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Ascesa al regno degli immortali

Premio Nazionale “Franz Kafka Italia”
VII Edizione 2017
Sezione Romanzi, Primo Premio

da: Rita Mascialino,
Rassegna di poeti, scrittori e artisti
Cleup, Padova 2017.

Da “Ascesa al regno degli immortali”

“(…) Anton (...) tra sé rifletteva: ‘Coloro che fanno teatro recitano anche nella vita... E chi li attornia, per comunicare con loro, deve anch’esso recitare una parte... La vita è un immenso teatro, in cui tutti sosteniamo un ruolo, che non è quasi mai quello che ci siamo scelti, ma solo quello che ci permette di sopravvivere... E spesso non corrisponde in nulla a ciò che realmente siamo... Finzione! E la verità dell’arte dove sta? Quella giovane donna, mentre cantava, sembrava investita del compito di immortalare la bellezza, la forza, la grandiosità del canto, della musica, dell’arte. Ma poi? Ciò che mi ha emozionato in lei è forse solo il frutto della sua vanità e della sua ambizione, ma mi ha donato sensazioni meravigliose, impetuose, appassionate, come solo una volta mi era già accaduto... Ma allora, cos’è la vera arte: verità o finzione? O forse vita... o morte?’ (...) Pensò alla disillusione della propria ricerca di una verità superiore e irreale, a fronte della meschinità e talora dell’iniquità di coloro che riescono comunque a trasmettere le più profonde e alte emozioni, dietro le quali si cela invece l’impronta della falsità. Forse coloro che hanno saputo elevarsi a sublimi altezze spirituali con la loro musica, hanno condotto un’esistenza priva di scrupoli, schiacciando altri musicisti altrettanto geniali, solo perché erano più abili nella millanteria e più capaci di perfidia? Come era possibile che ad un sommo ideale artistico non corrispondesse un’anima pura, elevata sopra la miseria umana e destinata a vincere la corruzione della storia e del tempo? Era sconcertato, e tale turbamento gli riportava alla mente gli ingenui, fiduciosi sogni di ragazzo, quanto avrebbe desiderato realizzare un’arte ideale, lontana da ogni miseria umana (...) Decise di riprendere (...) a comporre e di riversarvi l’ardore della propria anima inquieta e delusa, descrivendo con le note ciò che vedeva attorno a sé, la sua storia, i suoi sogni, il crollo delle sue illusioni ed aspirazioni. In tal modo, portando la sua delusione e la sua resurrezione interiore a modello per tutti, con quella musica avrebbe posto costantemente davanti alla gente quanto essa fuggiva: lo smarrimento ed il turbamento di chi non trovava più la strada della sua esistenza (...)”

Il romanzo di Alessandro Pierfederici: “Ascesa al regno degli immortali” si suddivide in tre parti rispettivamente di sedici, dodici e dodici Capitoli che corrispondono a fasi successive caratterizzate da frequenti flashback inerenti all’esistenza del protagonista Anton Giuliani, ipersensibile musicista e compositore che non vuole restare alla superficie dei tecnicismi musicali per spiegare la musica, ma vuole raggiungere il significato più profondo dei suoi suoni, la sua capacità di scatenare le più forti emozioni, ma anche quella di elevare gli animi alla più alta spiritualità, ossia per chiarire, ciò che, reso possibile dalle conoscenze in ambito tecnico che sono lo strumento di cui si serve la musica per venire ad essere, entra in un altro ambito, quello emozionante del significato.

Non si tratta di un romanzo d’azione, ma di pensiero, un romanzo costruito attorno ad un forte messaggio centrale: la natura dell’arte, soprattutto musicale, ma non solo, e il suo rapporto con la personalità dell’artista, con la sua più vera identità. Lo stile narrativo, come sempre in questo Autore, non si avvale del dialogo continuato che non di rado riempie pagine e pagine senza dire nulla di significativo, bensì fa un uso oculato e moderato del dialogo che, ove compaia, serve da interruzione del flusso narrativo denso di approfondimenti psicologici del protagonista ­artista proiezione in buona parte di Pierfederici, musicista e compositore, e porta significato esso stesso alla narrazione, ossia si tratta di più o meno brevi dialoghi per così dire intelligenti, che anch’essi significano a livello profondo. Detti dialoghi, pur svolgendosi soprattutto nell’ambito dell’esposizione di opinioni sulle qualità della musica di compositori come Bach, Mahler, Bruckner e altri grandi nomi della grande musica, non si inseriscono mai come corpi estranei alla narrazione, ma la vivificano ancora di più, se possibile.

