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Sono un passante solitario

Il poeta nella prima sezione: sui luoghi è un passante solitario, che osserva ciò che sfugge agli altri, che annota tra la umana fiumana i pungolati dalle lancette dell'orologio e novello Ulisse sfida gocce di pioggia-fuoco sulla fusoliera, dall'alto smarrisce campi, strade, tetti per stringere una frettolosa mano, pronto per altri decolli e altri anonimi compagni di viaggio.

Nell’impercettibile andare dell'Arno, sfiora un cane randagio che è solo come soli sono i passi stanchi dell'autore. Campi trascurati, aie appisolate, una stalla in rovina fanno da contraltare alla ridda di luci dissennate, alla bottiglia di birra rovesciata, alla tenda di cartone rinforzato nell'indifferente formicolio di voci che hanno perso le parole, intrise di saggezza antica, anche il luccichio alle finestre è segno di attesa crudele del giorno che ci riscopre sconosciuti viandanti nella nenia degli autoveicoli che segnano l'andare solitari, prigionieri.

All'immagine sinestetica del verde silenzio sulla piana, interrotto dal cadere muto di lacrime di resina corrisponde l'ossessivo andare del cerchio di battistrada che rimanda a sua volta per similitudine al ronzio dell'ape mutilata. Nella lirica dal mare I bussa la precarietà dell'esistere alle palpebre che scorgono l'autunno e l'inverno rispetto all'estate che intravedono le pupille. L'estate è all'insegna delle voci dell'acqua e dell'aria tra coste a picco, mare di piombo, mare come pece, spiagge inviolate, offese dall'uomo, che parlano di arditezze d'approdo, di smanie di bonaccia. Da sfondo è Vulcano o il biancastro di fumo di Stromboli. Tra tanta precarietà e l'odore di zolfo, mentre annotta, le case basse abbracciano l'autore con il loro parlottare quieto della gente e lo inducono a rivolgere le pupille alle stelle: l'Incanto sovrasta il Mistero. Frammenti di ricordi, quali un estivo garrire di fanciulli, verdi gelosie socchiuse aprono a un'eco smarrita di rimpianto.

Nella seconda sezione: le sensazioni, la prima lirica è un assemblato di frammenti di due e tre versi che di per sé colgono un aspetto esteriore che implica una riflessione interiore, nell’insieme lamentano l’uggiosità e la solitudine. Quest’ultima protagonista in ossimorico palpitare si ritrova sopra un marciapiede, ma spinge a fare i conti dei giorni dissipati. Nella sera ali novelle sono orientate al nido riparato. Il poeta spera in una Luce dopo che le tenebre remote / solleveranno sete leggere, giacché la sua vita paragona a una scala che pone su d’un deserto martoriato. Il temporaneo veleggiare riporta montaleanamente ai rumori altrui: lo sbattere di porte, l’affrettato colpo di tacco nell’indifferenza celeste per andare a incontrare il male di vivere, la fretta repressa, l’anarchico cammino della gente.

L’autore invece vorrebbe con-dividere il pane, non farsi prendere dal capriccio del Caso, ma non perde la speranza in un mondo platonico / di idee pastello sì che non avrà confini il mio sguardo. Si scopre passante solitario, isola / in mare…/ scoglio / indifferente. Lacrime di pioggia e vuoto scandiscono le ore vuote d’azione. Nella terza sezione: gli affetti, il ricordo della madre e del padre, la loro voce, i loro gesti, le raccomandazioni, segnano un altro vuoto che vorrebbe fosse pieno d’uno sperare nell’Oltre e il poeta si sofferma sul caderescritto / sul petalo d’un fiore avvizzito / sull’onda (che va e viene) del suono o del mare, sulla frase di circostanza partiamo tutti. Non sa o teme che di là qualcosa ci deve pur essere.

Recensione
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