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Dialettando in rime d’altri tempi (Canti dell’anima)

Rime d’altri tempi ,tratte dal volume in preparazione Dialettando, hanno come tema l’amore, ma si tratta, come avvisa l’autore, di testi “rifatti”, rattoppati, crearti ex novo, versi appuntati, restati nel fondo della memoria che è tempo che vengano alla luce e testimonino tra contrasti, botta e risposta, alterchi, serenate nella lingua materna sentenze, bestemmie, desideri, casti o meno della vita che scorre ora come allora all’insegna dell’invidia, dei bisogni primari, delle leggi non scritte, dei divieti ,dei rimproveri, delle effusioni goffe, ma sincere di cuori che o alla finestra o alla fonte o dinnanzi a una porta trovano o tentano di trovare l’anima gemella con la quale condividere speranze, illusioni o certezze anche se magre.

Con salace sarcasmo si fa innanzi sulla scena la fanciulla poco seria: so’ serpa néra e me ne vante: / tènghe lu marite e tènghe l’amante / che invita l’altra a pregare San Pasquale Bajelonne, che te trove nu ffésse da métte sott’a sa honne. Il contrasto riprende in chiusura una nota richiesta che le fanciulle da marito facevano a San Pasquale: “San Pasquale Bajelonne, protettore delle belle donne,… mandami un marito bello e colorito. “Qui l’invito è a trovare nu fésse. C’è quella che maledice la guerra che ha portato via il suo bene e i prepotenti che la fanno: Pozzena j’ dannate a lu mbèrne // Pozz’èssena j’ accise tutte li pultracchije / che fanne li cose a cocce de cacchije: / fanne la uérra e affamene la gènte o quella che rimprovera il marito partito per la Spagna contro i comunisti e ora spisse ze le fa dentra a li calzune, perché ogni giorno c’è una battaglia e una carneficina e la guerra è un desastre: / pe chi more e pe la génte che réste.

Moniti, sentenze, modi di dire arricchiscono i versi che aprono a scenari diversi. C’è il marito che porta a casa hiure de jenèštre alla sposa che gli dona il sorriso e la speranza di avere na famiglije di buona crejanze. Un atto d’amore è quello dello sposo che crea per la sposa i fuselli per i merletti a tombolo, lei che viene da na abbona chiante crea pizzi, merletti e basta l’espressione Tu tié li mane d’ore e la mana che m’accarézze la pèlle per sentirsi artiste-reginella. C’è il recupero memoriale di magiche pozioni per incantare/legare il giovane con vine nciarmate o il consiglio a chi ride senza un perché quando incontra una fanciulla: la strada è per tutti per le belle e le brutte, ma chi ride sènza nu ché o è scèmeo ce l’ha cu me e la fanciulla consiglia la dipartita se non vuole che gli rompa la cocce o il lamento rivisitato della moglie di un marito vecchio e il desiderio di avere un giovane in camicia piuttosto che un vecchio’nturate d’ore… // So stanche d’avésta muffe a hijanche o la citazione “dell’altro” che si è fatto avanti troppo tardi e non vuol mollare, sì che pronta è la risposta :acchijuppe se récchije e štatte zitte o l’elogio per il marito faticatore che non fa mancare accortezze, amore e pane, paziente, che ama le bestie come frate e sore sia sciolte o legate alla mangiatoia o l’elogio della vita coniugale con l’esaltazione del marito che bacia con una dolcezza da ricordare na mazzocca rosce de cerasce e con cui stare core a core / come ddu rennulélle arruvate da fore.