Si tratta di fatto di una narrazione che vive di pensieri vivi, mai di prediche o di riflessioni superficiali, pensieri che toccano le profondità del sentire dell’ipersensibile protagonista che nutre in sé una grande meta: far conoscere l’arte musicale nelle sue più vere coordinate che attraverso lo studio dei suoni oltrepassano i suoni in sé per fondersi con il senso della vita stessa, una meta audace che Pierfederici sa rendere oltremodo interessante e che inserisce in un’atmosfera di vera suspense capace di tenere più che mai concentrato il lettore sugli eventi, pur essendo questi di natura squisitamente interiore ­ quale viaggio mai potrà per altro essere più emozionante del viaggio nelle profondità della sensibilità inconscia? Si tratta di un lungo viaggio nell’anima che attraverso lo scandagliamento della personalità del protagonista può fungere da guida all’interiorità di ciascuno, ossia di un viaggio che tutti possono affrontare assieme all’Autore per vedere luoghi nei quali da soli non si sarebbero forse mai avventurati o di cui probabilmente non avrebbero mai avuto contezza alcuna.

Si avvertono echi letterari di E.T.A. Hofmann, di Thomas Mann tra gli altri, anche di E.A. Poe, quest’ultimo soprattutto nello stile particolare dell’Autore che fa dell’indagine psicologica la narrazione più interessante ed emozionante come può esserlo un racconto del terrore di Poe, anch’esso autore di avventure eminentemente interiori. Tali echi vengono comunque trasformati – nella tecnica del montaggio che incastra spunti di altri autori appunto trasformandoli così da renderli più o meno irriconoscibili – secondo la personalità di Alessandro Pierfederici, che dà spazio libero all’espressione di se stesso, ovviamente di un se stesso le cui facoltà percipienti stanno in comunicazione con tutto il mondo che gli sta attorno. Per dare un cenno per quanto fugace di giustificazione al testé avvenuto riferimento, il protagonista si chiama Anton come Anton Bruckner figlio di Anton Bruckner come nel romanzo Anton Giuliani porta lo stesso nome del padre Anton Giuliani. Entrambi gli Anton sono stati iniziati dai loro padri alla musica nei suoi lati più profondi. Ma tale nome Anton riflette in sé anche il nome della figlia del consigliere Krespel Antonie nel racconto Rat Krespel, Il Consigliere Krespel, del romantico tedesco Hofmann, autore di splendidi racconti del terrore incentrati sugli effetti di una sensibilità portata all’estremo limite dai protagonisti, racconti che non sono inferiori a quelli di E.A. Poe, seppure diversi e sebbene meno letti – per essere goduti convenientemente nei dettagli più sottili, sarebbero da leggere in tedesco, non nelle traduzioni. Non si tratta di mera coincidenza di nomi o scelta, diciamo casuale, di nomi solo in quanto tali.

La trasformazione del femminile in un nome maschile attuata da Pierfederici è un indicatore piuttosto evidente – e frutto apparentemente di scelta consapevole – per la più fine sensibilità che è considerata in genere, a torto o a ragione, appannaggio del femminile. In Hofmann Antonie è una cantante lirica che non può resistere al richiamo della musica che viene dal suo sé più profondo e più eccitabile, ciò che, nell’intensificazione graduale in ascesa, va a scapito della sua incolumità fisica, tanto forti sono le emozioni che prendono sempre più possesso di lei mentre canta. Questo giungerà persino a procurarne la morte. Alla morte perverrà alla fine del romanzo anche Anton stesso, preda del più straordinario coinvolgimento nel vortice dei suoni, nelle emozioni sconvolgenti suscitate dalla musica compresa e goduta nei suoi messaggi più originari che lo abbattono letteralmente al suolo, non essendo egli più in grado di porvi argine. Per rimanere nell’ambito degli echi relativi ai nomi, compare anche il nome del dottor Coppini, un medico, che ricorda in una imperfetta quanto interessantissima eco la figura di Coppelius del racconto di Hofmann Der Sandmann, L’uomo della sabbia, un avvocato sinistro e malefico. Tale avvocato – o dottor Coppelius – appare diverso dal dottor Coppini che com- pare nel romanzo di Pierfederici, ma che comunque è una figura che desta in Anton disagio come nel Nathanael di Hofmann dove provoca spavento, sempre tuttavia collegato alla sensibilità interiore. Disagio in quanto Coppini è fidanzato di Katharina – anche qui c’è qualche sottile richiamo a Coppelius su cui sarebbe interessante soffermarci –, donna che ammalia immediatamente a prima vista il protagonista Anton e con la quale questo avrà una tormentata relazione professionale e non solo. Successivamente, quando Anton è colpito da infarto, sarà proprio Coppini che lo prenderà in cura senza riuscire per altro a salvargli la vita se non per breve tempo: guarirà, ma poi cadrà di nuovo preda della propria sensibilità musicale, artistica, acuita allo spasimo, ciò con qualche lontano, ma profondo richiamo alla funzione del Coppelius/Coppola di Hofmann.

