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Commemorazione del poeta Pasquale Martiniello

“un ricordo” da parte della figlia Luisa a dieci anni dalla scomparsa

Pasquale Martiniello è nato il 20 gennaio 1928 a Mirabella Eclano, ove è morto il 24 febbraio 2010 trascorse la giovinezza fra lavoro nei campi e studio. Ha frequentato il liceo classico. Si è laureato in lettere presso l'Università di Napoli con una tesi su Giuliano d’Eclano, vescovo pelagiano e Agostino. È stato Preside nella scuola media di Taurasi e di Morra de Sanctis. Ha insegnato negli istituti magistrali di Lacedonia e di Benevento, nei due i licei classici e scientifici di Pietradefusi e Passo di Mirabella è stato preside nei licei di Vallata, Mirabella Eclano e Pietradefusi (Avellino).

Ha organizzato nel 1967 un “Movimento Giovanile”, inteso alla protesta e proposta per la soluzione di vitali problemi per il paese. Ha promosso e realizzato nel 1969 l'istituzione del locale Liceo Scientifico; nel 1970 l'introduzione nella scuola media statale “Raimondo Guarini” dello studio della lingua inglese; nel 1973 l'istituzione del Liceo Ginnasio e di tre scuole materne e di un asilo nido; nel 1974 ha realizzato l'autonomia del Liceo Scientifico; nel 1982 ha istituito il premio nazionale di poesia Aeclanum. Ha partecipato alla vita amministrativa sino a ricoprire la carica di Sindaco negli anni ‘ 70, sotto la cui gestione furono realizzate varie opere pubbliche nel settore scolastico. Ha precorso i tempi delle riforme e promosso con l'Associazione “Linea Eclanese”, a cui ha dato vita, l'incontro annuale di un poeta premiato all’ Aeclanum con gli alunni del locale liceo classico, i quali ne hanno studiato un'opera a livello di analisi testuale sotto la guida della figlia Luisa. Da tale esperienza sono stati pubblicati volumetti sulla poesia di Coppola, Luongo Bartolini, Crecchia, Andolfi,ecc.

Ha organizzato nel 1983 un Convegno su Giuliano d’Eclano con gli interventi dei Chiar. mi Proff. Giovanni Polara, Antonio Vincenzo Nazzaro , Arturo De Vivo, Giorgio Jackson dell’Università di Napoli e della Calabria; una giornata culturale nel 1986, “La disputa fra Giuliano d’Eclano e Agostino” con l'intervento di A.V. Nazzaro, E Maria Luisa Annecchino dell'Università di Napoli; la presentazione del libro “Giuliano d’Eclano “di Marandino con l'intervento dell'On Prof. Gerardo Bianco; nel 1995 la presentazione della mostra fotografica e del testo “Aeclanum” tra archeologia e storia di Luisa Martiniello con interventi di Padre A. Salvatore, Gianpiero Galasso, di Mons. N. Gambino e la dott.ssa Gabriella Colucci Pescatore. È stato l'ispiratore e assertore del convegno internazionale, celebrato nei giorni 4-6 giugno 2003 a Mirabella su Giuliano e l'Irpinia cristiana. La pubblicazione degli atti è stata curata dal Chiar. mo Prof. Antonio Vincenzo Nazzaro dell'Università Federico II di Napoli, Accademico dei Lincei. Ha fatto parte di giurie di concorsi poetici quale componente o presidente. È stato socio di accademie e associazioni culturali: Accademia Tiberina; Unione della Legion d'Onore; Associazione Nazionale “Poeti di Cristo”; Accademia Internazionale Federico II; Centro Letterario-Artistico Martin Luther King; Accademia Int. le di Pontzen; Accademia di Paestum; Accademia Int. le di San Marco; Accademia Int. le Lucia Mazzocco Angelone; Accademia di Scienze Lettere e Arti; Accademia Parnaso; Accademia Culturale d’Europa; Accademia Partenopea; Associazione Liberi Scrittori Italiani. Numerosissimi i premi, nonché quelli alla carriera e cultura. Inserito in antologie nazionali e internazionali, in Dizionari, è presente in Storie della Letteratura Italiana e la sua poesia ha trovato spazio accanto a quella di Sandro Penna, Ignazio Butitta, Vittorio Sereni, Franco Fortini, Andrea Zanzotto. Si sono interessati alla sua poesia con prefazioni e recensioni nomi noti della critica contemporanea.

Ha pubblicato di poesia:

1976 Testimonianze Irpine, Editore Calabrese, Lioni (AV)
1977 Verso il Giudizio, Editrice Ferraro, Napoli.
1979 Esodo, Editrice Ferraro, Napoli.
1980 Il passo del sole, Premio editoriale, Edizioni Presenza, Napoli.
1982 Lacrime sulla soglia, Editrice Ferraro, Napoli.
1986 Vipere nello stivale, Editrice Ferraro, Napoli.
1989 Il lamento di Gea, premio editoriale–Monferrato ’89 – M.S.A., Vercelli.
1993 L’ora della iena, Editrice Ferraro, Napoli.
1995 I canti della memoria, premio editoriale- G. Gronchi-Ed. Ibiskos, Empoli (FI).
1995 Le piste del tempo, Editrice Ferraro, Napoli.
1997 L’orlo del bicchiere, Editrice Ferraro, Napoli.
1998 Memoria e Tempo, Editrice Ferraro, Napoli.
1999 I lunatici, Editrice Ferraro, Napoli.
2000 Radici, Editrice Ferraro, Napoli.
2001 La vetrina, Editrice Ferraro, Napoli.
2002 Ossimori, Editrice Ferraro, Napoli.
2003 Il picchio, Editrice Ferraro, Napoli.
2004 La zanzara, Editrice Ferraro, Napoli.
2005 I ragni, Editrice Ferraro, Napoli.
2005 No munno spierso, Editrice Ferraro, Napoli.
2006 Occhio di civetta, Editrice Ferraro, Napoli.
2007 Le faine, Editrice Ferraro, Napoli.
2008 Il formichiere, Editrice Ferraro, Napoli
2009 Le cavallette, Editrice Ferraro, Napoli
2009 Aktίs, Editrice Ferraro, Napoli

Ha pubblicato di saggistica:

1997, Nicolò Franco beneventano, Ipotesi di teatro di Giuseppina Luongo Bartolini, Editrice Ferraro, Napoli.
1998, Zolle all’ombra (romanzo) di Maria Luigia Cipriano Poligrafica Irpina, Lioni (AV).

Ha curato antologie poetiche: 1990, “Il Città di Solofra”, Edizioni G. Guarini, Solofra (AV) con V. D’Alessio;

2002, “Il Ventennale dell’Aeclanum”, Editrice Ferraro, Napoli.
2009, Giuseppe Giacalone, Pane e sale, Editrice Ferraro, Napoli.

