Servizi
Contatti

Eventi


Racconti e memorie di isole e mari

Premio Nazionale “Franz Kafka Italia”
VII Edizione 2017
Sezione Romanzi, Primo Premio

da: Rita Mascialino,
Rassegna di poeti, scrittori e artisti
Cleup, Padova 2017.

Da “Racconti e memorie di isole e mari”

“(…) Mentre mangiavo la frugale cena che mi era stata preparata, mi accorsi che, nel frattempo, si era levato un forte vento che fischiava e sibilava alla finestra e lungo i muri. Dopo tanti giorni di navigazione, accompagnata da una brezza benefica che aveva condotto felicemente il veliero a destinazione, quella sera si stava levando un’autentica tempesta di vento, la cui voce lamentosa pareva evocare memorie e dolori lontani. Essa portava con sé forse le urla di terrore di chi è in balìa della furia del mare, forse il pianto di chi attende con angoscia il ritorno dei propri cari; o forse le preghiere e le suppliche, le nostalgie, i rimpianti e i desideri dei marinai, che si svelano durante le calme notti stellate, in mezzo allo sconfinato, immobile deserto dell’oceano. Era un coro di voci umane che richiamava emozioni e ricordi, e forse tra loro credevo di sentire anche la mia: le folate sopraggiungevano come un’onda di sentimenti passati, che percepivo per un istante, cercando di trattenerla, ma essa si allontanava, disperdendosi nella notte, subito seguita da un’altra, che rianimava altre sensazioni e portava con sé la mia mente. Allo strano pensiero che il vento fosse giunto per me, un ignoto turbamento si insinuò nel mio cuore, pesando sordamente sul mio petto e troncandomi il respiro. In preda ad una forte suggestione che la mia fantasia alimentava, non riuscivo a spiegarmi tanta improvvisa paura. Sentii un soffio gelido invadere il mio corpo e fui colto da un brivido di spavento e dall’inquietante sensazione di non essere più solo. Mi alzai in piedi, guardai attorno e tutto pareva tranquillo. Solo il vento continuava incessantemente a fischiare e a percuotere la finestra (...)”

La raccolta di Alessandro Pierfederici “Racconti e memorie di isole e mari” presenta sedici racconti corredati da suggestive fotografie di Lucia Mazzaria in bianco e nero spento, un seppia più o meno sfumato verso il grigio. Si tratta di racconti del profondo che fanno emergere alla superficie, per il possibile, lo speciale incontro dell’Autore in quanto artista con il suo immaginario. Che l’Autore sia un musicista innanzitutto si esplicita proprio nel tema principale della narrazione: i mari e i venti spesso in tempesta con la loro drammatica voce che si manifesta come arcaica sinfonia dei primordi della Terra, la presenza di isole a significare la solitudine in cui avviene l’attività creativa artistica. Lo stile in cui la narrazione è condotta, come sempre per altro in questo Autore, non è mai inutilmente analitico, ossia non utilizza descrizioni e dialoghi che a nulla servono se non ad annoiare mostrando l’inconsistenza del messaggio che sta alla loro base. Si tratta di descrizioni sottili e di dialoghi sempre significanti sia sul piano concreto sia su quello simbolico. Di fatto i protagonisti principali dei racconti sono appunto i mari e i venti, particolarmente adatti con la loro musica ad evocare viaggi nell’interiorità più profonda come appunto è tipico della grande musica, interiorità da cui in genere rifugge per il possibile la mente umana che si spaventa di fronte al proprio immaginario più profondo ed è più incline ai dolci suoni adatti al focolare domestico. Anche il protagonista dei racconti proiezione di Alessandro Pierfederici ha paura quando incontra il suo inconscio che si fonde magistralmente con gli spaventi provocati dalle acque e dai venti primordiali, dal mondo umbratile delle notti più buie o stellate, non meno spaventose di quelle come nel brano posto ad introduzione di questa Recensione. Tale spavento si associa per affinità del sentire alla narrativa del grande Edgar Allan Poe, maestro del rapporto con l’inconscio e di conseguenza della narrazione del terrore come spazio privilegiato dell’inconscio, spaventoso in quanto per eccellenza ignoto e metaforicamente oscuro.

Anche Pierfederici ha il coraggio, l’audacia e la curiosità di conoscere se stesso esplorando la zona buia e inquietante della propria personalità, zona buia penetrando nella quale dà significato al mondo. L’aspetto psicologico è sempre presente ed anzi la fa da padrone, come non può essere altrimenti in qualsiasi scrittura di fantasia sebbene in misura maggiore o minore a seconda della capacità dell’artista di scandagliare l’inconscio, ciò che fa la differenza è appunto il tipo di personalità: chi si ferma in superficie, chi si addentra subito sotto di essa, chi si limita a sentimentalismi più o meno triti che imitano profondità che in realtà non ci sono – la voce originale del profondo, per restare nello scenario aperto da Pierfederici, è inconfondibile per lo spavento e lo sgomento che reca immancabilmente con sé dovuto all’oscurità da cui si fa sentire –, chi come Pierfederici va avanti indagando la zona nera per conoscerla. E questo si rivela utile non solo all’anima d’artista dell’Autore, ma anche all’Autore come uomo comune, nonché a tanti altri uomini che decidano di seguirlo leggendo i suoi racconti quale preziosa guida per giungere, restando a distanza di sicurezza, in luoghi da essi in genere prudentemente schivati non essendo essi esploratori in prima persona dei mondi della psiche, un po’ come quando il capitano di una nave conduce i suoi passeggeri nelle traversate oceani- che. Alessandro Pierfederici è un esploratore dei mondi oscuri della psiche in prima persona come dimostrano la sua passione per la grande musica, quella sinfonica e operistica che trae origine dall’interiorità più segreta e nello specifico i suggestivi racconti che si giocano sul mare, simbolo per eccellenza dell’inconscio.

