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Del sognato

Si è sul bordo di qualcosa, una rosa, un gesto, una presenza collegata all’attesa; tra queste costanti si dipana il senso del detto e del non detto, la feritoia e la «ferita», o l’esistere in bilico tra conscio e inconscio, che trovano il loro correlativo nel sogno ad occhi aperti, che è la poesia di Raffaele Piazza. Plinio Perilli non a caso ha parlato di ‘poeta fanciullo’ e Gabriela Fantato titola L’eterna adolescenza della parola, la sua bella prefazione, o nota «in margine», all’ultimo volume.

Poeta che tra i suoi temi privilegia quello della metafora vegetale, nella tensione del rinominare il mondo naturale e familiare attraverso la parola, sempre «alla ricerca di una rigenerazione continua, come appunto nel ciclo eterno della natura, e alla ricerca di un mondo-casa abitabile come un giardino benevolo popolato di figure familiari e amiche», come ha ben evidenziato Enzo Rega in un saggio sulla poesia di Piazza apparso sul n. 20-21 (2002, p. 199) della rivista «Gradiva». Dopo la pubblicazione di Sul bordo della rosa, che è il terzo tempo di un trilogia, con riprese di temi, metafore e di lessemi (“vetro”, “fragola”, “sogno” ecc.) dei precedenti lavori, I luoghi visibili e La sete della favola, in quest’ultimo libro, Del sognato, l’autore ha chiaramente evidenziato le coordinate di una ‘storia’, scandita dalle fasi del desiderio-piacere del luogo domestico, come nel testo iniziale, e dall’attesa sofferta nell’epilogo di una comunicazione virtuale, «la mail» che dovrà pervenire entro una data certa, da parte di una donna-adolescente, Alessia. Ancora la «casa-mondo» è il luogo visibile, spazio privilegiato, recintato e chiuso o «chiostro» nella idealizzazione medievaleggiante e mistica delle precedenti raccolte («il verde del filodendro nella chiostra / di protezione», p. 22) ma anche il luogo dell’esilio e della solitudine, luogo invisibile e decentrato, liquido, in cui «tutto fluttua, si agita e si muove nel testo, così come attorno a noi», come dice opportunamente la Fantato (p. 6), che mette in evidenza la «tensione tutta postmoderna al dar voce alla pluralità delle voci che ci circonda», il tentativo di far coesistere registri varietà linguistiche diverse (il linguaggio di Internet, i residui aulici della tradizione, la parlata quotidiana). Nulla di più distante, però, dalla scrittura di Piazza, degli sperimentalismi, visto che l’impasto linguistico di fondo, che cerca di aprirsi al lessico del presente, rispecchia la tradizione lirica novecentista. D’altra parte basterebbe seguire la tessitura delle analogie, la sintassi, finanche l’uso delle preposizioni, per vedere quanto ci sia ancora della lezione ermetica o post-ermetica, quanto delle immagini ‘mediterranee’ della poesia di Alfonso Gatto. Ma sotto la nota dominante, la poematica ripetizione cui Piazza ci ha abituati, rito quotidiano ed esistenziale, è implicato il non-detto, dietro la ricerca della salvezza, della preghiera ‘contravveleno’, del rapporto tranquillizzante con la tradizione lirica, è nascosta l’angoscia del presente, di un mondo spaventoso, dilatato e fagocitante i libri, la poesia stessa, custodita come un possibile elemento naturale (o umanizzato nella natura), come è detto ne Il bordo della rosa: «Il salice ti vede e legge i libri / con noi posati su una mensola di cielo» (p. 7); il supporto su cui si è distesi diventa allora il limite, soglia non valicabile per cui, in fin dei conti, non si può né si vuole andare oltre la “tana domestica” (p. 20), elogio, nel tempo storico, del disimpegno (cfr. la prima sezione del Il bordo della rosa intitolata L’ozio) e di una comunicazione-mediazione a distanza, tema quanto mai attuale e che va ben oltre lo spazio di una recensione.

