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Finzioni e altri inganni

L’autore, che voleva nutrirsi di cielo passando per la terra e non sapeva perdere, ora è senza sogni: sento cantare e non mi esalto. / Piangere e non commuovermi. /…/ nell’accettazione / mi chiudo nel mio fingere. Il denominatore comune è la finzione.

Tutti fingono. Ci si può aggrappare al passato per non perdersi? Come sembra dolce il passato / anche se non è stato tale! O è preferibile legarsi alla parola nella speranza che perduri? Voglio vivere delle mie parole. L’autore stesso annuncia la sua scelta controcorrente: ho piacere a scrivere una lingua / che depurata da ogni servitù / di mode e astruserie forestiere / in tono medio canta la mia vita. Privo di voli il presente, cadute tutte le illusioni tocca guardare il mondo, quasi scusarsi di restare recluso/escluso e non essere in strada nemmeno a tifare la squadra, facendo finta di niente di fronte ai disastri / accorrenti ed eccolo dietro al vetro del mondo a constatare misere astrazioni il dire // distanti un sole le carezze / la perfezione dello stare / in comunione con qualcuno / che non ci sia indifferente.

Questa concreta solitudine è rimarcata anche nella lirica Strettissimi parenti: ci è del tutto indifferente / d’aver perso il loro affetto / e noi il nostro // salveremo / come facciamo le apparenze. Miracoli non si chiedono neanche all’amore se dopo aver scelto di stare assieme, di sorreggersi a vicenda per sconfiggere la vita, ci si accorge che procedendo / a fianco a fianco, si percorrevano due strade differenti. Può un poeta restare insensibile anche di fronte ai problemi che assillano quotidianamente chi abita al di là della sua strada? Non Renato Greco che per quanto voglia ammonirci sulla finzione non può fingere di non vedere dappertutto immondizia in queste strade / affogate nel lercio dell’usuale e gridare: la cecità che ci travolge / è grande. Gli interessi forti. / Da superare ogni prudenza. Siamo nelle mani sbagliate.

Auspica che ci sia un giorno in cui siano riconoscibili l’inganno e le parole sincere e nei cuori un filo di pietà almeno sotto un cielo raggiante d’allegria; nell’oggi chiuso ad ogni sentimento non può fare a meno di ricordare il cemento, che salva qualche albero solo perché non sono bastati i denari per i mega e super e iper centri di commercio, la campagna imbebita di veleni e che fatti i soldi l’industriale scappa / a goderseli altrove e chiude tutto e non si danna per licenziare settemila tizi / che sfilano ogni giorno in corteo e al Socrate di turno che fustiga ironico i costumi non un plauso, ma un avvertimento fraterno: attento. / Atene non ti stima tanto. // Quanto è profondo e invano / il tuo coraggio. A chi crede che la situazione sia sotto controllo ricorda che c’è fetido odore di congiure / e di oscuri preparativi che giunge / dagli angoli più remoti del mondo. Mentre le borse indisturbate stanno / depredando i risparmi di nazioni.

I lupi stanno facendo a pezzi le città e le ville, molti si dilaniano tra loro per imporre la legge del furore e scopriamo che le migrazioni sono invasioni, che si nutrono in seno serpi tra mecche e mezze tacche e falsi scopi. Bimbi venduti. Donne sulle strade. Soggetti tutti alla peggiore feccia. Pare che il poeta preferisca fare quattro parole tra amici per ingannare bonariamente l’età che sta passando, ma constatato che via via i discorsi saranno più leggeri e senza impegno per il domani – difficile dictu – gli auguriamo che le parole a cui s’affida non siano quasi / un silenzio, perché ci sembra una finzione la sua, onestamente e volutamente letteraria, rimarcare l’inettitudine e lo scoramento, per richiamarci a più alti doveri.

Recensione
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