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Lonardo ripartisce l’opera in tre sezioni. Nella prima rimane fedele al suo compito svolto nelle precedenti sillogi poetiche, ovvero essere poeta che ha lo sguardo al sogno sì, ma “eternamente presente tra i chiaroscuri della vita” e ci commuove col ricordo di Papa Francesco, che si carica delle fragilità di ognuno e nel suo passo sotto la pioggia nella notte, col morbo che dilaga, apre alla preghiera salvifica e si fa ponte tra cielo e terra; ci riporta innanzi agli occhi la figura del medico – samaritano – sacerdote che “ celebra la messa sul / letto dello sconforto”; le “ catene di morti / in viaggio nel vuoto / di tombe, // pugni di sottilissima cenere, / da conservare nelle case, / come preziose reliquie / di un tempo maledetto, le lacrime inconsolabili di fronte al vuoto “di chi / manca e compare come / fantasma nei cristallizzati / ricordi di angoli particolari, / delle più intime confidenze” ; le vittime del ponte di Genova che ha spezzato in due la città come le speranze dei cittadini, di fronte all’umana opera, sbriciolata, che si tende ora, dopo due anni, ricco / di fantasia creativa.

Il suo sguardo ripercorre le trincee delle nostre case, divenute fronte di libertà, ora che si può solo dominare l’orizzonte dalle cime dei palazzi e vivere nella mente e nel cuore le sensazioni relegate nella successione di tempi. Ci si riscopre più soli, più poveri di figure di riferimento, che hanno ceduto all’invisibile virus: Louis Sepulveda aveva vinto tante battaglie: catene, esili, oppressioni, ha ceduto anche lui, granitica roccia. Rammenta il poeta la dipartita di Ennio, con la sua enciclopedia di suoni. Mi tocca ricordare, pochi sanno, che il grande musicista, aveva un legame sottile anche con la nostra Mirabella Eclano.

Il grande Morricone, in una intervista ricordò tra i suoi maestri, il maestro Antonio D’Elia, che negli anni trenta ricoprì l’incarico di Direttore della Banda della Guardia di Finanza a Roma e dal 1936 fino alla sua morte 1958 tenne la cattedra di composizione, strumentazione e direzione per banda nel Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma. Nella pagina accanto come altra lirica, quasi speculare, ripropone Lonardo la figura di un altro amico, di un altro nostro conterraneo: Sergio Leone, che ha saputo cristallizzare un secolo intero: attimi nascosti, intensamente vissuti / nel cuore arrossato dall’evento. Significativa la scelta di chiamarli solo per nome: sono loro, non altri, che ora siedono al consesso con “dei” della cultura italiana. Ma l’impronta impressa nella memoria di tutti sono gli anonimi cimiteri, senza nomi, / né foto, né croci, sintesi di una vita, così come il sapore / di un passato felice  / nella libertà con gli amici.

Ciò che ci ha accomunato in questa fase così delicata è certamente il genuino sapore / della solitudine dei ricordi, ma anche la volontà di saltare il vuoto del tempo e riscoprirci oltre ogni confine costruttori di mete. Il poeta ci ripropone la tragedia di chi bussa alle porte dell’Europa e scopre il deserto / dell’indifferenza e dell’odio, / che li lascia smarriti su imbarcazioni / di fortuna, tra lo sbattere delle onde / e la forza distruttiva delle polemiche e rammenta la semplicità dei gesti nel mondo “primordiale” della fanciullezza, senza muri, per tenere gli uomini, uno vicino all’altro. Nella seconda sezione predomina la nostalgia per gli affetti familiari perduti, la mano tesa, lo sguardo rassicurante della madre, restata come tante a custodia del nido svuotato dalla familiare diaspora, il ricordo della sapienza atavica del padre che, dato il fronte spinoso della vita, anelava andare oltre i meridiani delle acque e rimane al suo banchetto, vive la tragedia della guerra, lavora la vigna in cerca di cibo per tutte / le stagioni dell’anno. La vita porta il poeta su strade lunghe / come fiumi affollati da anse, non mancano le capriole d’acqua, come non mancano gli sparsi scogli in miniatura, ma Taurasi resta il luogo dell’anima, il paese nato su roccia, saldo nella storia, resistente anche a forti scosse, testimone delle ansie di rivincita, che fa affiorare alla memoria ora le giornate trascorse / nella preghiera più sentita, ora l’evento scampato del fuoco divoratore in un pomeriggio…// in cui sembravano, i comignoli, in dialogo tra loro, come nelle fiabe. Nella terza sezione, come fiammelle brillano, le liriche di delicata nostalgia per l’assenza dell’amico Celestino, che aveva già letto le future realizzazioni del nostro tra le righe dei giorni, per l’assenza del cuore grande di Alfredo, in cui entrava il mondo e per l’assenza del giovane e brillante medico Ersilio, “spezzato”, da un fulmine a ciel sereno.

Recensione
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