Nathanael si getterà al suolo dal tetto suicidandosi nella più conclamata follia e, come dice Coppelius, cadrà giù da solo, grazie alla sua sensibilità fuori dalla norma. Anton cadrà vittima dell’acutezza della propria sensibilità, ossia cadrà anch’esso da solo anche se non nella follia, bensì nella rovina della sua incolumità fisica, dalla quale pare metterlo in guardia Coppini consapevole dei rischi cui espone la estrema sensibilità artistica di Anton e consapevole del fatto che sarà difficile per Anton reggere alla devastante potenza della sua ipersensibilità, spettatore anch’egli come Coppelius, seppure con le trasformazioni attuate da Pierfederici, della rovina del protagonista. Ci sarebbero non pochi ulteriori dettagli interessanti da estrinsecare a proposito del personaggio Coppini nel suo possibile rapporto sfalsato con Coppelius, ma questo in eventuale analisi, non nel breve spazio di una recensione. Certo, qualcuno può ritenere che le associazioni ai nomi possano non avere nessun significato tranne che nella più casuale scelta degli autori per le loro opere, ma occorre sottolineare che il concetto di casualità applicato al cervello comunque e sempre va affrontato con massima prudenza. È tuttavia interessante vedere come nell’Autore esistano trasformazioni dei nomi presenti in Hofmann e delle qualità di coloro che li portano, un po’ come un esperimento di incroci e innesti tra le spazialità convogliate dalle parole e dalle strutture in cui sono poste, dalle espressioni linguistiche concettuali ed emozionali che costruiscono le verità più profonde di mondi psichici che altrimenti rimarrebbero sconosciuti. Senza dubbio comunque l’atmosfera generale di cui vive il romanzo è quella del lato sinistro intrinseco alla sensibilità, per eccellenza istanza romantica. Tale lato sinistro, percepito fortemente dall’Autore, lo interessa e lo affascina molto, così che riesce a produrre e tenere desta, come anticipato, una vera e propria suspense in cui si intessono le esperienze interiori del protagonista.

Quanto all’aggancio a Thomas Mann, il più evidente in particolare si riferisce, tra l’altro, al racconto Tristan, imperniato a sua volta su un’aria del Tristan und Isolde, Tristano e Isotta, di Wagner, ossia al rapporto vita ­arte, verità della vita e verità dell’arte, e incentrato sulla ipersensibilità dell’artista che andrebbe a scapito della sua salute fisica e lo porterebbe ad un sempre maggiore isolamento dal prossimo, meno sensibile, ma più sano, rapporto che come anticipato è un Leitmotiv del romanzo stesso. Qualche aggancio al Doktor Faustus di Mann è solo di tutta superficie, anche se il rischio della genialità artistica compare sia in Mann che in Pierfederici, più forti paiono essere i collegamenti – trasformati con la citata tecnica letteraria del montaggio magistralmente padroneggiata – con il Romanticismo tedesco, in particolare con Hofmann.

Prima di concludere la breve presentazione, facciamo seguire un passo a proposito dell’isolamento dell’artista geniale dal mondo borghese incapace di seguirlo nel suo cammino nelle profondità interiori, isolamento per il quale l’artista soffre non riuscendo a superarlo (241­-242):

