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Boati dal profondo

Alla memoria risalgono, gorgogliando lievi in bolle di vetro i ricordi, in ognuna un suono, un colore, un profumo, uno spiraglio di luce, che con mani di bambino, ora che si è piegati al grigio degli eventi, si possono mirare con quello stato d’animo che si sofferma tra il sorriso e il pianto e offerte al lettore, perché le faccia proprie anche queste sue sofferte, vissute, intensità emozionali.

Un lascito di eredità affettive che calde, ancora, fanno sentire le gocciole sudore/sangue dalla fronte del padre, calato sulla vanga, cantando ai muli all’aratro, per lui che tra una pazza corsa e una fatica-giuoco / si insaccava di sole e ora reitera il testimone per quei figli che sono senza piume ancora nelle ascelle, perché sappiano il giogo che li attende: il giogo della vita con le sue fatiche e disillusioni, tanto che nella scalata si sente beduino smarrito / nel caos della metropoli. I dettami della vita sciorinati a sera dal padre con la schiena adagiata allo stipite dell’uscio sono il lievito del giorno: Ama la vita, mi diceva, tutti e tutto, / la famiglia è sacra, tanti amici onore, / il lavoro una benedizione e totale deve essere /il sacrificio per il tuo domani, per la casa e i figli. Punto punto fermo per arrestare anche il nero delle ombre tra le siepi il canto, le nenie della madre.

Nelle vene le radici di quelle spighe col capo basso al vento della piana e nell’eloquio la metafora pronta, la sintesi di un tramandare tipico della cultura orale, intessuta di associazioni, sinestesie, allitterazioni: tante, le volte in solitudine / a chiedermi il conto che sbilancia / come stadera starata in difetto / che più il debito assomma. L’inno alla vita si coglie, come la coglieva il padre di mio padre, nella gemma che divarica la scorza, nel verso di pascoliano riverbero: pigola di nidi il ramo fiorito. Non manca il tormento per il boato che lasciò sangue raggrumato nella conca di Palermo il 23 maggio 1992, il pianto per la terra dalmata, la presa d’atto che solo Caino si rinnova/per rendere ancora vano / quel grido d’amore similare che unisce Golgota e Calcutta.

Il poeta che si dipana tra idealità e cruda realtà non ignora che la precarietà e l’inganno, / l’essere mendace e la violenza / sono e rimangono connotati di sopravvivenza ed emblematico il suo approdo sicuro, fermo come solo la fede dei padri insegna e tanto più icastica la riscrittura del “Pater Noster del 3° millennio”, a monito di altri boati: abbiamo chiuso Tuo figlio a più mandate / nelle chiese vuote a al buio, /…// liberi di fare - nostra mala volontà//…// il pane è impastato col sale dell’egoismo/e acqua inquinata d’indifferenza.

Recensione
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