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La tempesta dell'amore

La nuova prova poetica di Michela Vitturi, dal titolo imponente, potrebbe trarre in inganno chi si attendesse una passionale rivisitazione della tematica lirica per eccellenza sul tema erotico, già abbondantemente frequentata dai poeti di ogni tempo e dunque ardua e anche foriera di pregiudizi.

Invece la prova di Michela si rivela piuttosto come l’eruzione di un’anima forte e fragilissima, in preda al proprio flusso ora magmatico ora meditato e al bisogno – forse anche suo malgrado – di testimoniare la ricca e problematica interiorità che le deriva dall’ esperienza della sua stessa vita, non certo banale. La tempesta in cui ci guida è il vivere, il tumulto a volte ossessivo che ci vede protagonisti o anche vittime del destino, e come trascinati su una zattera, precaria, sull’Oceano. Nella personale vicenda terrena si coglie lo sgomento, a volte la paura di non poter determinare fino in fondo il nostro destino. Eppure l’orgoglio, il colpo di reni prometeico della poetessa rivela la propria dignità e il coraggio, quando basta un imprevedibile schiarire, tra un turbine e il successivo, per darle un brivido raro, e perciò incomparabilmente utile: ecco che appare l’amore e la Bellezza. È una speranza di approdo labile ma bastante.

Così la tempesta dell’amore si svela in connotati progressivi, a tracciare solo come riassunto conclusivo il diagramma o persino un primo bilancio di un ciclo della vita, non esclusivamente sentimentale, tracciato nelle linee più cupe ma anche in quelle più esaltanti e solari.

La raccolta si apre con il vento del cambiamento, dove nella stagione autunnale che prelude all’inverno, per antonomasia la stagione più triste, fa riscontro ad un fastidioso senso di premonizione uggioso e triste l’aspettativa di una nuova evoluzione, emblematica primavera di rinnovamento.

Raramente i versi di Michela Vitturi sembrano schiudersi ad una visione di serenità. Una povera Mosca ubriaca di luce spesso sbatte contro un vetro che la riporta ad una condizione di buio o esplicitamente Verso la morte. Ma quella di Michela non è poesia decadente che si crogiola in un pessimismo di maniera. Anche dietro i versi sincopati e duri si nasconde una ragazzaccia capace di lanciare frecciate di vitalissima ironia, come ne La mente mente, dove l’autrice si concede di astrarsi da se stessa per ribadire, pur in un pessimismo cosmico, la propria irridente consapevolezza. O quando, nella gustosa canzonatoria Pulcinella, con sapienza e frecciate degne di un’intelligente poetessa cinquecentesca, si rapporta ad un maldestro corteggiatore senza merito né memoria:

Povero scemo // Potrei chiamarti ora, / capitan nemo, / ma non ti nomino nemmeno.

Certo la condizione umana ci lascia in solitudine ad affrontare il futuro. Una malinconia Burano, terra natale, borgo d’infanzia mitica e gioiosa, nell’innocenza dell’età, assume la vocazione di isola dei desideri perduti. L’autrice avverte la struggente tempesta dell’amore che qui è il battito, ritmo del mio cuore dove grondando lacrime / salate / piange una terra per sempre perduta. Tempesta che in fondo è soprattutto dolce mestizia per il tempo che scolora e disillude.

Venezia e i suoi simboli caratteristici si accostano sempre alla Bellezza: come nella poesia Gondola. Un’oscillazione antica e travolgente nel suo inarrestabile fluire ci scuote nell’intimità. Lo sciacquio delle onde contro la barca che le accoglie, la voga possente di un marinaio che trasfigura la scena di un amplesso meraviglioso: la tempesta d’amore può trascinare all’estasi e alla comunione di due esseri verso un paradiso ideale.

Michela Vitturi si ritrova spesso a contemplare il cielo notturno: scopre una luna persona, divinità misteriosa e ambigua che talvolta proietta un ghigno spettrale, ma più spesso infonde nella sua pienezza la consolazione. Appare come una grande scintilla nella notte, lume della Natura Madre, per rischiarare pietosa anche le tenebre della nostra mente e farci riposare in pace (Sera, Notturno).

Nella notte scintillante anche la poetessa può ritrovare il senso di un silenzio amico, la pace di un’armonia agognata ed ora, finalmente, in sintonia con la tensione che si placa: il silenzio ha un suono immacolato. Se talvolta l’atmosfera infausta dell’autunno ci costringe a prendere atto che la stagione ha generato frutti marci e da buttare, basta il ricordo del momento felicissimo del parto e della diletta figlia Chiara a rigenerare la voglia di vivere.

La cifra espressiva di Michela Vitturi si nutre di contraddizioni, così come avviene tra le persone vere: il pessimismo lascia spazio alla ricerca di veri Tesori, quando la rima, gradevolmente ingenua, apre alla prospettiva di rinvenirli: ognuno di noi cela ricchezze nel suo io più profondo. Basta ascoltare il battito del cuore e si possono raggiungere luoghi inauditi / planando fra stelle / pianeti e meteoriti.

E l’amore, gli affetti sono la solida e precaria chiave di volta che sostiene tutta la sicurezza: già l’attesa del proprio amato mette l’anima in subbuglio. Sono solo i momenti intimi, i gesti semplici con la persona che si ama, a ridare vigore all’istinto di vivere e ad infondere fiducia in tale attendibile prospettiva. Nella comunione dei corpi si realizza un miracolo di indissolubile compassione: dove inizi tu? Dove termino io?

La tempesta d’amore è una continua lotta tra la forza dell’amore e la solitudine, tra il male anche fisico e lo stupore per ogni rivelazione di bellezza, ma sempre a calmare il cuore agitato soccorre la vicinanza dell’amato, col suo solido potere taumaturgico. Dopo ogni spaventosa esperienza, dopo il trauma del temporale, tutto si scioglie; l’ansia della poetessa si stempera al punto da chiedersi stupita e ammirata ad un tempo: com’è possibile / che rispunti / il sole? Un rapporto con l’amore non lineare e che ha bisogno di continue conferme, che provoca piccole, ma simbolicamente enormi delusioni (Vacanze, La fine), ma che ritrova sempre una dimensione persino catartica (Volo, Passione) o di speranza (Viaggio) o di riconoscimento affettivo (Pelle di velluto).

Scoprire l’umanità intensa di Michela Vitturi, rilevare le sue ombre nel carattere, le pieghe a volte inquietanti e le sue cadute, partecipare ai suoi voli avvincenti verso atmosfere rarefatte e pure è esperienza poetica rilevante. Non importa se il suo poetare, per altro raramente, sfiora luoghi comuni e qualche stilema che compone il suo vario caleidoscopio di emozioni così spontanee. Rimane l’impressione costante di un modo di poetare diretto, di trasparente femminile sincerità.

Recensione
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