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Ulisse e il cappellaio cieco

Quante volte il nostos ha crucciato i cuori di chi per un motivo o un altro è costretto a vagheggiare la zolla paterna? Ebbene, l’Itacese ha avuto ciò che desiderava, dopo tante peripezie, riabbracciare Penelope, l’amato Teseo, la servitù fedele, ma dopo l’euforia dei primi giorni, la Noia il peggiore dei mali, per parafrasare Leopardi, si è impossessata della sua persona …e la tristezza lo attanaglia senza via di scampo. La sì breve sponda attanaglierà Bonaparte, la linea marcata dell’oceano fermerà Alessandro, il pascoliano Andrè non vorrà far ritorno. Ulisse non è capace di vivere di ricordi, è nella misura in cui si mette in discussione.

Navigare verso l’ignoto potrebbe rimettere a rischio la sua vita, ma di gran lunga il rischio che l’ignavia, ecco perché non s’oppone al nuovo volere degli dei: rimettere i remi in acqua per una esistenza dignitosa, col compito precipuo di capire cosa sta sconvolgendo il grande mare, terreno di grandi agitazioni, fortino d’assalto per popoli alla ricerca di nuova esistenza, che potrebbero mettere a rischio la vita dell’Ellade e le terre ad occidente fino alle colonne d’Ercole. Si mettono in discussione le radici della millenaria civiltà per la quale il popolo greco ha versato il sangue per difenderla.

Orde barbariche d’Africa hanno messo a ferro e a fuoco le terre mediterranee, altre signorie con armi più sofisticate mettono catene al popolo greco, un popolo senz’armi mira alle coste dell’Ellade da quelle d’Africa. Ad Ulisse il compito di capire le cause e all’astuto sarà affiancato un cappellaio, un nocchiero esperto, ma cieco come una talpa. Al porto itacese ora si costruiscono solo piccole barche ad uso turistico, per la crisi che spinge ad altri lidi per miglior fortuna. Il cappellaio cieco indossa un berretto frigio, che diventa occasione di vedere il futuro, un modo compassionevole per ricompensarlo della perdita della vista, per condannare soprusi ed iniquità ai danni di chi è senza protezione, è la lingua senza pelo che denuncia il vero interesse che mosse a far guerra all’entrata dello stretto dei Dardanelli, ostacolo ai traffici e ai commerci dell’Ellesponto.

E così il radicato talamo d’ulivo non trattiene Ulisse e la terra natia è solo punto di nuove partenze per inesplorati sguardi. Si intersecano e si sovrappongono eventi passati, che specchiano il presente storico: l’Ellade afflitta da indigenza,… affoga in un mare di prestiti da parte di genti che dalle guerre trovano motivo di arricchimento…il suo patrimonio di eterna bellezza si perde tra mille rivoli di nefandezze ai danni del suo popolo…dazi onerosi…pena il sequestro delle terre. Porre riparo è l’ordine o almeno trovarne le cause. I rematori non sono schiavi o itacesi, ma di colore e sbarcati sull’isola per cercar miglior fortuna. I piani temporali slittano l’uno sull’altro, aprono spiragli o chiudono ferite del ricordo. Gli emissari stranieri diventano servizi segreti in azione di disturbo, ma nel susseguirsi di epiteti, nel ricalco melodioso del dire per sentenze, nella cadenzata riproposta fraseologia omerica, riaffiora l’afflato per il mare che si ripercorre nelle sue tappe :..pullulano ,come margherite nel bosco a primavera centinaia di isole, un arcipelago :Andros ,Delo, Mikonos ,Nàxos, Santorini, Tìnos. Ecco il Partenone e Temistocle che dopo i Persiani ora ha da fronteggiare altre genti che non impugnano armi, scappano dalle loro terre per conflitti senza fine.

Il cappellaio saggio sentenzia: Le guerre si possono combattere anche senza armi. L’ obiettivo che ti sei prefissato lo puoi raggiungere in mille modi. Gli Ottomani hanno messo a ferro e fuoco il sacro suolo e hanno costruito una moschea all’interno del Partenone, hanno distrutto parte del Partenone, adibito anche a deposito di munizioni, poi si soccomberà fino a Bisanzio capitale, poi conquistatori da nordiche contrade metteranno a ferro e a fuoco, ma una nuova capitale del nuovo impero metterà in ginocchio la nobile patria greca. La nuova arma d’offesa: la nuova moneta. Il soldo per sottomettere i popoli del vecchio continente. In nome dell’euro: porti, isole…tutto vi sarà tolto per non essere stati capaci di far fronte agli impegni assunti. L’ospitalità è sacra, ma Lesbo è la meta successiva che l’esperto nocchiero Palinuro raggiungerà tra flutti che metteranno a dura prova il legno, sì che l’albero maestro sarà divorato dal ventre del mare, liberato di netto da Ulisse.