E’ presente in antologie scolastiche e storie della letteratura italiana. Si citano: Lettore / Scrittore, per una didattica modulare della letteratura italiana ‘900, di E. Magliozzi, C. Attalienti, G. Cotroneo, M. Gallo e E. Massina, Fratelli Ferraro Editori,Napoli,2003,pp. 558-563. L’identità del testo, Tomo XII, Le esperienze letterarie contemporanee per una didattica modulare, diretta da Giuseppe Giacalone, Fratelli Ferraro Editori, Napoli, 2004,p.478;pp.481-483. Spazi e Testi, Novecento, Tomo B , EdizioneVerde, di E. Magliozzi ed altri, Fratelli Ferraro Editori ,Napoli,2005,pp.1294-1299. Il costume letterario, vol.VI, pp.672-676, Fratelli Ferraro Editori, Napoli, 2009. E’ nell’Atlante Letterario Italiano, Editrice Libraria Padovana, 2007 /08, pp.211-217; in dizionari e antologie. Si citano: Poesia /Non Poesia /Anti-Poesia del ‘9OO italiano; L'altro Novecento, vol. III, La poesia etico-civile in Italia; L'altro Novecento, vol. IV, La poesia etico-religiosa in Italia; L'altro Novecento, vol. V, La poesia centro meridionale e insulare; L’altro Novecento, vol. VII, La poesia “impura”; L’altro Novecento, voll. VIII e IX, La poesia “onesta”, di Vittoriano Esposito, Bastogi, Foggia. Antologia della Poesia Contemporanea, Editore A Lalli, Poggibonsi (Siena). Poeti Irpini nella letteratura nazionale e regionale, Accademia Partenopea,’93. Scrittori Italiani del II Dopoguerra, La Poesia Contemporanea,’97 e "Letteratura Italiana", voll,2,3 e 4, Editore Miano, Milano. Dal pensiero ai segni, di D. Cerilli, Bastogi, Foggia. Litania del nome azzurro-Poesia religiosa italiana, di Teodor Capota, Editura Dacia ,1999, Cluj-Napoca, Romania. La pratica della Letteratura, vol.2, Novecento, di Giuseppe Giacalone, Fratelli Ferraro, Editori, Napoli,’97.La soglia dell’esilio, di A. Contiliano, Prova d’Autore, Catania. Poeti in Campania, di G. Battista Nazzaro, Marcus Edizioni, Napoli 2006; Poeti del Sud, vol.2, di Paolo Saggese, Editore Elio Sellino ,Avellino. Letteratura Italiana, Poesia e Narrativa del secondo Novecento e Testi, voll. I e III, di Lia Bronzi, Editrice Bastogi, Foggia; Critica Letteraria del Nuovo Secolo, di F.M, Maggi ,LatMag Editore,2008.

Si sono interessati alla sua poesia con prefazioni, recensioni, giudizi :G. Giacalone, Ugo M. Palanza, G. Sanciro, E. Greco Genesio, G.P. Piccari, L. Pumpo, F. Giordano, A. Di Napoli, V. Napolillo, V. Esposito, M.Sovente, A.M.Moriconi, U.Piscopo, G.Raimo, G.Marzoli, A.Popoli, G.Panzani, G.D’Errico, E.Verdura, G. Bárberi Squarotti, P. Fabrini, F. D’Episcopo, A. La Rocca, M. Sipala, A. Quasimodo, A. Gallotta, G. Spinelli dé Santelena, A. Ragni, R. Cammarata, R. Carifi, A. Iannaco, G. Di Spirito, S. Salvatore, D. Del Vecchio, V. D’Alessio, G. Giannini, M. A. Iarrobino, F. Mannoni, A. Scarpa, F. Di Zenzo, A. Crecchia, A. Iaccarino, S. Moffa, G. Amodio, F. Bellomo, L. Bruno, A. Montano, M. Pierri, G. Salvemini, D. Papetti, A. V. Nazzaro, A. Vegliante, M. Sessa, A. Saveriano, D. Turco, G. Luongo-Bartolini, S. Silvestri, G. Chiellino, C. Rodia, S. Tietto, P. Colombani, L. Leon, A. Esposito, F. Rota, A. Finiguerra, F. Alaimo, S. Demarchi, F. Salerno, A. De Francesco, A. Bonazzi , G. Iuliano, R. Greco , B. Andolfi, F. Mandrino, D. Moschella, R. Rebuzzi, D. Monreale, L. Grita, F. M. Maggi, G. Pampallona, P. Matrone, N. Di Stefano Busà, R. Tassinari, R. Agnelli, M. Razza, I. Villani, A. Coppola, O. Tanelli, N. De Maina, N .Pardini, N. Iacobacci, P. Saggese, P. Losasso, E. Diedo, O. Linguaglossa, G. Bava, M. Mastrangelo, N. Carosi, G. B. Nazzaro, U. Vicaretti, L. Nanni, P. Maffeo, P. Perilli, L. Fontanella, G. Tedeschi, M.T. Epifani Furno, F. Buldrini, G. Ladolfi, S. Tartaglione, S. Demarchi, R. Cerminara, G. De Rienzo, G. Anziano, C. Manzi, L. Alfieri Medea, L. D’Ambrosio, V. Pardini, G. Napolitano, L. Selvaggi, E. Concardi, E. Conti, E. Andriuoli, E. Davolio, L. Bronzi, A.Contiliano ,F. Castellani, S. Gros-Pietro.

Antonio Crecchia ha curato: L’evoluzione poetica spirituale e artistica di Pasquale Martiniello, Editrice Ferraro, Napoli ,2007, pp. 272.
Antonio Crecchia: AA.VV, Ricostruzione critica dell’opera poetica di Pasquale Martiniello, Ed.ac, Termoli, pp.76; 2007.
Luisa Martiniello ha curato: Pasquale Martiniello, La poesia nella scuola Gli alunni del Liceo Classico Aeclanum a confronto con il poeta, E.I.P.pp.100;2009.

Le indicazioni non esaustive da sole danno un’immagine dello spessore artistico e culturale di mio padre, che ha dedicato tutta la sua vita alla poesia. Socievole nei rapporti interpersonali, severo con se stesso e con noi figli, per la coerenza morale, educatore per scelta, ci ha insegnato a guardare con spirito critico gli eventi,i mutamenti, ma soprattutto la realtà e a incidere su di essa costruttivamente e a guardare avanti “con la faccia pulita” , senza farci invischiare dalle parole suadenti di personaggi posti a destra o a sinistra in perenne contraddizione.