Cito a dimostrazione di quanto asserito fin qui il racconto “L’eterna pena del navigatore” (pagg.105-­113), di cui un brano è riportato ad introduzione di questa Recensione. Gli eventi si svolgono in una nota isola delle Canarie, Gomera, in un convento di frati, misterioso come tutti i conventi che respirano e custodiscono l’atmosfera di cose esoteriche, nascoste e ignote ai più. Passo passo l’Autore con- duce se stesso e il lettore assieme a lui nella notte più scura che grava sul mare in tempesta, emanante assieme al vento lamenti tristissimi, quasi come nell’immaginazione lo potrebbero essere quelli provenienti dall’al di là, terrorizzanti. E di fatto il protagonista parla anche esplicitamente tra l’altro di tombe di coloro che hanno vissuto nel convento. In tale situazione il dialogo con l’inconscio si materializza, si fa per dire, in un frate dal saio nero e incappucciato così che non se ne vede il volto, un’ombra nera come è il colore che da sempre simboleggia il luogo per eccellenza senza luce, senza volto e individualità. Nel marasma della notte più tempestosa il frate inserisce il personaggio storico di Cristoforo Colombo che l’Autore utilizza come strumento diegetico per alleggerire la grevità dell’atmosfera fatta eminentemente di ombre – Colombo resta pur sempre una persona nota e meno spaventosa dell’uomo ignoto che di lui narra. La storia di Colombo che si sarebbe pentito di avere scoperto terre nuove in quanto foriere di disgrazie per tutta l’umanità, guerre, sopraffazioni, sofferenze, distoglie in parte l’attenzione dal frate con il saio nero e con ciò allevia l’inquietudine del protagonista di stare parlando con un’ombra nera, il cui cappuccio non si muove neppure al contatto delle più violente raffiche di vento. Che si tratti, al di là della trama di superficie del racconto, di un fantasma dell’immaginazione del protagonista lo si deduce soprattutto da alcuni particolari: il giorno successivo a tale incontro risulta che nessuno abbia visto il frate dal saio nero e il protagonista stesso non riesce più a riconoscerlo tra gli altri frati, non solo, non ritrova più le ferite ricevute al braccio da parte del frate, inoltre per la già accennata immobilità del saio pur in mezzo alla bufera.

Per altro tale ombra apostrofa il protagonista come “fratello”, simile a sé dunque, mentre il protagonista risponde con l’appellativo di “padre”, l’inconscio riconosciuto come padre di tutta la vita. Il frate guardiano, colui che sempre sul piano simbolico su cui si svolge la vicenda, tiene a bada le ombre, interrogato sullo strano frate dal saio nero il giorno seguente, non ama parlare di tale visita che nega quasi ne sappia qualcosa che voglia tacere e si allontana assumendo tuttavia misteriosamente l’aspetto del frate dal saio nero, un po’ come se tutti gli abitanti del convento fossero ombre e fantasmi chiusi nella personalità del protagonista che in quell’isola solitaria abbia avuto un libero contatto con essi. Frate guardiano che mostra un peggiorativo rispetto all’ombra nera della notte precedente: il volto, che in questo caso si fa vedere sovrapponendosi a quello della morte. La sovrapposizione con la morte stessa esprime genialmente la particolare condizione psicologica di chi naviga nei reami più inconsci, a contatto di figure che non hanno vita concreta, di fantasmi, quindi e per così dire di morti, ciò che rappresenta il sinistro intrinseco all’arte che, in profondità e spesso del tutto inconsciamente, familiarizza comunque gli umani attraverso il senso estetico con il loro destino che non è di vita, rendendolo bello ed emozionante, ciò che avviene appunto sempre nell’arte, a tutti i livelli, da quelli più superficiali a quelli più profondi, nel racconto dell’Autore a livello particolarmente profondo e diretto.

Tornando al pentimento di Colombo per la scoperta di nuove terre prima ignote e poi causa di mali per l’umanità, il viaggio nel più ignoto immaginario, indispensabile all’arte con la A maiuscola, può liberare mostri che, dominati dall’artista, possono prendere il sopravvento, se non si è esperti navigatori, togliendo l’equilibrio. Rafforza tale interpretazione del racconto di Pierfederici sul piano eminentemente simbolico anche il titolo “L’eterna pena del navigatore”, che non si riferisce, come in apparenza, a Cristoforo Colombo, ma a colui che naviga i mari e che ne porta eterna pena, più in una certa assonanza con l’opera di Richard Wagner “Der fliegende Holländer”, Il vascello fantasma, ciò che si riferisce a sua volta anche alla sofferenza che accompagna la creazione artistica specialmente in ambito della grande musica. In altri termini: l’analisi del titolo dà la giusta chiave di lettura del personaggio di Cristoforo Colombo che si sovrappone al navigatore-­artista per creare una leggenda percepibile più facilmente dai lettori, così che tutti possano avvicinare la narrazione rassicurati dal richiamo al piano concreto degli eventi, anche fuori dall’ambito della musica stessa.

Recensione
Literary © 1997-2017 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza