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Raffinata poetessa dotata di intensa interiorità che si muove in un'articolazione di riflessioni e sogni espressi con un linguaggio denso di inventiva e risorse metriche, la Busca Gernetti in questa terza silloge Ombra della sera mantiene inalterata la sua cifra poetica in perfetta sintonia con l'incidenza simbolica delle immagini di cui aveva già dato prova nelle due precedenti sillogi: Asfodeli e La luna e la memoria. Ritualità di pulsioni laico-religiose che si accavallano e s'inseguono nel fecondo vivaio del suo universo dove la metafora dell'ombra della sera: "Forse la vera essenza | si svela nel tardo crepuscolo | presso l'oscura soglia | della tetra notte" inanella le immagini in un unico affresco visionario a raggruppare le sezioni della raccolta: Metempsicosi, Ombra della sera, Eros, Elegie sicane, Canto della terra, Notturno, Thanatos, il cui ordito si dipana come un ininterrotto racconto.

La necessità di comprensione di sé, il desiderio d'immergersi nella natura: "le siepi ormai bianche di petali | le timide viole che occhieggiano | tra il verde rigoglio del prato, mi perdo con lo sguardo nella pura | e immensa azzurrità | del cielo e delle onde", il motivo religioso o quanto meno del trascendente: "io sono tutto | e nulla | nella chiaria dell'alba", il richiamo sottile dell'infanzia goduta: "oggi vivevo nel passato | ero una bimba timida e scontrosa | china sull'umida scabra battigia | che cercava pietruzze colorate", la comunione poetica con gli altri: "l'ora di Barga del Poeta | è viva nella mente", sono motivi frequenti della sua tematica abilmente interpretati da un verseggiare sapiente in cui il verso libero ben si amalgama con metri classici. Una poesia senza dubbio dotta in cui però la spontaneità di certe intuizioni: "una pietruzza verde fra le dita", non è affatto invalidata dall'alchemica progressione di versi come questi: "ecco mi bagno nel limpido mare | turchino, nel mare che Ulisse | ardito, con l'agile chiglia | solcava alla volta del regno | ventoso di Eolo". E non mancano i richiami e gli appuntamenti con Eros che acquistano fascino particolare per riferimenti forse autobiografici perché quando la storia di sé diventa urgente, sfugge dalle mani dell'autore e si fa inchiostro: "amaro è l'attendere vano | mentre ore mute, incolori | sembrano immobili". Né mancano stupende immagini rubate alla terra cui la nostra è tenacemente legata in una sorta di sensuale, atavico innamoramento: "il canto della terra | è un lieve stormire di fronde | un sussurro dolce dolente nel pallore dell'alba, | sinfonia della vigna | violacea di grappoli turgidi | nell'aria sonora di vespe, campi di papaveri | squillanti sulle prode | nell'oro delle spighe (...)" dove il dettato poetico si fa carico di odori e presenze e diventa tessuto cromatico quasi a esorcizzare la paura dell'ombra. E neppure trascurato l'argomento morte (Thanatos) dove si fa certezza l'umano destino tribolato, dove forse emerge quella parte oscura di noi, l'ombra appunto: "occhi senza sorriso | scuri nel volto triste" e più avanti "tutta la notte nel rifugio | nella grande cantina dal soffitto a crociere", ma dove però nella mancanza di un giudizio negativo e nell'appassionato appello a un Padre misericordioso: "ti prego padre mio celeste | fammi risvegliare bambina" la poetessa attraverso il lievito della religiosità unitamente a quello degli affetti familiari scommette sulla bontà dell'uomo dividendo con gli altri le sofferenze di un percorso di vita. Sofferenze da cui come dice Madame de Sévigé si esce anche attraverso lo scrivere: "l'unico modo per rendere tollerabile un'indicibile sofferenza".

Recensione
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