La sua nascita ufficiale come poeta porta la data del 1976, con la pubblicazione del primo libro di versi “Testimonianze irpine”, dopo un anno con “Verso il giudizio” l’aspetto bucolico di questa terra cede il passo alla ricerca delle cause della povertà endemica e si fa strada la certezza che lo stato di abbandono e di emarginazione è dovuto a cause storiche e umane ,alla cultura del menefreghismo e pressapochismo di chi ha il controllo della cosa pubblica. Il Sud è la terra dove “la parola si falcia sul ciglio della gola” e “il nero delle vesti soggioga il verde”. In “E siamo soli” è sintetizzato il senso di precarietà e abbandono delle donne “dall’età scolorite/con al petto croci e rosari/su una terra cappucciata di verde/avara di nido/ove pure da vecchi si fatica e si sconta l’esodo, che spegne/ focolari per approdi, nuovi di vita”. Con “Esodo” si prepara la stagione delle opere fortemente impegnate negli ambiti dell’esistenziale e del sociale e il suo linguaggio si fa sempre più aspro, sferzante, martellante, impietoso. Di fronte ai grandi problemi elusi dal potere, il suo grido vibra più forte, smaschera drammatiche verità, disagi e malesseri che attanagliano la gente, fino a diventare nelle sue ultime opere ribellione aperta contro ogni forma di ambiguità e inautenticità politica. La sua poesia diventa diaristica registrazione degli eventi quotidiani. Appunta versi accanto agli articoli del quotidiano, poi trova la parola tagliente, che pungoli e faccia montare l’indignazione. In un mondo così disumano e alienato si fa interprete del dramma mondiale in nome dei valori umani e affettivi che riesce fino alla fine ad esaltare. ”Qui ,madre, si muore nel freddo silenzio/…tra/una selva di mani senza calore”, esalta l’amicizia come unico correttivo e valore positivo e dedica a questo tema versi che hanno il sapore di una religiosità senza tempo e confini: “Amico è chi beve/al tuo bicchiere rotto,/scola nei ritagli della sera /la fiasca, per te /spaccando l’ultima goccia./ Si prende il tuo dolore,/mendicando piaghe di sventura”(Il lamento di Gea).La consapevolezza di navigare in un mare di brutture lo spinge al recupero memoriale con “I canti della Memoria”.Si evince la consapevolezza amara che indietro non si torna, che è superata la religione dei padri , l’amore viscerale per la madre terra, il divinare e quindi la memoria serve solo a dissodare immagini sepolte nei solchi del tempo ,quando lui faceva col padre “paranza alle fatiche”. Ma più amaro è scoprire quanto siano effimeri e transeunti i valori “artificiosi” attivati dall’uomo civile. Egli non castigat ridendo mores ,ma è più propenso a fustigare che a perdonare ne le liriche de “L’orlo del bicchiere” e dà voce all’intimità della sua coscienza di uomo di sicura e salda fede quasi a voler cancellare la cruda realtà, dove è spenta la fiamma spirituale sotto i colpi dell’egoismo, del materialismo cinico, fautore di affarismi .Considerato un Giano bifronte, perché ha sempre avuto uno sguardo al passato e uno al presente con “I lunatici” rivolge ancora il suo indice contro le iene, gli avvoltoi, i lupi della politica ,denuncia il parassitismo intellettuale, le sbavature della burocrazia, la diffusione sempre più ampia della corruzione, dei vizi, della criminalità, dei falsi miti del benessere ad ogni costo ,del piacere fisico. ”L’oro abbaglia e taglia la radice fragile dell’anima”, ”Le catastrofi morali sono più/rovinose di quelle naturali”(Radici).Ne “La vetrina” l’indignazione è per la miseria spirituale profonda che ha messo da parte i valori morali e culturali per far spazio ancora una volta all’edonismo, all’arrivismo, al relativismo. I sacrifici non pagano in quanto “Questa società è da manicomio/Divista e pallonara s’infatua glorifica/emargina chi non si lascia divorare /dalla fiamma del successo”. Qui con una versificazione incalzante e tagliente ironia svela i nodi del degrado sociale politico e umano: “Siamo un paese di parolieri/ e fattucchieri appatentati / di innovatori e riformisti / con teorie nel cassetto”. ”Da bravi atei teniamo la fiala d’acqua / santa sotto il guanciale e ci segniamo /la fronte con croce quando il cielo allampa….la ruota incide anni /che vanno al macero col vento e la vita paga i sudori con false /monete”. Durissimo è con i politici che definisce “giocolieri/che duettano con armi di pupari”. ”Ossimori” è dedicato “ai discenti di questa terra azzittita” che invita a “ mettere con garbo fuori/dalle aule le cicale monocordi/i non creativi/…/Vi rendono passivi acritici/abulici e distratti come loro/giocati dalla vita”. Egli è tormentato dalla sfiducia, analizzando i modelli fuorvianti. “Quanta nuvolaglia di mosconi/vive parassita. E’ una palude estesa/dura ad ogni spray”. Vi sono denunce a sangue, tracciati di partecipe umanità, segni di fede, coinvolge il lettore nel creare un mondo nuovo e diverso, all’insegna del rispetto della vita e toccanti sono i versi per il tragico 11 settembre ne “Le due torri gemelle” ……….//La ruota bendata s'incaglia/inattesa e cambia il cuore della terra/il colore del cielo e il giorno dell'uomo /Mattino dei cipressi /11 settembre 01, ore 8,45, USA /La Storia/cade su se stessa aperte le macabre cantine/ rosari di massacri sgrana/ Muta occhiali carta inchiostro e penna/ L'antenna segnala il cambio del tempo”.

