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Liceali. L'insegnante va a scuola

Insegnanti e artisti veri possono a buon diritto chiamarsi Maestri: spetta a entrambi lo stesso titolo che è, insieme, il loro denominatore comune. A porli sullo stesso piano sono gli ingredienti di cui fanno uso: umiltà, empatia, disponibilità a non sottovalutare la componente artigianale del loro lavoro, tensione etica, creatività… Francesca Luzzio è la prova concreta della verità dell’assunto: poetessa e scrittrice, è stata una vera Maestra per gli allievi che, con lei, hanno percorso un delicato segmento del loro cammino. Una docente artista che, attingendo al suo bagaglio di conoscenze psicopedagogiche e didattiche nonché a quello di una preparazione letteraria di grande spessore, giorno dopo giorno, ha saputo “ideare”, nell’atto vivo dell’insegnamento, non una lezione pedante e ripetitiva, bensì proprio quella adatta alla “misura” di ciascuno dei suoi studenti: in quel preciso momento della storia della società e del mondo. Individualizzazione, contestualizzazione e, senza forzature o anacronismi, attualizzazione… Queste le coordinate funzionali e fertili di un progetto mirato a far acquisire una cultura non depositaria bensì consapevole e problematizzante.

Il lettore avrà modo di verificare di persona quanto sinora dichiarato, sfogliando le belle pagine della raccolta di racconti e poesie “Liceali. L’insegnante va a scuola”, che Francesca Luzzio ha pubblicato con Genesi Editrice nel 2013. Nella prefazione, Sandro Gros Pietro fornisce, con acutezza di analisi, una mappa del libro, evidenziandone le diverse chiavi di lettura (antropologica, sociologica, storica, pedagogica) e, insieme, sottolineandone la valenza estetica e linguistica. A proposito di quest’ultima scrive: “Il linguaggio della poesia… ha in comune con la prosa un’esposizione semplice, tattile, sensuale, palmare, immediata, autentica, tersa, usuale e rassicurante. Una scrittura che punta sempre alla realtà delle cose, all’immanenza dei fenomeni, alla forza dei rapporti umani… e lo fa in modo diretto e conciso”.

Il titolo esprime, con efficacia, le intenzioni e la sostanza del libro. L’autrice ci racconta sé stessa nel suo rapportarsi con la scuola, nel suo costante porsi nella duplice veste di chi insegna e, nel contempo, apprende. Giunta alla conclusione di un’attività scelta per vocazione e vissuta con passione e come missione, Luzzio, che ancora sente nell’anima la lacerazione del distacco, fa il punto sul percorso compiuto, sull’adeguatezza dell’impegno, su eventuali omissioni, errori, debiti… Ha dovuto confrontarsi con un’epoca complessa, critica, segnata da una metamorfosi rapida, a tratti, ingestibile. Il balzo in avanti è stato di dimensioni impensabili: la scienza e la tecnologia hanno raggiunto mete tali da richiedere un’umanità molto più matura per governarne il corso. La politica, inadeguata e avvilita da ottusità, faciloneria e spregiudicatezza, ha asservito la pedagogia all’ ideologia di volta in volta imperante. Come “Zattera della Medusa”, in balia della tempesta, più volte la scuola ha rischiato paurose derive. A salvarla e a difenderne le ragioni e la dignità sono rimasti solamente gli insegnanti; non tutti, in verità: solo quelli che, come Francesca Luzzio, dotati di onestà intellettuale e di un’intelligenza critica, hanno avuto il coraggio di opporsi a chi li voleva belanti esecutori, utilizzatori della sola intelligenza strumentale.

I personaggi dei racconti sono emblematici di una scuola, specchio della crisi che attraversa la storia del mondo e, tuttavia, grazie a Francesca Luzzio e alle cose che scrive, anche di una scuola che tenta di riappropriarsi della sua dimensione trainante, consapevole del fatto che limitarsi a essere solo specchio significherebbe rinunciare a proporre alternative e, quindi, snaturarsi… “Ricerca d’identità”, “Mi vendo”, “Il ragazzo fagotto”, “Diverso”, “Italiano non italiano”, “Figlio di portiere”… sono lacerti dolenti di vita, graffi nel cuore e nella mente e, tuttavia, sono anche spiragli di luce, più o meno tenui, tesi ad attraversare la nebbia. Essenziali, lapidarie e intense, le poesie, sono, a loro volta, la sublimazione esatta dei racconti, il loro spirito che si fa canto. Ne costituiscono prova i versi attraversati da malinconia sorvegliata e schiva con cui si conclude la lirica intitolata “Supplenza”: “I giubbotti sono lì, appesi in fila privi dell’anima/ che li muoveva…/ Un casco rotola… / piede incurante colpisce la palla,/ rotola come il tempo e suona la campana.” Il correlativo oggettivo; “il tempo” che “rotola”, indifferente; la “campana”, all’improvviso…

Si leggono e si ascoltano, le poesie. Non si spiegano. Questa ne è un esempio eloquente. Richiede concentrazione, intelligenza, cuore… E, soprattutto, silenzio.

Recensione
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