Lesbo è stata per i sudditi del Califfo l’Eden dell’impero. Ecco Mitilini ,gli euzoni, il vecchio arconte Solone, che convinto d’aver scoperto la democrazia,…ha dovuto prendere atto del fallimento e si è ritirato a Lesbo, spianando il terreno alla tirannia di Pisistrato, gli europatridi, il solito gioco di chiudere accordi e coalizioni con chi di destra o sinistra risultasse il vincitore, definito ancora: strategia politica saggia, Ebe che Solone ha accolto perché abbandonata la dimora degli dei si scopre che il mondo è un covo di intrighi e pericoli, il dirimpettaio : il califfo in cambio di enormi risorse economiche messe a disposizione dai nuovi padroni del vecchio continente, offre disponibilità a coloro che si fermano nei suoi accampamenti e non varcano ancora il grande mare. Poi Creta con altri lampi di guerra. Il cappellaio snoda i protagonisti: greci, romani, bizantini, arabi, veneziani, turchi e a sinistra, là dove si estendono i territori tra il Tigri e l’Eufrate tutti combattono contro tutti e la vita umana è ridotta a un numero. La morte non provoca più sdegno o meraviglia e una generazione di adolescenti si perde tra le sabbie di un deserto e la bara d’acqua è diventato il grande mare.

Anche la terra del Nazareno è diventata materia del contendere. Ecco la terra delle tre Gorgoni, la storia di Aretusa, le Latomie, tomba per settemila prigionieri ateniesi: un campo di concentramento. Da Siracusa a Messina, Scilla e Cariddi rappresentazione di fenomeni che toccano da un lato la Trinacria dall’altra le terre calabre. Il buon Omero ha rappresentato il male sotto sembianze di mostri che incutono terrore e morte a chi osa attraversare il loro spazio. Il grande mare è ora attraversato da barconi con vittime della nuova barbarie: spezzarsi la schiena nei campi per poche dracme l’ora. Il buon cappellaio vorrebbe riscrivere “La capanna dello zio Tom” con una variante: sostituire i campi di canapa con quelli di oro rosso. Il cemento ha deturpato tappe di questo viaggio, ma ad Ulisse non è dato vedere, non è consentito scontare il futuro. Li ospita Nestore a Ischia e si parla dell’oro nero, in nome del quale si consentono altri intrighi, ma per dare risposte è necessario doppiare tre grandi nuove città: Neapolis, Quart-Hadash:Cartagine e un’altra che indicherà Didone.

Per ora l’isolotto di Vivara, Capo Miseno, Nisida, Baia, Megaride ,il primo insediamento dei coloni greci in terra campana, che fondarono Parthenope, dal nome della sirena che con le sorelle Leucosia e Igea viveva a Li Galli, alcuni scogli di fronte a Positano, con l’intento di ammaliare i naviganti e farli naufragare. Atnussà ricorda come l’astuzia di Ulisse trovò l’antidoto all’inganno ammaliatore. E di nuovo a testimonianza dello splendore di Napoli palazzo Capracotta, Barracco, il maniero de la Nunziatella, palazzo Carafa di Noja, il fondo del cratere del monte Echia con le cave tufacee ove si svolgevano riti ancestrali per la fertilità in onore di Dioniso, Venere e Hebone, l’altare a Mitra, il tempio di Serapide, palazzo Serra di Cassano, Castel dell’Ovo. Presente e passato si intersecano: scavi riportano alla luce fondamenta antiche, nuovi scavi deturpano le terre, ora appellate dei fuochi, per la scellerata presenza di altri crateri fumanti, luridi affaristi hanno seppellito putridume e giovani dediti a traffici illeciti sciamano ovunque, portando terrore e morte. L’attracco a Lipari, passata per mille mani dai greci fino ai normanni, è motivo per riannodare i fili di una avventura alla quale Ulisse non riesce ad attribuire risposte, un’avventura calata dall’alto, senza l’uso delle armi, un’avventura che lo ha portato a tradire l’idea di Penelope di poter trascorrere il resto dei suoi giorni al fianco dell’uomo atteso per decenni.

L’incontro con il comandante in capo della flotta cartaginese Bechir Bou Said è altro motivo per Ulisse di soffermarsi sull’anarchia in cui versa l’Europa, rafforzando la convinzione che ci sia qualcuno, e non si sa chi sia, il quale ritiene di aver plasmato la comune tragica convivenza. Didone disseppellisce il dolore, preannuncia la distruzione dell’Ellade e di Cartagine per opera di una potenza italica, fondata da Enea . La risposta all’ultimo quesito: fermarsi di fronte all’ignoto è la causa dei mali dell’umanità. Senza osare nella ricerca del nuovo, il mondo morirebbe di inedia . Ancora in viaggio ecco il regalo ad Ulisse, che dimentica spesso di essere Ulisse: l’approdo ad Ogigia, la grotta - gabbia dorata di Calipso dalla quale non le è consentito uscire per essersi schierata al fianco del padre Atlante nella guerra contro i Titani.

Un riabbracciare l’antico amore e la certezza che Nausito e Nausino non siano stati dannati all’immortalità, segnata dall’ignavia. L’ultima città nuova è disvelata: è l’ignoto, non la terra promessa, non Itaca e raggiungerla l’ultimo scopo, ma l’augurio di ripartire sempre da essa per nuove avventure. La solitudine non sarà ripagata .La soluzione è nel grande mare. L’antica terra ha dato il peggio di sé e oltre le colonne naviga putridume e torbida è la distesa. L’uomo è e sarà vittima dei suoi mali. Porre rimedi : decisamente dubbioso. Le radici del malessere sono difficili da sradicare, perché insite nella natura umana/disumana. L’ unica certezza per Ulisse/uomo: non essere castigato su un lembo di terra. L’unico bene prezioso: l’anima, il dono che consente di viaggiare nel tempo oltre la misera materia.

Recensione
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