Da “Il picchio “ in poi si può dire che la sua poesia non assume nessun valore consolatorio, ma speculativo, urticante, edificatorio, non ammette repliche, si fa coscienza critica di un’epoca , di una cultura asservita, impugna la spada della poesia e conduce con più vigore la sua crociata contro la corruzione, l’egoismo, reclama una palingenesi delle istituzioni, della natura, dei comportamenti, delle virtù e non a caso è stato posto ad esempio per i giovani poeti nel Manifesto dei Poeti Irpini del 1997. Per i giovani aveva creato una sezione nel premio Aeclanum, per loro ha scritto testi significativi per metterli in guardia contro l’arroganza ,i soprusi , le occulte manovre politiche, l’involuzione comportamentale. Per loro auspicava un miglioramento attraverso lo studio ne “La scuola”: Chi entra in me/con la sera, /riparte/con lanterna di luce”. Si può dire che si sia dato un mandato etico contro le devianze di una società rosa alle radici da mali esistenziali e politici. Il suo risentimento non è contro il sistema politico democratico, ma contro una casta rapinatrice, che specula, ammalia, fa demagogia. Egli invita a guardare oltre il proprio recinto, la propria individualità, così la sua poesia si affianca alla storia e s’accresce la vis polemica ne “Il formichiere” 23esima raccolta contro i piragne della politica, della mafia, della camorra, dell’ideologia del divide et impera, della dialettica del gettare fango addosso all’avversario, contro le promesse-ciance, le omelie infinocchiatrici, le promesse accantonate una volta passato il turno elettorale, giacché la politica si rivela sempre più arte della menzogna ”la vergogna va strappata dalle pagine/ della storia altra fogna del sangue/della verità gridata e crocefissa: la casta degli imbroglioni che guazza in accumulo di privilegi /d’oro/va appesa e fissa all’uncino dell’asta” o “messa in pentola”. Lucida è l’analisi con cui rappresenta le bestialità che si consumano ogni giorno dove è la logica perversa dei “briganti/satrapi drogati dal potere” e “anticristi portatori di disordine morale/ di illegalità e violenza”. Poeta civile sempre agguerrito guarda verso ciò che accade oltre la soglia e la storia presenta il conto delle ruberie, si ruba “il bastone al cieco, al bimbo il latte/al povero il sogno d’un tetto di paglia/al viandante la certezza dell’arrivo/l’ala alla rondine postina di primavera”. Tutto va in malora, perché “malata è questa terra di odi e veleni/malata è la politica ultraciarlatana…/Malata la famiglia di svincoli e fughe/Malata la società epicurea e obesa/malata la stessa fede di fumi e ceri/ di cattivo sego e zoppica larga di scarpe senza lacci” (La zanzara). Attuali da “Il formichiere” le liriche “Se crolla la borsa” e “Hanno cilindri” che ho avuto l’occasione di analizzare con gli alunni del liceo classico “Aeclanum” nell’incontro-dibattito tenutosi il 22 novembre 2008 presso il teatro comunale di Mirabella Eclano .”Se crolla la borsa si bruciano/gli averi dei ricchi E’ loro/il mal di pancia Non certo tanto/Non si sono mai scorticato il collo/o ferite o sdrucite le mani e le piante/callose dei piedi Vadano allo spiedo/le sostanze improprie Il povero si/dispera al suono della grandine/La sua felicità divampa da un tozzo/inzuppato in un bicchiere e dal succhio/di un osso spogliato d’un coniglio/ selvatico Tira la vita rubando al tempo/le spighe dei giorni l’unico oro contro/gli artigli della storia” - “Hanno cilindri mantelli per tutte/le feste e canti per ogni stagione/E’ la moda di grilli cicale e quaglie/Una realtà tessuta di reti e maglie/giostrate da notturni e abili pescatori/ E’ questa la migliore democrazia/fondata di fatto su disparità sociali/gestita da clan di pupi e pupari genia /insolita e di prospettive avara/per giovani intristiti di sogni e operai/precari logorati da batticuori senza/steccati protettivi C’è un mondo dalle/tre facce l’una dei danarosi e privilegiati/obesa e appollaiata su carrozza d’oro/con le chiavi del paradiso senza dio/scortata da uno sciame di parassiti/l’altra che si arrangia con impieghi /e si logora in miniere forni e officine/con paghe da ignobili elemosine la terza/marcia nel sottobosco della frode con/lavori al nero artigliata da miseria che/sillaba echi di sirene al sole degli scogli”. Anche ne “L’ora della iena” possiamo leggere il dramma dell’Italia delle ultime ore: “ Fiuta /l’ora la iena/Moribondo/giace lo Stivale/dai tarli del danaro /cancrenato”. La lirica datata 1993 è più attuale che mai. Già ne “ I ragni” lo spettacolo della cattiva politica aveva reso il ragno il simbolo del tessitore per eccellenza, ovvero il predatore-manipolatore. ”loro-i grandi ragni - / carichi di mensa e lievito di privilegi/hanno alta dignità da proteggere/Non conoscono il tormento dei tarli/economici che rodono il pensiero e il fondo/della borsa della spesa e fanno dura/e avara la mano dei cristi pensionati”. ”Catturano voti i ragni rossi/e i miseri devoti restano /nel pantano paperi d’illusioni/acri”. ”Ala di poesia essere/dovrebbe la politica/la sfida nobile delle idee”. In “Occhio di civetta” questo uccello diviene metafora della saggezza malintesa, di chi ha la funzione di assennato messaggero, di chi inneschi un processo di demistificazione, è in definitiva il poeta-picchio che allarma, crea disagio con le sue denunce di altre follie, di altre atrocità, di una società regredita allo stato ferino, insaziabile, guerrafondaia. ”Qui c’è chi depreda/da una vita/succhia ingordo il sudore/degli operai/toglie puntuale dalla busta/paga il pizzo per se stesso/Ogni domenica va all’altare/Si genuflette riceve fra le mani/con faccia contrita l’ostia/magari gli scoppiasse in bocca/come un petardo/Allora crederei al miracolo/Orrore mi fa questo parassita/che nutrisce il suo gregge su l’erba/altrui Come sei lenta o Pazienza/con la bilancia giostrata da toghe sonnacchiose”. Anche nel suo ultimo libro edito nel 2009 “Aktίϛ” non manca di volgere lo sguardo oltre il sé e denuncia la corsa al potere:” Appena possono/Si intanano come anguille/Appena possono arpionano/il potere e della magra si rifanno/si predicano onesti ma appena /in sella rubano cavallo e carrozza/Si augura un osso di traverso nella /strozza”.

