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Y a ti respondo Cantos casi amebei / E a te rispondo Canti (quasi) amebei

In un anno, segnato dalla conta degli infetti, dei dipartiti, della sequela, alle cinque della sera, di grafici sismici per il cuore e per la mente, la fuga nella poesia, nella bellezza sonora di canti a sfida quasi amebea, dà non solo la possanza del verso sulla vita, ma il senso della sfida a credere che c’è sempre un domani, da cogliere tra azzurrità di pensieri, da tramandare sul pentagramma degli affetti, non necessariamente di sangue, ma di penna. Ed ecco P. e C., che nel segno della poesia, fuoco che alimenta l’essere, si trovano e riscoprono, pur nella lontananza, e un filo di andata ed uno di ritorno, come nel gioco del rimando, invisibile, lega la terra di Ferrara allo scoglio ischitano e viceversa e si dà voce al vissuto, all’incertezza, alla speranza.

P. propone di acquietarsi nella sera, ora che si riscopre Ulisse ancorato, con ogni viaggio compiuto, al cuore di Penelope. Il suo cuore è tenace, cuore di figlio di aspro contadino / che scavalca l’inverno / e attende primavera e tiene d’occhio le fasi della luna. E se passa Poesia, le ruba qualche verso per donarlo alla vita.

C. si rammarica: Non fui Penelope, non ebbi Proci intorno / ed un Ulisse a me non si abbandona, piuttosto si sente Aracne disperata che nella sua tela-vita / conobbe bene il graffio del dolore e immagina P. che annoda sarmenti nella vigna, che ha attesa fidente dei germogli, /…. leziosa speranza /…… di messi gioiose / da affidare al tempo, che la sfida a tenere nel pugno chiuso… l’hora terrena a fronte dei giorni grigi in cui è sovrana la solitudine e l’immensità opprime. C. paventa un’improvvisa voragine, che non s’apra a fisarmonica / l’arcobaleno di un sereno requiem.

Altra dimensione, leggera per P., diversi gli assiomi, a due esistenze / parallele soltanto nell’età. Per l’una l’esistenza fu imbroglio colossale di promesse. La nebbia opaca del Po di contro alla solarità che fa risplendere come uno smeraldo l’isola, l’assenso che il verso, si spera, sconfigga il non essere più, questo il riscatto, il compenso, il solo dono, quella nota che diviene lamento, trenodia, / assolo dell’anima scontenta, / di chi, malgrado tutto, percepisce / di essere parte di un disegno grande.

Ai neon che proiettano alla sera / la falsità di uno splendore morto fa da contraltare la luce splendente dei campi, l’oro dei limoni, il bianco fiore /… della falanghina.

Alla diaspora dei luoghi e degli affetti un solo luogo, uno scoglio, un solo scoglio, seppur di fuoco e lave, per non perdere il cuore, quel cuore che P. invita a scagliare verso il cielo, / …/ giacché titano è il poeta che dal carcere / della materia infrange i ferri e vola / spirito azzurro a più leggeri esilî.

Ama C. la sua terra natia, che la rese guerriera e la spinge a pianger sulla disfatta civiltà, non dimentica che il poeta è testimone del vero e del bello.

Non bisogna desistere: il viaggio procede con aggiusti / insospettati che il vento del nord / non dà tregua alla pelle come pure / alle ossa lo scirocco.

Si snodano le visioni: due luoghi, due vite, due mondi, l’uno legato solo alle apparenze, l’altro più umano. L’una attende il bronzeo squillo / che alla sera predìca… il domani, l’altro preferisce affidarsi al tempo della vita, erede del quid sit futurum cras, fuge quaerere.

L’una a interrogarsi su questo male (covid-19) / che necrotizza il mondo e lo divora, l’altro che nel grande contagio mette in risalto che l’uomo ha paura, non sa stare solo. Eppure le mura di casa una volta erano più spesse di un fortino alla vita, guardia al nido.

L’una amplifica il rumore del silenzio che opprime, in contrasto con l’anticipata primavera che alita incensi, che richiede attenzioni: colpi di zappa, gracchi di forbici.

E’ nella Natura il risorgere, come nell’uomo e non è del poeta tramandare solo degli avi aspri vitigni, ma la penna, il dono che fecero gli dei, ché un ricordo senza dediche / giacerà ben riposto in biblioteca.

Tutto ciò che si deve assaporare della luce non sarà tralasciato, nell’avventura-sfida della vita: vino in borraccia e stelle come guida.

Dulcis in fundo il dialogo, con retrogusto amaro, sull’essere ha dato il suo frutto: un’amicizia che si è radicata nei cuori, sempre di una stilla d’amore sitibondi.

Milano,30-5-2021

Recensione
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