La materia dell’amore familiare, che, è detto ancora nel precedente libro, «dà fragole e figli» (p. 11), della “storia duale” che è il sintagma chiave della citata trilogia, continua ed essere elaborata attraverso un apparato simbolico di forte suggestione religiosa. A tal proposito si ricordi un testo come Il carro di Dio de Il bordo della rosa: «specchio di materiale battesimo mostrerà / un segnacolo di fossile dono / un minerale, una conchiglia / a dissetare l’arcobaleno di una vita» (p. 62), frammento in cui si coglie la valenza simbolica del cattolicesimo domestico di Piazza. Tale tendenza trova una conferma nell’ultima raccolta. Nel già citato testo di apertura, l’io lirico aspetta l’evento di una comunione con gli oggetti come con le presenze quotidiane, per cui il «piacere», è detto più avanti, è quello di una sacra coniunctio («la storia delle nostre congiunzioni», p. 25) che operi la «redenzione» attraverso il vincolo familiare: «Tu tocchi la mia solitudine e dalla ferita / viene fuori una combinazione di noi» (p. 15). Il mare, da correlativo di una immensa solitudine nel testo seguente («il deserto più disabitato») diviene così una «messe d’acque» nel gesto del figlio che la raccoglie, nutrimento di vita cristiana, così che «è facile accorgersi di esser vivi». Ancora si richiede all’angelo custode di portare «i frutti di gioia» necessari ad una rinascita, mentre minacciose presenze ricordano che il tempo scorre e la morte è vicina: «e poi vengono i morti dagli albereti / al confine di orologi e clessidre» (p. 17). Questa rinascita segnata dal ritmo del mare («Mediterranea» è la prima sezione) equivale a ritrovare il tempo dell’adolescenza, «il non finito tempo di noi», come i giochi del passato e i diari segreti, che sono compresi nel «delta» dell’amore familiare che ha operato la «redenzione»: «ora ho costruito una capanna di gioia sulla roccia», in cui è facile vedere un riferimento a Matteo 7, 25, con la variante dell’oggetto che elude, in direzione dell’oggi, la granitica certezza della parabola evangelica. C’è allora sempre una nuova esistenza da raggiungere, «una nuova vita» che segue il ritmo di morte e rinascita, che sempre continua come il mare, come i ruderi e i frammenti archeologici di mosaici a fianco delle nuove costruzioni «oltre la città e la campagna» (p. 19). Napoli, Capri, il Mediteranno costituiscono i luoghi, il «delta» di questa liquida rinascita, in cui acque si mescolano nella scelta di un esilio volontario (Messaggio dall’esilio, p. 20), nella «serra della casa» da cui si inviano e si attendono messaggi, fino alla presenza amata che porta il suo «mare di parole senza male» (p. 21).

Ma è l’attesa di un io-lirico sempre connesso alla rete del Web che scandisce il cronotopo, se «mancano 18 semi di giorni da piantare» per rinnovare il «verde» che può avere un suo respiro, una nuova fotosintesi solo come insieme «di accadimenti tra Internet e segnali» (p. 22). Ancora se «il lago specchia il cielo delle gioie / dei diari inevitabili», il sogno e l’incanto si pongono «tra Internet e telefono». Insomma la ‘seconda natura’ sembra prevalere, o comunque dare, ora, l’unico senso possibile alla prima; il verde di Capri, che traspare dietro le persiane o l’azzurro tra la «feritoia» dei faraglioni è solo «pari» nella grazia alla «rosa conchiglia / scaricata da Internet» (p. 24) per cui sembra più questo il pervasivo giardino (p. 24) cui non si può sfuggire, richiamato nella seconda sezione da Camere per internet (p. 31). Compare qui il nome di Alessia, senhal di un personaggio adolescente che «sta nel file segreto», figlio più del Web che della realtà. In linea con la tradizione, però, solo un incontro reale, il ‘sacro’ giorno dell’innamoramento, può dare però inizio alla finzione della ‘storia’ contenuta in questo piccolo canzoniere dell’amore che «ditta dentro» o meglio «scrive sulla pelle»:

Si chiama Alessia, percorre l’ufficio,
lui si avvicina alla meta come un biglietto
per la vita: lei prende la penna rosa e gli scrive sulla pelle
(p. 54)

Il messaggio che il poeta raccoglie e mette in versi è l’amore per il sogno assoluto dell’adolescenza: «Alessia la vita / sul ramo, da cogliere nella meraviglia / delle nuvole» (p. 50). Non potevano mancare, alla maniera petrarchesca, i riferimenti agli anniversari che scandiscono gli ‘incontri’, i segni e le reliquie di una vicenda amorosa con al centro una Laura, in jeans e piercing, che guida attraverso il parco cittadino: «Siamo nel 1984 Alessia è in macchina per il Virgiliano (p. 62); «riconosco in un libro del ’99 / la foglia di siepe conservata» (p. 34); «o se verso l’azzurro / che turba, rivedremo , amore mio, / la festa dei quattordicianni come semi» (p. 35).

Le «trame animate / di preghiera» (p. 49) e l’attesa di un Dio «connivente», che conceda la piccola trasgressione di un sogno, coprono, come le celebri rose di Saba, l’angoscia che talvolta affiora, come in Vedere, uno dei testi meglio costruiti della raccolta, dove il mare è livido nell’«invisibilità dei mattini» e «i fili degli sguardi» lacerati, dove niente può accadere e il passato si consuma nella spossatezza del ricordo:

Non credere sia il tempo
la compassione della storia
degli occhi
a guardare lo sfibrarsi del tavolo dei giorni
(p. 45)

 

 

Recensione
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