Nella sua produzione poetica non c’è libro in cui non si avverta la presenza di Dio, visto non come Entità astratta, lontana, estranea, che al compimento del ciclo vitale di ogni essere pesa e valuta la gestione del suo dono per assolvere o condannare, ma come padre e madre, che vivono e soffrono, lottano e sperano, gemono, gioiscono, cooperano per la nutrizione, la crescita, l’educazione delle loro creature. E’ lo stesso Uomo, che subisce la crudeltà della storia, è la Sofferenza del povero, il Pianto dei bambini abbandonati, il Sogno dei giovani, l’Ardimento operoso degli uomini onesti, la Mano che medica l’asprezza delle ferite ingiuste, la Voce della pace che travaglia le coscienze sensibili, la Luce che rimuove nebbia e foschia dalle menti perverse, il Sollievo nella solitudine del cuore in questa civiltà così carica di aggressività e falsificazione, la Forza dell’accettazione di ogni disumano annientamento ed eccidio. Dio è il deportato, il brutalizzato, l’annientato nei campi degli stermini nazisti. Vedasi la poesia “Auschwitz” in “Memoria e tempo” del 1998 in cui Gesù, tradito, deportato, fiaccato dalle lunghe fatiche, roso da malattie, uomo cavia, patì la fame, il gelo, l’ingiuria delle brache; mostrò più volte agli aguzzini il torace scarnito dai digiuni, le natiche di cartapecora, le cosce esili d’un pettirosso e fu reso prima di entrare nella camera a gas incapace di gridare e soffrire. Fu reso ombra anonima tra miriadi di ombre lacerate, fotocopie della rovina della specie, ma fu anche la scintilla che sulle costole della morte accese la vita, la nuova alba, dando all’erba il colore naturale perso, il profumo ai fiori ,il sapore al vento. Gesù è il bambino nato, che divide il suo corpo e dona i piedi al bambino mutilato del Kosovo, il cuore al pastore afgano falciato con il suo gregge, sperso in polvere dalle bombe, gli occhi alla giovinetta accecata da granate al fosforo, le gote alla donna ribelle al burqa sfregiata dai talebani, il sangue ai feriti di fede ignota, le mani alla nonna contadina, spezzate da una mina (Natale ,Ossimori, 2002)Il rapporto con Dio e i Santi è un continuo colloquio, talvolta drammatico, conflittuale del credente ribelle ai mancati segni, a punizioni esemplari, correttive. La stessa Madonna è concepita più umana che divina, più vera madre carnale che un’idea di luce, più sofferente che lenitrice, che perdona per una rosa al suo cuore trafitto da tanti aghi e spini santi. Educato e cresciuto nella semplicità dei sentimenti, nella frugalità, nel rigore etico della civiltà contadina per la quale, come era solito dire, fare del bene non costa nulla, nel culto della parola data, nell’osservanza dei precetti religiosi, nella pratica dell’altruismo, nella condivisione delle privazioni e delle taciute ferite, subite per la violenza degli elementi atmosferici e sopportate con patita indignazione, mostra insofferenza contro il predicatorio, la vistosità scenica ,la pastoralità spettacolare, la morte della fede autentica, il cinismo del cristiano, lo sgretolamento lento della famiglia, la crisi della scuola, i sacerdoti senza Vangelo, le lucerne spente o distorte degli intellettuali, i seminatori che non curano i germogli per l’oggi, le piante per domani, i semi per un fruttuoso futuro. In “No munno spierso” anche i danni atmosferici vengono accettati dalla comunità rurale con serena accettazione e suonano le massime di un mondo perduto, ripescato nella memoria e fatto rivivere nel dialetto degli anni ’30. Si benedice il tozzo di pane :”Ràzia a Ddio ca immo fatte sta mmerenna puro/sta mmatina(Grazie a Dio che ha concesso /di far merenda anche questa mattina) .“Quanta ote immo preato lo Patatwerno/ca firnisse re chiove ma nu nci àie senduto/Puro Isso tene re rragione soie/Se troppe t’allamiendi faie puro peccato/A Ddio no s’accommanna no le lo puoie passà nnanze(“ (Quante volte abbiamo pregato il Padreterno/perché facesse smettere di piovere ma non ci ha /ascoltati Pure Lui ha le sue ragioni/Se troppo ti lamenti commetti pure peccato/A Dio non si danno ordini non puoi contraddire /la sua volontà). Per il suo ultimo Natale l’editore Luigi Ferraro gli portò in dono la prima copia stampata della neonata “Storia e Testi della Letteratura Italiana e straniera: Il costume letterario” a cura di Bonora-D’Alessio-Di Rocco-Sacco. Alla pagina 672 del VI vol. con Giudici, Volponi, Bertolucci, Betocchi, Giacalone figura papà e a suggellare il suo ricorso alla fede, all’attesa di un intervento soprannaturale, tanto più accorato, quanto più la società degli uomini mostra le sue storture, l’omaggio della poesia “Pane di luce”, che mio fratello Alfonso Roberto ed io abbiamo scelto anche come dono agli amici nell’immaginetta ricordo. ”Pane di luce Signore/Qui/il provvisorio è regola di vita/e la parola/ha il succo di cicuta/La ricchezza improvvisa/accende illusioni da vetrina/e nelle mani spesso insanguinate/si porta la facile rapina/Manca il timore della Croce/e agli occhi/la bilancia che ci acquieti/Impauriti/dai ragni della sera/siamo punti d’un secolo malato di veleni/In questa scurìa da lupi che ci affonda/càlaci corde di sole”. (da Vipere nello stivale, 1986) La data della poesia propone (e giustifica) immagini di una società stretta nella duplice morsa del terrorismo e della corruzione morale e politica. La poesia, diceva, insegna a conservare la dignità contro servilismi e baciamani. La sua è una voce poetica internazionale, feconda, originale, innovatrice delle strutture stilistiche e linguistiche, coeva, sempre attuale per densità ed eterogeneità di contenuti: dall’infimo al sublime tragico, dal fisico al metafisico. Ai giovani che gli chiedevano di parlar loro di poesia così rispondeva….. “ Non può affatto la poesia usare il linguaggio dell'omologazione, del consumismo, del conformismo; dev' essere fuori dal poetichese e dal politichese. Il linguaggio dev'essere costruito da ogni poeta ed essere ambiguo e polisemico, ardito nelle figure. Perciò è poeta chi sa creare immagini nuove e vive; sa dare alle parole dinamicità, forza e peso e rendere l'atto poetico una creatura fisica, concreta, che respira, parla e coinvolge e scoprire relazioni più impensate fra le cose e gli oggetti più distanti ed estranei. Non si può giocare su rielaborazioni imitative velate o camuffate. L'originalità è creazione specifica inimitabile, che può essere data da forte estro, vigore di fantasia, possesso di mezzi tecnici e capacità di vista lunga e di ascolto profondo, penetrazione e attraversamento, non consentendo nel proprio territorio presenze improprie; un consiglio umile è questo: resistere all'addomesticamento del pensiero poetico in una società del tutto omologata, che snatura, trucca, falsifica, svende; essere fuori da ideologie che imbrigliano l'intelligenza di una diversa lettura o decifrazione delle cose del mondo e del tempo presente; riportare l'uomo al centro della vita, quell'uomo cacciato dalla moda dell' "usa e getta", e reso cosa, oggetto, merce; non farsi assorbire dalla globalizzazione, affermando con forza il "particulare" come luogo di identità, di soggettività, di essere altro come elemento di ricchezza specifica nella comunità; sapere usare la parola che è il mezzo più potente che pensa il mondo e si pensa nel mondo e credere nella poesia la sola capace di libertà e autonomia, la sola che non conosce patti o compromessi per fini di utilità o di mercato; la sola che non conosce inchini e ossequi, perché essa è l'uomo senza aggettivi ed è quella che se non modifica la storia, il mondo, almeno è voce ,sostegno, conforto, medicina che aiuta a vivere e a scoprire la propria interiorità e a gridare in silenzio contro ingiustizie e prevaricazioni, essendo il silenzio la paura più terribile che possa inquietare il potente.”

P.S. La poesia che mi è più cara è tratta da “Lamento di Gea”, “Monferrato”, 1989, perché sintetizza un secolo vissuto dalle donne di famiglia, divise tra sacrifici, lavoro e silenzio, che come tutte le donne del Sud, trovano negli studi delle nipoti il riscatto.

