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Il cammino poetico da En zerca de aquiloni a Controcanto

Sono lieto di presentare il nuovo lavoro poetico di Lilia Slomp Ferrari, sentendo la responsabilità di testimoniarne i valori umani e artistici espressi nelle sillogi liriche in dialetto trentino e in lingua pubblicate nel breve periodo di sei anni, iniziando da En zerca de aquiloni, nel 1987, seguita da Schiramèle, nel 1990, da Nonostante tutto, nel 1991, ed ora da Controcanto, la raccolta vincitrice del Premio di poesia “Don Mario Bebber”, 1992, arricchita da altre composizioni. Il volume, edito da U.C.T. di Trento nel settembre del 1993, è impreziosito dai raffinati acquerelli di Tiziana Dori.

Nell’arco della lettura a fianco di Lilia ho percorso una parte del suo itinerario esistenziale e poetico. Ciò ha comportato la distanza e l’avvicinamento, l’opposizione delle sue ragioni di autore alle mie di lettore, della sua sensibilità e dei suoi simboli ai miei, della sua volontà di dire certe cose alla mia d’interpretarle. Si è realizzato pertanto un reciproco scambio di silenzi e di colloqui imperniati sul testo e sul pre-testo, cioè su quell’insieme di dati storico-sociali, letterari e culturali su cui ogni opera s’innesta e a cui sono costretti irrimediabilmente sia l’autore, che il lettore. Ho tentato, inoltre, di dare risposta ad alcune domande, la prima delle quali riguarda l’identità della scrittrice che ha umili origini contadine e che si porta dentro una fanciullezza di estrema povertà e durezze per cui, affamata di pane e di sogni, per reazione inseguì ingorde, disordinate letture. Anche adesso, ella trama giochi con le parole, lontani da cerebralismi e astrazioni, vicini al magico gioco della poesia. È la rivalsa sull’esistenza ed è pure l’esigenza di una persona che più si conosce, più rivela una complessa umanità, una psicologia profonda e variegata.

Nella pienezza della maturità la Slomp Ferrari è incantata e ansiosa della vita, memore di una fanciullezza spirituale di cui conserva l’innocenza. Una donna che gioisce gli avvenimenti della natura, che si commuove alla parola donata, che si isola nel silenzio interiore, che sa aprirsi al colloquio amichevole. Ammaliata dalle favole, dimora in un paesaggio arcaico, oltre che nel mondo delle saghe nordiche e degli elfi, ma è anche esperta dell’esistenza di cui conosce l’insidia delle malattie e le morti, le gioie e le angosce. Ed è una madre tenera a cui le figlie talora offrono un’amorosa protezione, per cui paradossalmente ma non troppo, di volta in volta, Lilia è madre e figlia delle proprie figlie.

Queste fievoli impressioni non scandagliano la profondità dell’animo che rimane insondabile, palesano solo alcuni aspetti della realtà. È il limite del lettore e del critico, è anche il limite della conoscenza umana che viene ampliata talvolta dalle intuizioni poetiche e filosofiche. Il punto chiave su cui ho lavorato è il testo che, secondo l’affermazione di Octavio Paz “è inspiegabile, ma non inintelligibile. Non si può spiegare infatti la rima di Dante, se ne intuiscono però l’altezza del pensiero, la bellezza delle immagini, la musicalità dei versi.

Salva restando la distanza della poesia dantesca, il procedimento è valido per ogni autore che abbia capacità comunicativo-espressive, per cui il lettore possa immergersi nell’atmosfera lirica, immedesimarsi nella storia narrata e nelle singole parole fino ad assumerle come proprie. Tale identificazione si realizza nell’intimità della lettura solitaria, oppure mediante il pubblico ascolto delle liriche che, se abbassa il livello d’ interiorità, innalza la partecipazione corale e avvicina la poesia alla preghiera.

