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La coscienza della poesia

Il più recente lavoro poetico di Lilia Slomp Ferrari: Come goccia di vetrata fa seguito a otto raccolte sia in lingua che in dialetto. È formata da quattro sezioni: “Come goccia di vetrata”, “Nel bosco trascorso”, “Al cancello rugginoso dell’anima”, “Endecasillabo ultimo”, raffiguranti simbolicamente le stagioni della vita che fluiscono nella fiumana del tempo. Rappresenta un altro passo del percorso esistenziale e letterario dell’autrice trentina, un nuovo anello della catena, un progrediente dinamismo dell’ispirazione. È lo stesso itinerario che fa il lettore quando si cala nella poesia e nel poeta per entrare in sintonia con l’uomo e l’opera. Inizialmente, il testo si snoda fra la fiaba e la leggenda, fra memorie passate e il presente, fra la realtà e il sogno; poi, la silloge che esplora la vita con insistita, struggente nostalgia, si apre con un lampo lacerante: la nascita in un rifugio sotto un bombardamento aereo, prosegue con l’età dell’infanzia e della fanciullezza dove campeggia la figura mitica del padre. Anche se talvolta appare come “guerriero sconfitto”, egli viene descritto nello sfondo incantevole della natura: “Mi hai lasciato il codice dei grilli, | mosaici di pazienza, un’anima | padrona del soffio primordiale | quando affondo le mani nelle zolle | calde del tocco delle tue | nell’ultima scossa d’estate”.

Lilia, sposa e madre felice, è attorniata da persone che la amano, da amici carissimi, da molti estimatori della sua poesia, è presente in parecchie giurie, vive un’intensa attività letteraria. Pertanto, non è sola, però sa cos’è la solitudine e, similmente a tutti i poeti, sperimenta il gusto e la pena di vivere fino a dubitare di essere. Conosce pure la tentazione del niente, di cui rimane l’eco profonda nella parola: “Mi assopisco nel nulla che trastulla”. Si tratta della solitudine che si nutre di tensioni esistenziali, che si alimenta di crisi interiori e di angosce, che si trasforma in canto. C’è una continuità nella produzione letteraria della Slomp: l’indagine di sé, lo sguardo sulla realtà, la memoria del passato e, sempre, il viaggio dentro la propria anima, lo scavo della psiche.

Ciò che mi ha confidato la scrittrice può aiutare la comprensione della silloge: “Se leggi il mio libro prendi in braccio la mia anima. Mi sono denudata nel rapporto con il padre e la madre”. Al proposito questi versi sono illuminanti: “Il tuo profumo, madre, | l’ho raccolto nelle viscere | per trasmetterlo più intenso. | Così credevo, così credevo!” Lilia si giova del sogno, delle emozioni oscure che sorgono dall’inconscio, ma anche della mente, fa ricorso alle riflessioni e alle metafore, alla vita che la poetessa accetta e di cui ha una visione unitaria. Si affida alle immagini agre e dolci, dolenti e gioiose, torbide e inquietanti come quelle che testimoniano la barbarie di Auschwitz. Ella, che con la maturità ha raggiunto la coscienza della poesia, rivela la tesa attenzione all’esistenza e al di là di essa, tiene inoltre lo sguardo rivolto al mistero.

La sorgente del lirismo dell’autrice risiede nell’affondare in se stessa, nel farsi mito, nel risalire alle sue origini e a quelle della stirpe, nel sognare l’età edenica dell’infanzia che ognuno di noi porta con sé. Dalle sue composizioni risultano un vivo senso drammatico, la sacralità della natura, la felicità dell’ispirazione, che le suggeriscono splendide immagini come queste: “Ubriaca, ubriaca di te | così visceralmente da scorgere | il tuo profilo netto fra le nubi, | diafanità incisa nel grembiule | della luna gravida di maree”. La raccolta è avvolta da una costante brezza di suoni e rumori, che ne costituisce la filigrana melodica, dove “rosari di preghiera” rispondono “al salmodiare delle Avemarie”, il “ronzio del calabrone” si accompagna “al battito di cuore”, lo “scalpitio brado dei cavalli” richiama “l’eco degli zoccoletti”, “il frullio d’agosto” si accosta all’”abbaiare furioso dei cani”, il “sussurrare di onde” fa da nenia al “conversare di formiche”. Vi è, infine, l’approdo al golfo del silenzio, mentre contemporaneamente scorre sotterraneo il fiume del tempo che rode l’esistenza.

La raccolta prosegue cogliendo la stagione dell’amore che si veste di estasi e sfiora l’eternità.

Presto avanzano l’ombra crepuscolare e la paura del futuro, a cui seguono l’affondo nel grembo della terra, l’immersione nella sfera vegetale, la calata alle radici dell’essere: “Smarrita mi accartoccio nel domani | in chicchi di pannocchie già sfogliate”. La poetessa, che si rifugia nell’endecasillabo ultimo, prefigura la propria morte, l’assapora e la patisce, la canta con un brivido funereo che si risolve “in rantolo oscuro di rose”.

Come in nessun’altra opera Lilia ha teso il proprio estro, ha arso se stessa nelle metafore, ha costruito versi talvolta concisi fino a rasentare la scarnità sintattica, talvolta molto affollati d’immagini. Con una poesia intrisa del proprio vissuto, ella ci offre il diario di un’anima, disegna l’ellisse della sua vita, dall’attimo in cui entrò nel tempo all’estremo tramonto.

Ermellino Mazzoleni

Recensione
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