Donna, ieri e oggi

Mia nonna era una cavalla da trotto,
senza calèsse, con denti schiodati
e alito d’aglio:
Serva di cucina e stalla, mai sazia di sonno,
era un condottiero nei campi
con vanga senza gloria.
Con fede e fatiche anche dalle ortiche
cavava olio e nelle pause, rare di riposo,
balbettava col rosario.
Non diverso lo scenario per mia madre,
analfabeta per stirpe.
Mi sembrava una serpe vogliosa di sole;
si cuciva con il lavoro e il sacco del giorno
riempiva di silenzi e d’amore.
Brillavano negli occhi le parole
quando impastava la farina d’oro,
poca per la fame di noi pulcini vagabondi.
Il suo sapere era di spiccioli di favole
con fatine e regine…fioriva il viso
della loro felicità.
Ancora giovane lasciò il cuoio della vita
con il sogno del mare, senza imprimere orme.
Fosco e crudele, ieri e oggi,
con la donna, il mondo! Anche le mie sorelle,
battezzate con scarsi spruzzi di cultura,
sono tuttora mule di trappeto.
Girano la macina del giorno con bocca chiusa
e occhi aperti a cruna d’ago, arsi di calura.
Sulla lingua il sapore del pane,
che ha l’amaro del tabacco, nel cuore le ferite
di bugie dei chiari di luna.
Mia figlia, uscita dal recinto dei ciechi,
con il latino e il greco ha rotto le catene.
O gabbiano di luce, pari sono i piatti della bilancia.
Non uccidere nella donna la madre, se ora tu voli
per cieli lunari o acceleri le ali al canto
del motore sulle lunghe e nere fettucce di lumaca.
Io godo del sale della sapienza, che tu esprimi
nei segni che fanno umana la pietra.

Molte sono le liriche dedicate alla sua terra irpina, ma una, in particolare, apre lo spaccato di quelle dedicate al terremoto del 1980 e in dialetto.

La jastema

Se pozza capotà lo munno
sott’en’ncoppa
e spezzecà li sande
ra re mmure
S’àdda sterrà sta càsera
ri pizzienti
e squaglià sto ciero ‘e rama
S’àdda asseffonnà
sta terra sembe mberucchiuta
Laùri còmme na rannata
T’appicci e scàuri ll’anema
e nnu nte truove maie
Accussì fatìe fatìe pe n’annata
pe’lo reaolo re furmicule e ll’animali
Mo la orea mo n’ajelama mo na jazzaneta
mo no cauro ’e furno ca t’abbrucia
Quanno lo pataterno s’attacca li cauzune
no’ ncare na stizza manco se la pave
a piso r’oro E sse no’ ncchiove còmete
‘uoie arreparà? A ‘la raccoveta
le caraune te vire sulo mmano
Canda cecàra inda sta jornata! Sto scuorcio
a cuoddo còmme nu juorno se ne vace
E ttu nu nzaie còmme sape nu mùzzeco re pane
e comm’è ncauruta ll’acqua ca te bbivi
Pozza venì a ttremà na bbona ota Ammeno
quann’à muort (o) t’accuiete pe’ na vita
Passa l’angiolo nievero e rice : Ammènne

Se crolla la borsa

Se crolla la borsa si bruciano     metaf. del verbo,anastrofe  ,sineddoche
gli averi dei ricchi E’ loro*       *enjambement      anastrofe
il mal di pancia Non certo tanto         metafora sinestetica   ellissi del verbo
Non si sono mai scorticato il collo        ellissi del soggetto     sineddoche
o ferite o sdrucite le mani e le piante*           metonimia
callose dei piedi Vadano allo spiedo*           metafora
le sostanze improprie Il povero si*
dispera al suono della grandine
La sua felicità divampa da un tozzo*       
inzuppato in un bicchiere e dal succhio
di un osso spogliato d’un coniglio*
selvatico Tira la vita rubando al tempo*    ellissi del soggetto +metafora
le spighe dei giorni ° l’unico oro contro*       ° sineddoche

gli artigli della storia                                     umanizzazione

(da Il Formichiere)
componimento polimetro-versi liberi

parole tronche verso 7(si)
piane vv.2,3,4,5,6,9,10,11,12,13
sdrucciole vv.1,8
rima interna vv.4,10,11
assonanza tonica vv.1,10 (bruciano-succhio: rima assonanzata)
assonanza tonica vv.2,4,9,13,14 (loro-collo-tozzo-contro)
consonanza vv.3,5,13 (tanto-piante-contro)
consonanza interna vv.6 (piedi-spiedo)
assonanza a fine verso vv.4,9,13 (collo-tozzo-contro)
rima interna vv.5 (ferite-sdrucite)
assonanza interna vv. 4,10,11 (scorticato-inzuppato-spogliato)
consonanza interna vv.11,14 (coniglio-artigli)
assonanza interna vv.12 (tira-vita)

Pronosticando la crisi finanziaria protagonista di questo periodo, il poeta con tono critico e realista pone in antitesi le conseguenze per gli azionisti e la gente comune. La metafora del verbo “si bruciano” nel primo verso, riferita agli averi accumulati dei ricchi, rende ben chiaro in che modo possono esaurirsi all’improvviso. Significativa è l’anastrofe “E’ loro il mal di pancia”, accentuata dall’enjambement, per evidenziare il dolore che in questo caso riguarda solo i ricchi. Si tratta di una delusione e di una perdita relativa, perché non hanno guadagnato col proprio lavoro (non si sono mai scorticato il collo o ferite le mani e le piante callose dei piedi vv.3-5). Ma l’emistichio del v.3 “non certo” è un forte avvertimento che tale crollo può avere sul piano socio-economico. Il danno non è solo dei ricchi, ma sarebbe per ricaduta gravissimo per la stabilità occupazionale e sociale. Il poeta fa trapelare anche la gravità dell’impatto che ci sarebbe per tutti i lavoratori e per tutto il mercato. Sarebbe un disastro collettivo, perché ci sarebbero la chiusura delle fabbriche, il licenziamento degli operai, il costo elevato di tutte le materie prime, ecc. Trattandosi di “sostanze improprie” i beni dei ricchi vanno allo spiedo (metafora), conseguenza verificabile per coloro che basano la propria attività sulla speculazione. Diversa è la disperazione del povero contadino, che dipende dagli eventi metereologici non prevedibili e controllabili. La sua felicità si riscontra nel “tozzo inzuppato in un bicchiere e il succhio di un osso spogliato d’un coniglio selvatico” (vv.9-12). E’ costretto a “tirare la vita” (metafora) con sacrifici e sofferenze, perché sbarcare il lunario è faticoso e non sempre possibile. Queste realtà di vita agli antipodi tra loro sottolineano le ingiustizie che ricadono sulle persone più povere per meccanismi, di cui loro non sono nemmeno a conoscenza, gestiti dagli artigli della storia “metonimia”, vittime di coloro che speculano senza faticare.

