla tragedia bellica. Diventa questa la città ideale di artisti e letterati e ad essa egli si volge, anche se la sua è più una tendenza ideale che un desiderio soddisfatto.

Infatti, benché abbia trascorso molta parte della sua vita a Firenze, i soggiorni sono stati sempre brevi. La città ideale diventa una continua scoperta dell’arte italiana, ma soprattutto una scoperta di Dante, il «ragazzetto romano appena appena fiorentinizzato, andava a caccia di citazioni della Divina commedia incise su lastre murate in diversi canti della città». Essa, ancora in rovina, invoglierà ed attirerà tanti giovani propensi all’incontro e alla speranza.

Il ricordo continua a fluire. Il tempo perduto si tramuta in tempo ritrovato. «Il tempo che abbiamo a nostra disposizione è elastico: le passioni che sentiamo lo espandono, quelle che ispiriamo lo contraggono; e l’abitudine riempie quello che rimane» scrive Marcel Proust. Le illuminazioni della memoria tendono a comporsi nel fluire ritmato o melodico della scrittura, a perpetuarsi in scorci narrativi pensosi o ilari, a sollecitare appassionate testimonianze.

Il libro diventa luogo della memoria, il libro letto e il libro non letto assalgono l’autore come fantasmi. Il tempo appare allora prezioso. Il libro ritempra il tempo «assediato dagli infiniti libri non letti, e che mai leggerò, e che stanno lì a guardarmi con aria di rimprovero. Qualcuno ammicca invitante. Sommerso e intossicato dalla mia sterile pigrizia, ma al tempo stesso angariato dall’angoscia censoria che biasima il franoso non fare, qualche volta ne apro uno. Lo sfoglio, scopro inviti e tragitti che vorrei (o avrei dovuto) percorrere, labirinti, irraggiungibili galassie. Sete di possederli, ingurgitando idee e notizie e concezioni del mondo. Possederli tutti. E invece anche i tanti (e tuttavia troppo pochi!) letti, spesso diventati nebbia, pulviscolo, entropia.

Le isole sparse nel grande vuoto del non fatto, del non letto, come appaiono squallide, dirupate. Il limite di vita ormai così ravvicinato, l’esiguo lembo disponibile a un possibile fare ancora, accresce l’angoscia, scoraggia dal progettare. Il recupero del non fatto è impossibile. Come pesa il non fatto, schiaccia il possibile fare, lo intride di senso del Nulla!».

Il percorso della memoria si è concluso, la parola si è spenta in un libro e aspetta nuovamente d’essere riaccesa. Alla memoria verbale si aggiunge la memoria fotografica; i ricordi, dall’infanzia all’età matura, si fanno vivi. Un’ampia antologia fotografica spinge il lettore ad abbandonarsi, come il suo autore, alla memoria e al ricordo.

Recensione
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