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Realtà, fantasia, tensione linguistica in Leggenda

Leggenda, il sesto volume lirico di Lilia Slomp Ferrari, è stupendamente illustrato dalle tavole di Livio Conta che si è calato nel testo con piena autonomia inventiva ed espressiva, ne ha interpretato i vari motivi, con un segno grafico fluido e incisivo, con uno stile raffinatissimo, realizzando così un’opera di notevole livello artistico. Leggenda si colloca dopo due pubblicazioni in lingua e tre pubblicazioni in dialetto, quel dialetto trentino amatissimo dall’autrice, ricco di estri e di umori, che odora la nostalgia del tempo, che ha le sue levità e asprezze foniche, la sua musica, la sua cantabilità. La raccolta è scritta in lingua, possiede pertanto, una diversa sonorità e è l’opera più intensamente vissuta, gioita e sofferta dalla Slomp Ferrari, la sua, forse, più pensata e sentita, la più maturata, maturante l’autrice stessa. Cosa matura il poeta? Come per tutti, è l’esistenza, se la si respira e indaga, se la si contempla e riflette. Poi, il tempo cronologico: del sole che sorge e tramonta al di fuori di noi e c’invecchia, il tempo psicologico: degli uomini e dei fatti degli uomini, che sorge e tramonta all’interno di noi, muta e ci muta, ci carezza e ci graffia, cento volte ci fa nascere e morire, cento volte rinascere.

A caratterizzare la raccolta, che per molti aspetti si distanzia dalle precedenti, è l’acquisita consapevolezza del tempo, un fattore che permette un nuovo taglio conoscitivo e compositivo, che apre un diverso angolo visuale sulla realtà. A tal fine l’autrice si giova di vari mezzi letterari, ma soprattutto impone la propria innata sensibilità di poeta, esprime il proprio frammento di verità ad affermare che ella esiste quella che è e come è, esiste quella che non è. Tale affermazione insieme all’intero blocco poetico costituisce il suo testamento spirituale da leggersi, da tramandarsi; si spiega così il titolo suggestivo. All’interno della silloge Lilia si denuda, abbandona mascheramenti e finzioni, rinuncia a compiacimenti, civetterie, narcisismi per essere se stessa. È lei il fulcro di Leggenda, Io è il suo io, il suo essere donna dalla psiche fragile e imperiosa, mutevole e contradditoria. Narcisista, perciò, perché si propone come la protagonista che si narra e s’interpreta, s’interroga e si risponde.

Si è accennato alla contraddizione che, se la si considera dal punto di vista razionale, incarna la negatività assoluta poiché afferma e nega lo stesso dato della realtà, impedisce l’operazione di sintesi e l’approccio alla verità. Se, invece, la si considera dal punto di vista poetico, si spoglia di questi elementi negativi e assume una valenza positiva perché, allora, la contraddizione diviene un faro che scandaglia gli abissi dell’anima, i grovigli della psiche, i profondi recessi inconsci. Inoltre, è la testimonianza dell’umano percorso esistenziale che il poeta porta alla luce, in definitiva, è un’originale, pur se indiretta, forma di conoscenza. Quali contraddizioni Lilia manifesta? Si apre all’altro e si chiude in se stessa, cerca l’affermazione del proprio essere e è tentata dall’annientamento, sfiora l’abisso e lo sfugge, insegue i fantasmi e li scaccia, cede al desiderio di morte e lievita un’ambigua maternità, come si evince da questi versi …Sento nell’aria | brividi d’inverno. Vattene, | fantasma con le ali. Ho voglia | di una culla ultima | e del respiro impercettibile | di un grembo.

L’esistenza che affonda nei secoli, emerge nel tempo presente in un’atmosfera di magia e di realtà, all’interno di un mondo fiabesco, evocante il medioevo letterario e l’immaginario collettivo. Non si tratta di un aspetto romantico, né di una visione onirica, ma della concezione fantastica della vita, con fondamenti di logica. Infatti, la favola narrata non è esclusivamente favola, né il mito esclusivamente mito; entrambi si fondano su basi di realtà e di umanità. Senza togliere importanza ai motivi esistenziali, sociali, mitici, quello del padre e della madre ha uno spessore di rilievo e è reso con potente efficacia. È figura carismatica il padre, che ha insegnato a Lilia la favola soave e amara del vivere. Da menzionare la composizione “Falciato il grano”, rivelatrice di un’intensa gioia e di un’altrettanto intensa angoscia, soprattutto rivelatrice del conflitto fra il mito del padre, costruito dalla Slomp Ferrari e l’idolo infrantosi negli anni.

Mi hai detto addio senza saperlo | Definitivamente. Falciato il grano | coi suoi balli segreti, falciato | il pianto inutile del sogno. | Sei scomparso oltre la collina. | Di me bambina è rimasto il nulla | che invento testarda a ogni passo.

