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Montemarcello e la mia Liguria

Con occhi di fanciullo e la stessa grazia di lettura, il poeta Gaudiosi sfoglia assieme all’ospite di turno le “cartoline” della terra ligure, terra protesa all’infinito, che diroccia a valle o verso il mare con la sua possanza. La sera ci coglie con lo sguardo smarrito a fissare / il vuoto crudele dell’infinito e ci assale il timore di una fine vicina, ma nel centro del silenzio brilla un sentimento di preghiera, un levitare, sì che nell’immensa misura di dannunziana memoria tace voce, tace suono in una tensione che unifica.

Al male di vivere, al giuoco della forbice si contrappone compatta schiera / di embrici rossigni, il fervore vivo e senza freni // per ricominciare a ricucire le ferite inferte da chi questa terra l’ha violata per profitto e ha fatto maturare acerrima vendetta. Ma è l’Eden questa terra che meraviglia ogni istante con le sue mutevoli cromature e voci. E siamo lì a cogliere nel Maggio alle colline vocalizzi // di un osanna celebrante, il fondersi di brani da un piumaggio all’altro, che novellano e tripudiano la vita per chi sa partecipare.

Il distratto, tutto ripiegato, è condannato a restare solo. E quasi facciamo nostro il respiro de La valle della Pieve, quegli svaghi mattutini / che accendono travagli di miraggi, l’esaurirsi della stagione, il tormento del tempo che non tornerà più indietro /…quello oramai s’è perso, se n’è andato, ma ci si àncora all’andare a strade a gomito che discoprono declivi e orizzonti e ci si inebria di un infinito rapimento.

Al caldo e calcinato muro montaliano si fa specchio un nitore turchiniccio del gelido raggiare della luna di febbraio: Anche il pensiero stenta a camminare e il limbo della mente, smarriti i propri nessi è lì nell’attesa di quel che può accadere, accade e non si vede // in una meraviglia non svelata e per l’ennesima volta nel naufragar leopardiano, qui annegare, si confonde il fuori con il dentro e il suono è un fiato che alita leggero a ripercorrere bosco, tetti, mare che luccica / lontano, iridescente / come una fiaba antica raccontata. Quel guizzo che apra fessure, tagli nella tela del mistero, zittita la promessa, ci fa riscoprire voglia di porto e di ancoraggio nel timore sottinteso di un naufragio.

Bisogna tutelare dalla grifagna mano quest' Eden, consacrare rosari di riflessi, il canto per immagini, le combinazioni felici di un Orefice, difendere le radici della storia, la memoria che passa sotto gli occhi / nel dentro dei carruggi (Vezzano). Ne Le altane di Carozzo più che in altre liriche un deittico apre alla dicotomia: Ferve laggiù la vita che non vedi, ma nell’andito silente / v’è un uguale andare / che pure non appare / girano i giorni con meno frenesia / sebbene relegato sia ciascuno / a identica frontiera, una dicotomia apparente, perché il lento andare di una ben conosciuta banderuola ci conduce ad una comune frontiera- belletta nera.

Nella contemplazione del rito del tramonto si radica nel cuore una ossimorica mestizia gioiosa, senza pensare a una fine / senza una voglia di pianto, consci che si tratta di un tragitto che accomuna tutti, sia che si stia lì tra orti inventati sui lembi residui o tra rossi tetti stretti / nel forzato vivere comune. La metaforica allegoria dello sferragliante lombrico-treno in un gioco di alternante sparire e comparire alla vista ci prospetta gioie, apprensioni che accomunano nell’abbaglio della vita. L’hinc et nunc è da cogliere nella brillantezza della creazione come nel fraseggiare tra i frulli che chiamano lo sguardo in uno svolìo di conversazione, uno scambio d’intendimenti, / d’inviti e convenevoli di cui non c’è data chiave di lettura, né nastro di ritorno nella battitura.

A Carozzo le cupide fessure liguri circondano maglie-rete di spaccate zolle che offrono la faccia scottata al sole, ma dirompente si apprestano future vite vegetali, sì che le spigarelle levano / le infruttescenze. La parola miraggio fa rima con linguaggio, qui il poeta rinuncia alla lettura pascoliana dei versi degli uccelli, ne segue il canto che apre i giorni d’amore o dannunzianamente con più roco e più raro segnala la presenza di qualche storno al Beverone e alla vita è da contraltare il cruccio del lento ruotare / d’un falco. Vita e morte si leggono e s’intrecciano nelle cose. Ma è sorprendente come basti passare con la vista sopra i dossi, seguire le geometrie delle macchie, calarsi negli scoscendimenti per accentuare l’attenzione per più carpire il senso custodito.

La ragione, a Calice, ha un mancamento anche di fronte alla trasmigrazione di epopee silenti, a fronte di presenze avvertite o lari di anime passate che mettono soggezione come l’appigliarsi al suo dirupo del tempio a Portovenere. Ai limoni montaliani Gaudiosi preferisce l’estro nei colori d’incerti fiori per cogliere i segni / d’uno sparuto prato / ricavato in una corte oltre un riarso muro, ove un’anfora troneggia a salutare con un grazie il lieto Mattino. Non spaventa l’esiguità d’orti e giardini, giacché ovunque si coglie la vita, v’è trepidazione.

S’arricchisce il lessico di valori positivi per movenze, cenni, segni colti che conducono a un continuo rinnovamento di emozioni, di conversari tra chi c’è e chi è stato in un silenzio pieno di rimandi. Con Consuntivi d’autunno l’autore gioca l’alternanza della malinconia che avanza tra perdute solarità con un’ansia rediviva d’allegrezze, legata alla festa della vendemmia, ricca di significanze, di colori / disvelati che affiorano alla memoria, si dilungono da lontane infanzie.

Forse è quello stato d’innocenza che disvela e mette in armonia e dà il giusto sentore ad ogni essere.

Recensione
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