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Viaggio nella memoria di Ignazio Gaudiosi
            Saggio critico e antologia di testi poetici

Saggio di intensa tessitura che coglie le antinomie, gli approdi filosofici, le trafitture esistenziali, nonché la gamma cromatica di una cifra stilistica intrisa e tesa di classica memoria e al contempo di esplorazione scarna di eredità ermetica. Una occasione questo saggio per rileggere un’antologia di testi poetici che aprono a ulteriori note.

Ognuno di noi ha una terra da cantare, una terra che non necessariamente è quella delle radici e Gaudiosi di terre ne ha abitate molte: uno spicchio di cuore batte per il Sud, un altro volge lo sguardo alle vette di confine che danno la grinta dell’appartenenza, un ultimo spicchio a quella terra che fa da sfondo alle luminose scaglie marine montaliane. Ma non è scabro il suo verso, evolve in una trama di classica sonorità e con parole -pietre preziose incastonate e che con magnetico fulgore conquistano l’iride del lettore e lo costringono a una pausa più lunga di unità di pensiero che congiunga come due rette parallele i percorsi dell’uno e dell’altro, vuoi nei versi del ricordo, che affiora come evanescente parvenza per subito eclissare e lasciare un dolceamaro sentimento di orfana assenza, vuoi nella ricerca d’un concreto segno della luce che certifichi un passaggio di solco sicuro e un ritrovare chi ci ha preceduto in una corrispondenza di fissità. Manca l’amico come al poeta che anche sul filo del telefono t’apre il cuore e ti fa diventare commensale nella condivisione di sogni, ombre, certezze. S’aprono le ciglia a cogliere oltre la balaustra l’uggia sulle coste o la luminescenza che sembra lì lì aprire alla sinfonia dell’eterno. Passeri, rondini armoniosamente abitano piante dai nomi noti, fronde si piegano al sussurro del vento, ma il vento, il canto riaprono alla sensazione netta del panta rei e quindi ecco il tormento ansioso della ricerca di una verità, che la fila delle formiche riattesta: il divenire, l’essere mai se stesso.

In “Un Viaggio nella memoria” le liriche in Appendice, sapientemente scelte, aprono ad una riflessione in continuum sulla solidalità, Attese di solidali appuntamenti / sono veglie solitarie ora. Nel percorrere i sentieri dell’altra città, fermo è il tempo, oltre i cancelli nell’indifferente fluire. Ognuno porterà propri fardelli / di memorie, / angosce improvvise, pacati dolori. Si sentenzia che non s’acquieta il rimpianto. Sì, perché ricordare, far riaffiorare ……significa soprattutto mettere in conto il rimpianto per parole non dette, carezze non date, sogni non realizzati. Di fronte all’ascolto sonoramente il silenzio bussa alle porte, come le ore: il giorno è fuori e attende con le solite bautte o scontate banalità, mentre fra le essenze / del passato si cerca frutto / pendulo a deserto ramo /……/ un guizzo, /…/ che ridoni sorriso/ al serrato labbro. L’accorta catacresi l’anca dei monti rende più umana la sofferenza nelle cose, il nembo si addensa e preme sull’ammasso delle case, rende più acuto lo stento del vivere, più insistente la necessità di rifugiarsi nelle dolci melanconie, la caligine del molo ingloba la propria ombra, trafitta da una lamina di faro, vinta dall’ovattato frastuono / della città poco lontana, che fa sfumare il rapimento. Il bagliore che pare preannunciare il giungere di qualcuno o un evento non è lo stesso bagliore montaliano che riporta l’io a considerare il male di vivere che altri non tocca, Il male di vivere è alleviato nell’autore dalla ricerca, conferma di una Luce.

La memoria affastella smarrite sembianze a ombre, oggi, di frettolosi passanti, perse ai crocicchi della vita. E’ questa frenesia, condannata dall’autore, che rende più amaro volgersi indietro a frugare tra i ricordi, ma un colore, un suono sono fili tesi tra presente e passato, un autunno lontano col suo struggimento riporta colori da lontane infanzie e si dilunga sugli infeltriti manti delle giogaie e delle terrazze liguri un’ansia rediviva d’allegrezze d’una vendemmia che si scrolla di dosso l’acqueruggiola della nebbia del tempo.

Nell’azzuffarsi delle idee riemergono dolori antichi, ricordi sospesi, ma il male antico cos’è se non rimuovere il velo dell’illusione e discoprire un male endemico :l’intesa nella cerchia, il fiancheggiamento, il gomito con gomito, gli ingredienti che portano all’agguato nei confronti della schiera degli onesti e nel consuntivo d’autunno quanti compromessi visti, boicottati, quanti silenzi calati nel groppo della gola, in attesa che un atteggiamento al negativo non sconvolga nuovamente il cenno che volge al positivo. Volgere la proda a uno spiraglio tra lanugini sulle anche dei declivi è cosa breve: il tempo traghetta ospiti e nessuno pare sconvolto dallo scorrere incessante, ma solo al poeta tocca, tra un palpito del mare, con un’eco di suoni adagiare lo sguardo sopra il niente e comprendere il senso dell’ eterno, con l’atteggiamento mesto di colui / che sa vedere con la vista vera. Nella quiete dell’età matura, seppure riprendano vigore sepolti fatti, come per il tronco l’umidore / della linfa celato nella crosta, i riscontri restano spesso inutili, perché il loro possesso è nella caligine del tempo che offusca il tutto, dunque meglio l’evento dell’ora nascitura.

L’inquietudine o il mancamento o una carenza, / che va di sé riempiendo ogni fessura nell’apprestarsi dei giorni trovano l’animo pronto a vela tesa a ravvivata brezza, ad intraprendere viaggi anche nella metamorfosi dell’io/che sembra un girasole che esalta i sentimenti e affievolisce i ricordi, specie quelli amari. Non tutto è da frenare sull’orlo delle ricordanze, che colgono spesso indifesi con quel trasparire come al fondale l’alga / che flette la sua ombra. Sta forse proprio nel risucchiato battere di un ciglio la bellezza dell’essere e non essere più, nella sensazione di mestizia che avvolge ogni amara commozione e viceversa. Il miracolo è qui: di colpo tutto ritrovare. Nel travaglio del meriggio cari i profili di visi e paesaggi affiorano, vestiti di una mai guarita nostalgia.

La condanna: l’incertezza / nella ricerca della giusta via, il tormento del vagheggiamento nel pensiero incerto assieme a un cruccio mai sopito, che lo fa tremare quando si incrina sotto l’incerto piede / la roccia un po' sfaldata della fede. Un dono la fede, ala di libellula tra eterno e nulla. A tutela dei sentimenti nell’agrigna quotidianità che vuole larghe le maglie della fede, la costanza nel portamento che porta a intuire la luce come crisalide nel bozzolo dell’ombra pronta a vincere l’acuto assillo e librarsi nell’ampio mistero della chiarità, che vinca i passi di mestizia, la paura della dimenticanza nel trionfo dell’auspicata sera, intrisa di una immensa commozione di silenzio, in un tramonto di osanna nel rapido svolio e la certezza che il verso oltrepassi ogni caducità sulle soglie .

Milano 1/8/2020

Recensione
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