“(...) Il suo modo di insegnare – volto a far scoprire ai suoi allievi l’artista vero che si celava in loro, talora dietro un autentico talento, talora dietro una passione o una dedizione profonda alla propria vocazione – li aveva sempre incoraggiati, coinvolti, entusiasmati (...) Lo ascoltavano affascinati quando, seduto al pianoforte, raccontava la storia di questo o quel brano, o schiudeva loro i misteri di un compositore, attraverso l’analisi che ne illuminava gli aspetti più nascosti, offrendo loro non solo le nozioni tecniche ma lo spirito della musica (...), delle opere immortali dei grandi geni (...) Inspiegabili, quindi e, a maggior ragione, più amare, furono per lui (...) repentine defezioni, delle quali iniziò a cercare in sé le motivazioni, affannandosi invano, nel suo crescente isolamento, a cercare un episodio, un malinteso, una colpa cui far risalire tali decisioni. Eppure nulla gli tornava alla mente, né presente né passato (...) Nella solitudine in cui quasi tutti gli allievi lo avevano abbandonato, ed in cui non gli giungeva nessuna richiesta di suonare o di dirigere né di eseguire o pubblicare la sua musica, anche ogni tentativo di vedere quanto stava avvenendo con la fiducia che aveva in parte riconquistato prima della sua malattia, naufragò in breve miseramente, ed un cupo pessimismo strinse progressivamente il suo cuore (...)”

Isolamento progressivo dovuto alla troppo ampia distanza tra la sensibilità e profonda comprensione del significato della musica da parte di Anton rispetto a chi pur si può entusiasmare per essa, ma che non ha il coraggio di scendere in rischiose profondità. Da questo l’allontanamento del protagonista da tanta umanità, ciò che simboleggia la differenza fra la persona geniale e il pubblico comunque chiuso entro orizzonti invalicabili, protettivi, ma conseguentemente anche immensamente meno eccitanti, destino di frattura tra il pubblico e l’artista straordinario che esplicita come non si possa conciliare del tutto il vivere tranquillo e borghese con l’acutizzazione della sensibilità. Una differenza importante e fondamentale nell’analisi dell’arte musicale di Alessandro Pierfederici in questo romanzo da quanto espresso ad esempio nel già citato Doktor Faustus di Mann sta nel fatto che l’Autore tiene decisamente separate la salute mentale da quella fisica e dall’ipersensibilità portata all’estremo limite: Anton muore per così dire ucciso dalla sua capacità di comprendere tanto profondamente la natura della musica, ma conserva la sua incolumità mentale in una tensione ad oltranza verso il comprendere, facoltà senza la quale nulla avrebbe più senso, né mostra alcunché del superomismo – velleitario in verità – di Adrian Leverkühn­-Mann che non solo vende l’anima al diavolo per vivere senza proprio merito le alture del genio, ma addirittura si fa infettare con la sifilide pur di sperimentare la follia da cui si aspetta lo sviluppo della genialità fuori dalla norma della salute mentale borghese.

In Pierfederici l’arte esprime la personalità dell’artista nel modo più ampio, più profondo e più vero possibile, in ogni caso molto di più di quanto possa il quotidiano vivere nelle cui molto limitate coordinate si esaurisce un’identità umana corrispondentemente limitata, ma quanto alla genialità scatenata dalla sifilide non può valere, aggiungiamo qui, l’esempio di Nietzsche, pure sifilitico, riflesso nel protagonista di Mann. Basta analizzare senza pregiudizi culturali né di sorta gli scritti di Nietzsche, primo fra tutti Also sprach Zarathustra, Così parlò Zaratustra, per vedere come tutto possa essere in Nietzsche, comunque studioso molto interessante, fuorché una vera e propria genialità. In termini brevi e tornando ad Alessandro Pierfederici: per l’Autore non c’è arte senza salute mentale – ben diversamente anche dall’opinione di Lombroso sull’accoppiamento di genio e follia – e la più estrema sensibilità musicale può andare a scapito solo della salute fisica, come nel sopra citato Rat Krespel, mantenendo integra la salute mentale, ciò che per altro, per fare un esempio emblematico, è accaduto a Wagner, ucciso dalla sua straordinaria sensibilità per la musica che ne ha abbattuto la resistenza cardiaca, ma non la mente.

Il romanzo di Alessandro Pierfederici, per concludere, rende possibile al lettore, tra le molte stimolazioni alle più profonde riflessioni di vario tenore sparse ovunque nel testo, di conoscere come visitatore privilegiato i paesaggi meravigliosi della ipersensibilità musicale sia nell’ambito della composizione che della interpretazione dei suoi significati cui è dato ampio spazio nell’opera, che apre uno scenario quanto mai affascinante ed emozionante sulla natura di tale arte e anche dell’arte in generale, una natura che vale la pena di conoscere così come è presentata dall’Autore nella sua analisi, capace di entrare con sintesi panoramiche e con il più articolato dettaglio in un reame così impervio e sconvolgente come lo è quello della grande musica, che conduce comunque gli eletti al regno degli immortali.

Recensione
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