Rotte le pastoie

Rotte le pastoie di metrica                                                  metafora
e rima abbonda d’anarchia                                                  anastrofe
la poesia Un vero diluvio                 ellissi del verb allitterazione iperbole
di versi di gente persa dietro
sogni di vati e menestrelli
Si bussa ai cancelli di editori                             espressione sinestetica
che accendono l’esile speranza                     sinestesia
fredda
degli allori Non disapprovo
a patto che questa marea di voci              deittico sinestesia
sia il vero depuratore di questa                                                             
cloaca a cielo aperto Scommetto
il taglio della lingua se in poesia                                          anastrofe
nostrana
ci sia il coraggio di gridare
contro pastori di poltrone e gregge                                     metafora
in pascoli abusivi I musivi hanno
per madre il latte di luna e la cecità                                    metonimia
sul tragico del giorno La più grande
menzogna è tradire se stessi curvi
all’ossequio del giogo intrugliando                        metafora del verbo
sciroppi zuccherini fra incensi muffiti
lungo la funivia mafiosa diretta alla
rupe del Parnaso Chi ha naso avverte

da lontano odore guasto di cantin

Il poeta, nel tentativo di salvare una propria autonomia, non può inginocchiarsi ai potenti e limitarsi a veicolare messaggi irrilevanti per la collettività. Essa, invece, deve pretendere l’esercizio nobile della loro arte. È amara, in questo caso, la constatazione dell’autore: manca in molti cantori moderni la volontà di dedicarsi al proprio compito, prevale la scelta, più agevole, di rifugiarsi nell’alveo protettivo dei potenti, dei “pastori di poltrone”. Le contraddizioni tra poeti nobili e l’atteggiamento servile emergono chiaramente dalle scelte stilistiche. Nel termine “musivi”, eredi delle muse, riecheggia una condanna. Le accuse sono di tradimento e rottura di quegli stretti vincoli, le “pastoie”, che delineavano con chiarezza l’autonomia della poesia dall’ingerenza dei potenti, provocata oltrepassando il naturale confine tra rispetto e servilismo. Un’immagine creata dal poeta, che ben raffigura la situazione, vede schiere di letterati “lungo la funivia mafiosa diretta alla rupe del Parnaso”. Il poeta nuovo, dunque, adotta nei suoi versi un carattere encomiastico, al solo fine di ottenere vaghi fumi di gloria. Al buon lettore: la possibilità di discernimento.

E’ corsa per il potere

E’ corsa per il potere                     metafora  anastrofe  sinonimia
per il regno dell’ego sum        sintagma latino:esaltazione dell’io esistenziale
Tutto si svela anche il più             metonimia:tutte le ambizioni
intimo vissuto Esplode la              anastrofe +metafora del verbo
necessità di uscire dalla                metafora:forza incoercibile
camera oscura e farsi luce        sineddochemetafora:labirinto, espr. ossimorica
per l’occhio sensuale dell’             sineddoche
uomo assatanato Non c’è
più freno cuoreamore          (=ostacolo, ..umanità, ..rispetto)
fede Si stravede per il piacere    espressione sinestetica
del dominio
della scena per l’
egolatria che non cede a scanno
di seconda* fila Eva la bella rovinò
il mondo Volle esser prima e non          metonimia   antitesi
seconda
* Eppure qui nulla dura            *anafora   deittico
Siamo soffio di primavera e malato       sinestesia + sineddoche +antitesi
autunno presenze vacue fumo nuvole   climax ascendente
giocate e straziate dal vento Cenci         ossimoro   metafora: destino
di nebbia scoloriti a svanire in albe   
di lampare       

(si immagini l’uomo morto fra ceri che palpitano come lampare;

dalla brama di potere all’inconsistenza dell’uomo)

Componimento di 20 versi liberi

Assenza di punteggiatura
Parole tronche vv.2,3,4,7,8,11,13,14
Piane vv.1,5,6,9,10,12,15,16,18,19,20
Sdrucciole vv.17
Molti enjambement
Rima interna v.9 (cuore-amore), v.10 (vede- stravede)
Rima assonanzata vv.13,14 (secondo-mondo)
Assonanza interna v.10 (stravede -piacere), v.15 (nulla-dura)

Tema centrale è l’egocentrismo, la sicurezza di poter fare tutto da sé. L’espressione latina, nel secondo verso “ego sum” sottolinea la prepotenza dell’uomo, convinto di essere al centro di tutto. Numerosi gli enjambements, per dare maggiore importanza alle parole iniziali nei versi successivi. Ricorre l’asindeto. Nei vv. 8, 9,10 troviamo l’enumerazione-climax, usata per evidenziare la mancanza dell’amore, della fede, in un mondo che ricerca solo e soltanto il potere. La metafora nel sesto verso “dalla camera oscura” fa intendere che un po’ tutti gli uomini cercano di uscire dal labirinto interiore per cercare la luce, la razionalità dei propri sentimenti, la disciplina delle istintualità. Al v.7, attraverso un’altra metafora “occhio sensuale” si evince l’importanza per l’apparenza, infatti al v.8 verso, l’uomo è definito “assatanato”, termine significativo, perché la nostra società è alla ricerca spasmodica della ricchezza e del potere, vive all’insegna dell’apparire, si fa abbagliare da esempi sbagliati, anche in TV, su internet, bombardare da programmi che presentano donne-oggetto, che pur di raggiungere un obiettivo, la fama, “vendono” il loro corpo. Al v.13 l’autore utilizza l’antonomasia “Eva”, opera un rimando, parlando della prima donna che è stata generata e che a causa del suo egoismo rovinò il mondo dando vita al peccato. Fa quest’accenno, proprio perché lei (Eva) non è riuscita a resistere alle tentazioni, voleva essere la prima e non seconda, come dice il poeta e, quindi, rappresenta un po’ tutti noi che abbiamo gli stessi difetti. Ai vv.16 e 17 il poeta si serve della sinestesia per dare maggiore rilievo a ciò che siamo, “soffio di primavera e malato autunno” nonché dell’antitesi, perché trascinati da ciò che “l’esterno” ci propone, siamo diventati “malati” e non riusciamo a ribellarci a chi ci sfrutta. Impiega anche la climax ascendente al v.17 per accentuare l’intensità espressiva e ricordarci che la vita è breve e non bisogna perdere l’opportunità di viverla al meglio.