Ancora più violento è il conflitto con la madre, incapace d’esprimere l’amore per timidezza o introversione, per eccesso di pudore dei sentimenti. Probabilmente, deriva da qui, per reazione, quella orgiastica maternità che esplode dai versi che seguono

Guerriera senza scalpi alla cintura | ballo, spruzzando latte al vento | da mammelle che sanno il succo della vita. | Ed eri solo tu la luna madre guerrigliera | che illuminavi la pagina ultima | dei millecentocinquanta libri e uno.

Affiora nel volume una vita mediata da inconsci segnali simbolici, in bilico fra gioia e dolore, fra certezza e incertezza, si canta l’esistenza con levità e durezza, si celebra un amore innocente e sensuale, profondamente radicato nella natura. Il nucleo poetico risiede nel sentimento, originante una serie d’immagini che talvolta si fondono, talaltra si avversano. Particolarmente interessante è il tema della morte che stronca la fanciullezza, s’innesta in uno scenario di guerra e è immesso in un flusso struggentemente fatalista. È questo il modo di Lilia di vivere drammaticamente le tensioni sociali, è anche il suo modo di appartenere a questo tempo, da cui si sente, se non esclusa, quanto meno lontana.

Ha risate sgangherate la storia. | Si maschera con divise sempre uguali, | macchiate da medaglie di furore, rosse | come papaveri di campo svenduti | al mercato vecchio, smembrati, | allineati su prati di pietra.

Un fattore importante è la lingua, essenziale quanto la poesia, se non altro, perché la lingua viene prima; è il vento che fa vibrare la parola e, secondo la geniale intuizione di Josip Brosskij, è l’acqua in cui fluiamo. Afferma, infatti il poeta russo che “siamo immersi nella lingua, come corpi nell’acqua”. Lingua da intendersi, pertanto, come il materiale primario offerto al poeta che, a sua volta, offre alla lingua il suo pensiero e sentimento, la sua fantasia e il suo tempo. Per tornare alla Slomp Ferrari, la sua è una lingua in continua tensione a cogliere un lirismo concentrato sulle immagini, talvolta surreali: "mare capovolto”, “plenilunio cieco”, “cieli rovesciati” che richiamano la pittura fascinosa e caleidoscopica di Marc Chagall, ma che soprattutto sono la spia di un’insoddisfazione della realtà, l’anelito di una ribellione della fantasia, che trova espressione in versi dolci, ma anche inquieti e inquietanti, duri, secchi.

Questo cuore vestito di leggenda | è uno sraccio che fruga tra i detriti. | In rovina i palazzi. Le bandiere | battono solamente venti d’agonia | come puttane le leggi del mercato.

Rispetto alle raccolte precedenti, la recente silloge evidenzia un notevole sviluppo stilistico; minori sono i versi sussurrati, i vocaboli alitati, si manifestano, invece, una fibra fonica più robusta, una più vigorosa sonorità e anche i vocaboli, pur non cessando di essere soffio e carezza, diventano sempre più frequentemente graffio, incisione, taglio. Tale evoluzione dipende dal fatto che l’autrice si pone in modo diverso di fronte alla lingua, grazie a un mutamento temporale e psicologico, fatalmente poetico. A una lettura superficiale, Leggenda può apparire semplice; non lo è affatto. È una raccolta complessa con un ricco e profondo sostrato psicologico, per cui la sofferenza è vestita di gioia, l’inquietudine è mascherata di serenità, una sotterranea trepidazione coabita con una malinconica dolcezza.

Si è accennato fugacemente alla tensione di Lilia d’indagarsi peer definire se stessa, come avviene in una composizione d’intenso lirismo: “Prigioniera”, dove l’autrice, nel momento in cui si cela, si svela.

Le mie catene non le vedrete mai. | Le porto come gioielli ai polsi, | alle caviglie. Tintinnano ai lobi | per musiche ancora da comporre. | Hanno anelli d’angoscia vestita | di sorrisi. Il ceppo mi dimora | dentro il cuore…

Quella di Lilia non è solo la tensione a definire se stessa, ma anche la propria avventura esistenziale, ondeggiante fra l’accettazione della realtà e la volontà di perennarsi. Ciò lo si comprende mano a mano procede la lettura di Leggenda, da cui traspare l’idea germinale che la feconda: l’appassionato desiderio d’immortalità. In tal senso l’autrice c’interpreta. Cosa aneliamo, infatti, se non l’immortalità, per cui c’illuminiamo pur con qualche ombra, per cui gioiamo pur con qualche sofferenza, a cui crediamo pur con qualche dubbio? Ferocemente consci della morte e angosciati, apparteniamo a una stirpe finita che spera l’infinito. E Lilia Slomp Ferrari con petrea tenacia persegue tale speranza.

S.Omobono Imagna, estate 1998

Recensione
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