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Consapevolezza del linguaggio in “Amor porét” di Lilia Slomp Ferrari

Illegiadrito dalle illustrazioni di Daniela Ferrari, Amor porét è il terzo volume lirico in dialetto trentino di Lilia Slomp Ferrari, in cui si evidenziano il dominio espressivo e l’efficace malizia nell’uso dell’officina letteraria.

In Amor porét si ritrova l’esaltazione dell’io lirico come necessaria identificazione con la natura e il sentimento, con le persone e gli accadimenti. Lilia non narra oggettivamente le situazioni, le vive fantasticamente attraverso un processo di mimesi, per cui ella è dentro le cose, ne assume le forme e le dimensioni, le investe della propria psiche.

Lilia cavalca la favola e il mito, si posa sulla realtà senza esserne completamente invischiata, riuscendo anzi a sfuggirla per una ignota energia interiore. Ella è dentro l’attimo, però viene da lontano. Ha memorie dell’esistenza vissuta, il suo passato deriva da un universo vegetale, dalla foglia e dal petalo, dalla neve che ha respirato, dalla stirpe di fate e streghe con cui ha ballato. Il suo è un paesaggio di armonie musicali. Lo coglie Renzo Francescotti nella prefazione, dove afferma: “È una musica che ha l’eleganza di un rondò settecentesco, a cui si intrecciano i suoni di una rustica pavana. Ma, attenzione a lasciarsi prendere da questa offerta di canto ballato, di danza aristocratico-rustica!” Si direbbe che l’estrema mimesi della Slomp sia quella di vivere dentro una nota.

È la conferma di come la componente drammatica appartenga alla Slomp Ferrari, segnata da fragilità e tenerezze, da taluni toni crepuscolari che si rispecchiano in un lessico talvolta nella scia del “petèl” zanzottiano, a imitazione di un gergo infantile pregrammaticale. Ma l’autrice possiede anche una scorza caparbia e rocciose certezze. Impastata di realtà e sogno, in “Giostra” accende una visione fiabesca della vita, e insieme, vibra di un robusto impegno civile: “…So anca le balade | sconte de le slinze, i monzegòti | ultimi de stéle, el fret de le pagine | de storia emparade a memoria | con na voia mata de cambiarle”.

Raffinatamente erotica in “Encant” e in “Ero mi”, ella arde di una sensualità che ingloba ingenuità e malizie ai confini del ricordo e dell’invenzione fantastica. Conscia orgogliosamente della sua poesia in “Qualchedun”, Lilia appare contradditoria in “Enté l’ultima man”, tesa a inseguire il sogno e a calarsi nella realtà fino ad accettarsi quella che è nella gloria e nelle sconfitte dell’esistenza. Né è esente da narcisismi, come è tipico dell’artista che filtra il reale attraverso lo spettro del proprio io, lo inventa e s’inventa mediante l’istintualità e l’amore e la razionalità. Ciò implica, oltre che un’agra sofferenza, l’umiltà di chinarsi sulle cose in un atteggiamento di pietà: “En ginoción sui sassi, | arcobaleni scondudi | e òci spalancadi de viole | sui amori ’nsognadi, tasudi | per cavarse la sé | en l’ultima bevuda longa | come i cavéi de oro de le fade”.

Sono versi da “A bissabòa el rif” che rivelano come l’autrice sia pervenuta alla consapevolezza del linguaggio, costruendo il componimento, dal punto di vista linguistico, sulle massive dentali, sugli scrosci delle sibilanti e bisillabi, sulla vaporosa scorrevolezza delle liquide a mimare magici approdi. Rallenta e accentua il ritmo, alterna sonnolenti quadrisillabi e bisillabi spumeggianti. Solo capacità tecnica, funambolismo verbale? Però la parola è aderente alle immagini e funzionale al messaggio, esprimente all’inizio uno sbarazzino sentimento del tempo, ma nelle rime finali incide un pensiero di lacerante allusività.

S’impone, pertanto, l’attenzione al linguaggio che germoglia, sia termini naturalistici e sentimenti di estrema dolcezza, sia vocaboli di suggestiva aggressività, vedi: sgrifa, sbrego, sassìna, engremenì, sberladi, slìpega. Inoltre, il lessico domestico che si rifà ad atmosfere crepuscolari ed è spia di un realismo familiare, fluisce in un espressionismo pitocco, di certo usurato, ma che si ripulisce in un alone di umiltà, vedi: zavàta, spiazzaròla, resentà, sgnàola, repezzade, spatuzzada. Da questa veloce analisi me esce Lilia poeta, che si denuda senza finzioni svelando ciò che ella è e che vorrebbe essere, nel tentativo di penetrare il mistero di se stessa, aprendosi fuggevolmente al tema metafisico.

Affido la chiusa ai suoi versi riflettenti la vibrazione dell’attimo che folgora eterno: “Dese lire per en gelato lecà | per l’eternità de ’n minut. Strazzaro! | Me mama drita come na regina | e mi per man come na prinzipessa. | Dese lire, en gelato mai lecà”.

Recensione
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