Auschwitz

Da qui Dio fuggì                                      deittico metafora: luce, vita, misericordia, pietà
                         e il criminale                   sineddoche: metafora dell’angelo nero
costruì l’alveare dell’orrore
Qui Gesù /tradito/fu deporta          deittico e anafora metafora: simbolo dell’umanità, dei deportati
Fiaccato dalle lunghe fatiche/
roso da malattie/ fu uomo cavia
Qui patì la fame/ il gelo/ l’ingiuria                                 climax discendente
delle brache /Mostrò più volte agli aguzzini                   sineddoche
il torace / le natiche /le cosce esili                                  climax
e fu brustolato prima di entrare                                       rotacizzazione
nella camera a gas e reso incapace                            l’agg. indica la disumanizzazione
di gridare e soffrire/ Il dolore / scintilla     sineddoche: disanimati, perché il dolore è difesa, simbolo di vita
divina /accende la vita /Il pianto stagnò                        metafora del verbo
nel nodo della gola /Solo ricordò come                     metafora: indica l’impossibilità di respirare
in nebbia di sogno la scritta luminosa
in alto sul cimitero dei semi-vivi                            eufemismo-metafora ossimorica
                “IL LAVORO RENDE LIBERI”!       metafora della morte
Lui capì la metafora e tacque /Altri
si facevano Giuda illusi a tenersi il sole
e tradivano per un sorso d’acqua / un tozzo/
una cicca e carriera facevano lungo la scala
del terrore / I perni battevano dell’angoscia
sul cuore dei bimbi /delle donne / dei vecchi/                       enumerazione
già fotocopie della morte /Qui nel calice
della follia ronzò la ferocia dei mastini/
Snaturò il colore dell’erba / il suono della parola/
il sapore del vento / Gesù fu ombra nelle ombre /
Fu sera cieca / Non lasciò attese d’albe /non segni  iterazione
di ritorno /La sua scheda fu consegnata a sinistra
e andò con larve di radici / La mano pose
sulla fronte di un cristo /che rattoppava la sua ultima
camicia ______________Auschwitz_____________
il tuo nome è una rossa cicatrice di marea nel solco

deviato della storia
(di Pasquale Martiniello da Memoria e tempo, Ed. Ferraro, NA ,1998)

Auschwitz: regno di dolore, odio, depravazione e più di tutto disperazione. Dopo quasi 50 anni dalla strage dell’olocausto chi non ha nella mente le scene viste e riviste mille volte in tv di quei corpi debilitati, gettati come sacchetti vuoti in fosse enormi, comuni, per negare anche la sepoltura, ultimo tributo all’umanità che non era mai stato rifiutato nemmeno ai più odiati nemici di guerra. Esseri privati della propria umanità, svuotati della loro linfa vitale, sradicati da paese, casa, famiglia, traditi da istituzioni, con fratelli diversi solo per etnia. Questo l’inferno più tetro, senza nemmeno la luce della speranza di una liberazione. Varcare la soglia dei cosiddetti “campi di riabilitazione” significa entrare vivi nell’antro della morte, non fisica, ma spirituale, dell’anima, che è certo più brutale, perché privazione dell’umanità, in un’attesa dolorosa della morte del corpo, unica via d’uscita dal carcere, metaforicamente inteso come un alveare, fatto di strette celle, luogo di reclusione per larve prigioniere in attesa dell’eliminazione. Le api con il loro lavoro frenetico, derubato dalla mano dell’uomo, possono essere paragonate ai deportati, anch’essi larve, umane però, in attesa di liberazione, se non attraverso la morte, dello spirito, per volare via come unica aspirazione al regno dei cieli, verso quel Dio impotente davanti a tanta crudeltà e barbarie. Come ultimo gesto per tornare paradossalmente alle prerogative della vita, perché se i carcerieri potevano privare le proprie vittime delle caratteristiche dell’esistenza umana, non avevano certo il potere di vietare loro di riavvicinarsi alla vita nell’ultimo estremo atto di passaggio dalla sofferenza alla pace eterna, al sonno senza sogni per l’eternità. “Il lavoro rende liberi”: certo una gran bella espressione, incitamento alla laboriosità e all’espiazione di una colpa. Ma che colpa avevano commesso questi uomini, donne, bambini, se non quella di appartenere a un’etnia diversa, scomoda? A che scopo lavorare per gli aguzzini crudeli, superbi, tracotanti, rispettosi solo di una razza, privilegio o spunto occidentale grazie al quale esprimere l’odio, l’incomprensione verso gli altri e in fondo la paura del diverso? Perché obbedire a dei criminali, certo deviati mentalmente per cui la vita altrui dipende da una scheda, da un giudizio sommario e l’individualità della vittima è cancellata da una stella gialla cucita sul petto o da un numero tatuato su un braccio, un marchio per le bestie? E antisemitico non è solo questo. Il dolore, il brivido più grande è senz’altro nella consapevolezza dei tradimenti dei tanti giuda fratelli e falsi amici in pace, ma traditori e pronti a vendersi per qualche agevolazione, per un momentaneo e parziale benessere nei momenti di massima aberrazione di ogni sentimento, di annullamento di ogni valore. Persino la natura perde la sua essenza e non esiste più una visione della realtà per questi uomini, rinchiusi da altri esseri umani, che per la loro depravazione non sono più uomini, che nel tentativo di annullare l’altro, attraverso un continuo e crescente dolore fisico e soprattutto attraverso un più profondo e indelebile dolore morale, hanno distrutto anche il proprio essere uomini, degradandosi al livello di cani, semplici mastini ringhiosi, propensi ad azzannare il “diverso”. Una follia collettiva sembrò invadere le menti degli uomini, assetati di malvagità, di crimini e di depravazione illimitata, priva di alcuna pietà, senza rispetto né libertà per coloro che provavano ad opporsi al MALE ,che aveva conquistato il mondo. Essi venivano messi a tacere, l’eco della loro protesta veniva cancellato col fuoco dei forni crematori o con il gas letale. Quello che sconvolge certamente è che nonostante l’esempio sia stato deplorato da tutti, l’olocausto ebraico non sia l’unico momento di esasperata perversione, né sia stato un ammonimento per il futuro, ma solo una fase storica studiata con riprovazione e angoscia, senza però tentare di abolire il razzismo, inestirpabile dal cuore degli uomini e radicato nella società. Anni novanta: scoperta di fosse comuni in Kosowo! Più di recente: gas nervino per i Curdi da parte di Saddam! Dal punto di vista stilistico la poesia presenta la mancanza di segni di interpunzione che, insieme con gli enjambement ne accentuano il ritmo, tranne ai versi 11-12 ove il polisindeto rallenta la speditezza, sottolineando l’angoscia del momento. Numerose sono le metafore che, nella prima parte del testo, si richiamano alla religione e allo spirito cristiano per indicarne l’assenza in questi luoghi. Il tono crudo e realistico viene enfatizzato soprattutto dal ricorrere del suono aspro R e nel tracciare un quadro d’orrore ha un grandissimi significato la climax “patì la fame /il gelo/l’ingiuria “che può essere intesa in senso fisico discendente, poiché si ha il passaggio dalla fame che uccide all’ingiuria che è solo morale, ma in senso morale ha senz’altro un valore ascendente, perché è l’ingiuria che distrugge lo spirito. Il fatto che la climax riguardante la sfera fisica sia discendente e/o ascendente sottolinea l’importanza maggiore della morte spirituale rispetto a quella fisica. Riscontriamo inoltre una sineddoche “criminale”, che dovrebbe essere invece plurale e un eufemismo “semi-vivi”, che attenua il concetto di dolore fisico e sottolinea la morte spirituale.

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