Da conto i versi amari della malmaritata che chiede la morte per il marito mbrijache e chi glielo ha dato, ché deve metterlo a letto come nu fasce de jèrve ammuscelite, che vorrebbe farla finita gettandosi in un pozzo se non avesse nu quatrare o i versi di quella tradita da nu sbreugnate che per fare lu puorche e lu stallone ha perso faccia, dignità e onore. Non meno realistica la richiesta di uscire dal convento di una monaca pentita. Lei non è come la badessa che tra le mura del convento è diventata vecchia, amando Cristo, come n’albre de live sénza tecchije,a lei il cuore al canto/richiamo dell’amato me z’appicce come na fascine. Perle i consigli: non fidarti di un forestiero, per trattenerlo ci vuole una buona zoche o per essere felice ci vuole séme ddu tralce de na vita verde .L ’amore contrastato, perché manca terra, pagliaio, è vinto con la forza delle braccia di chi ha il coraggio di andare a mietere grano in Puglia per settimane e tornare a piedi. Non c’è diniego che valga, anche senza promessa la ragazza sarà portata all’altare. Spicca la figura dell’emigrante, trattato come nu cacciune dal padrone, che finalmente decide di fare nu passe annante. C’è il cuore ribelle che se ne infischia dei vicini e delle loro critiche per le sue scelte: so’ ruffiane e nvediuse, / e sparlene a rréte come fanne li vavuse…. / me piglije a chi voglije.

Delicata la descrizione della prima notte di nozze con lo zite che ha la faccia rosce come scorce de méle alla luce della candela e la notte in paradiso ze mute. Le critiche materne non frenano le voglie dello scapestrato di turno: E’sse pènze che so’ nu mbiastre sfaatejate, / nu magne e duorme che campe a la jurnate // ...la figlije/la voglije …e me la piglije pure sènza dodde e sènza curpètte. La moglie del soldato prega che non venga mai la mal’ore. Il trovatello lamenta di non essere neppure guardato da una sola ragazza e si sente come un asino sènza capézze,….,nisciune m’apprèzze . La forza del primo amore che incatena fino alla morte resiste agli attacchi della ricchezza ostentata, è rimasto attaccate a lu prime rame. Inutile resistere: l’amato ha gli occhi di gatto, il fiuto di un cane da caccia dovunque si nasconda è pronto a ritrovare l’oggetto del suo desiderio anche se sta dentro a nu zeffunne. La moglie scriteriata viene sbucciardata, se non fosse per il marito che accende il fuoco prima di andare a lavoro la casa sarebbe gelata come na cantine, la botte è dimezzata ,non vale in questo caso il detto la moglie è messe pane, alla fine l’accordo: a me lu bicchiere culme,a te lu rase. Il cuore lacerato lamenta che le spighe si raccolgono con le mani e l’amore ze fa senza suttane ……// Firme nu ccone si passe affrettate/e dajje na peranza a stu core lacerate. Il cuore freme come una fronna o il sangue bolle come se tenesse la frème. Particolare il desiderio di avere lu pane a lu cascione e lu fuoche a lu tizzone,nu marite arrepusate per una strusciate della donna contadina che invidia la moglie dell’impiegato.

Un omaggio all’amore, con i suoi pregi e difetti, con voce di canto non monocorde, che rinfresca come rugiada accenti, suoni, angolazioni di figure che di per sé sono lo specchio di una minuta storia, ma autentica con la riproposta di regole inderogabili, che se messe in discussione già preannunciano il rigore della sentenza, l’allontanamento dal nucleo, il disconoscimento della dignità dei ruoli assegnati nella gerarchia statica del gruppo nelle sue stratificazioni ataviche. Un quadro polifonico che interpolate vede ribelli e colpevoli, giudicati e non. Più che il gesto vive la parlata schietta, colorita, la metafora acerba, il paragone naturalistico frizzante, mai osceno, quasi a celare ancora un pizzico di pudicizia sulle labbra che fermi il rimprovero bruciante o l’apprezzamento graffiante. Ogni protagonista è attore sulle assi del palcoscenico, di sfondo sentimenti rappresi o delicati o sospirati su una tela ondulata di sfumature sonore. Di rimando racconti brevi di esistenze brevi, di sentimenti appena accennati, morti sulle labbra del desiderio, rappresi tra le pieghe di una gonnella non più fluttuante o tra le pieghe asciutte di volti mai stati giovani, di carezze di mani di fatiche che hanno conosciuto più sofferenze che gioie. Una ricercata compostezza di vedute si alterna a una visione cruda e per questo non meno amara della legge della prevaricazione, del sopruso, del diritto non scritto e l’amore nelle sue sfaccettature è lievito del giorno, sospiro non rappreso, sogno mai fugato, che dà motivo di esistere comunque.

Milano, 15 marzo 2020

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