Ho cercato, inoltre, di comprendere l’”humus” esistenziale e artistico, oltre che le varie ascendenze incidenti la formazione culturale dell’autrice. Indubbiamente, ella si è giovata degli influssi del frammentismo impressionistico e del simbolismo, ha respirato atmosfere crepuscolari e pascoliane, ha attraversato le esperienze del realismo lirico. Vi hanno giocato pure le radici locali. Personalmente, non ritengo vi siano matrici unitarie e filoni letterari che contraddistinguano gli autori trentini, esistono tuttavia talune caratteristiche che li accomunano. Si tratta di disposizioni psicologiche e di valori morali appartenenti alla “gens” da cui essi provengono; il senso etico, lo scavo esistenziale, l’amore alla propria terra, un’amplissima religiosità e la discreta lontananza da accessi narcisisti.

Lilia si è avvantaggiata dalla conoscenza della poesia trentina che ha espresso validi autori: Nedda Falzolgher e Mario Bebber, Marco Pola e Renzo Francescotti. Gli ultimi due, che scrivono in lingua e in dialetto, hanno il merito di non restringere il dialetto nella nostalgia e nel mito, né di considerarlo come un fenomeno aristocratico, essi danno al dialetto una coscienza letteraria, restituendogli una dignità linguistica e immettendolo nel fiume della storia.

Vi è una continuità nei volumi della Slomp Ferrari che denotano una progrediente elaborazione stilistica a cominciare da “En zerca de aquiloni” che s’ispira all’ambiente del paese, dove bruciano immagini liriche di un mondo arcaico, non tanto mitizzato quanto assunto acriticamente. Vi germoglia un tono favolistico che rappresenta un allontanamento della realtà, ma che è anche una necessità per la scrittrice di ricostruire la propria psiche nel silenzio e nella solitudine. Lo testimoniano questi versi:

Quando me ciàpa la malinconia | no ghè nissùn che volerìa vizin | perché nissùn pòl farme compagnia | en quel me cantonàt si picenin.

La raccolta che segue “Schiramèle” contiene un pensiero più approfondito e intensamente vissuto, evidenzia l’onda della memoria e il sentimento del tempo che contribuiscono un maggior spessore lirico.È, comunque, “Nonostante tutto” a segnare un salto di qualità. La scrittura è più precisa, lo stile più controllato, anche se non è esente da qualche inessenzialità. Le molteplici metamorfosi psicologiche sono da leggersi come un viaggio nel sottosuolo dell’animo femminile, come un gioco ambiguo e innocente che si risolve in un misto di fiabesco realismo e di epidermico surrealismo.

Ed ecco Controcanto, in cui l’autrice si ripropone ai limiti del reale e del fantastico, rivelando una pulsione al mistero e un indefinibile senso cosmico. Ella continua a identificarsi in diversi personaggi, a inventare magie, a scandagliare lo spettro umano e naturale per il bisogno di calarsi nei vari stadi dell’essere.. Interviene, qui, il capovolgimento dell’occhio indagatore: non più quello dell’autrice, ma quello della realtà che si guarda e si comprende. Lilia ha la capacità di aderire alla quotidianità, contemporaneamente di tramare una ragnatela di fantasie, così da divenire cosa e sentimento della cosa, fiore e farfalla e anima di donna che afferma la propria consistenza anche nel naufragio.

Un verso, un verso solo
dove poter alfine ritrovarsi,
inebriarsi nella dissolvenza.

Da dove nasce il Controcanto e cosa rappresenta? E’ nella controrealtà in opposizione alle situazioni concrete che risiede l’origine del controcanto, in cui la Slomp Ferrari si cerca e si trova, si contempla. E’ l’atteggiamento tipico dell’autore che filtra l’esistente all’interno di sé mediante lo scatto lirico, la razionalità e i fantasmi onirici. Su questo magma ispirativo emerge l’io poetico che, ponendosi come motore del processo creativo diviene personaggio protagonista e nucleo tematico. La Slomp Ferrari si riconosce nel testo che le rimanda un’immagine diversa da quella reale, per cui la duplice raffigurazione di sé: al di fuori dello specchio poetico e all’interno di esso è fonte di sorprese e d’incanti. In più, l’intimo rapporto di reciprocità fra l’autore e l’opera genera una serie d’invenzioni: da una parte, l’io del poeta che trasforma la realtà, è da essa mutato; dall’altra, il linguaggio che come un raggio laser attraversa la realtà, è da essa ispirato.

Prima di comporre poesia l’autrice ha vissuto la vita, espandendosi nella natura e nelle creature per un arricchimento interiore e per il desiderio di perennarsi nell’amore. Tale cammino esistenziale conduce al momento più alto della scrittura, la dolorosa autocoscienza che implica la calata negli abissi psichici e l’avvicinamento alle fonti del pensiero. È un itinerario non completamente percorso, però già iniziato, riscontrabile nelle liriche più valide dove la poetessa, trovando risposta ai dubbi e alle ansietà, si accetta in una provvisoria armonia. Nell’intero volume si evidenziano un immaginismo naturalistico, su cui s’innesta la memoria fantastica, sfociante in un lirismo denso di brividi angosciosi. Sono anche queste le radici della raccolta che costituisce una biografia interiore.

Non noi, ma ombre fradicie al sole
per il profumo intatto della resina,
del fieno che stordisce l’aria dei ceppi
alle faville d’oro. Non noi, unicamente
ombre coraggiose che ci sfidano
nella somiglianza, mentre i nostri sguardi
camminano intrecciati sull’orlo
di sentieri indecifrabili.

E’ interessante la visione delle tematiche trattate dall’autrice, non tanto per enumerarne l’ampiezza e la varietà, spia peraltro del processo conoscitivo e del panorama spirituale, quanto per valutare l’originalità con cui vengono espresse. Vi è un gruppo di composizioni incentrate su filastrocche e su personaggi fiabeschi: Pinocchio, Mangiafuoco, Pollicino. Sotto un’apparenza favolistica sono i simboli di un’umanità che, scalfita da inquietudini e paure, ha perduto una chiara visione della verità Poi c’è un nucleo di liriche brevi che vivono nel brivido dell’attimo, perdurando nell’onda fonica e nella sinuosità ritmica; ad esso se ne affianca un altro, dalla diversificazione più distesa, che riscatta l’usura della quotidianità mediante il gioco della seduzione e i palpiti di un amore angosciato. Tale motivo squisitamente femminile si apre alla denuncia sociale con i ritratti di donne arabe, palestinesi, cinesi dominate dalla cultura egemone; ne risultano poesie di grande efficacia per l’adesione storica e sentimentale.

È pure implicita una suggestione govoniana nella sensualità delle immagini e nei rimandi fantastici, per cui i sogni divengono incubi e i motivi di felicità si tramano di crepe, indice di una disarmonia dalla remota ascendenza montaliana. In alcune liriche, infine, la fanciullezza è rivissuta con una pulsione d’innocenza e con la malinconica premonizione dell’età adulta, conscia della pena di vivere che pervade la silloge nascondendo un oscuro senso di morte, presenza tanto più drammatica perché non appieno palesata.

Mi basterà l’ondata ultima, la mia,
quella che graffia il cielo in falene
di schiuma alla scogliera,
monili di sale al sole impallidito.

Pare opportuno un rilievo stilistico: alla diafanità e alla morbida musicalità del verso una superiore concisione e qualche dissonanza donerebbero probabilmente un chiaroscuro più incisivo. Conscia della necessità del contrasto, l’autrice ha parzialmente ovviato mediante l’impiego di una parola colloquiale, di un’aggettivazione asciutta e di certi robusti stilemi, vedi: filastrocca assassina, statua di vento, barche puttane. Di fronte alla pagina la poetessa ha scommesso se stessa, sapendo di potersi innalzare nell’invenzione, o di rischiare di perdersi nella ripetitività di moduli usurati, nella sclerosi del sentimento, nella clausura del narcisismo. Rischi che ella ha evitato, ci sono anzi nelle composizioni un pregevole scavo psicologico e una notevole omogeneità.

Queste considerazioni non contengono certezze euclidee a cui il lettore è impossibilitato, si fondano però su solide ipotesi ricavate dal testo e aprono uno spiraglio ottimistico sulle ulteriori possibilità letterarie di Lilia Slomp Ferrari, che ha inseguito la poesia perché l’ha interiormente vissuta, testimoniando la propria storia. E l’ha espressa in un periodo in cui astrazioni intellettualistiche, volute incomunicabilità, oralità infantili ai limiti dell’afasia a tentare una pseudo-avanguardia, trovano ampio spazio. Lilia, invece, si è affidata istintualmente al canto e l’ha scelto consapevolmente perché nel canto è una delle ragioni del suo esistere.

Recensione
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