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La magia dell’esistenza in Striarìa di Lilia Slomp Ferrari

Tre le precedenti raccolte liriche in dialetto trentino di Lilia Slomp Ferrari, tre in italiano: Nonostante tutto, 1991; Controcanto, 1993; Leggenda, 1998. L’autrice alterna la scrittura poetica in lingua nazionale e in dialetto trentino: En zerca de aquiloni, 1987; Schiramèle, 1990; Amor porét, 1995; e ora Striarìa, la recente silloge pubblicata nel 2002. Lusinghieri sono gli esiti letterari, grazie alla sensibilità di Lilia, alla febbre lirica che la fermenta, alla notevole capacità di versificazione. L’autrice affronta il dialetto e la lingua, oltre che per il bisogno di affondarvisi, per il desiderio d’inventare sia l’uno che l’altra. Pur con caratteristiche diverse, entrambi hanno pari possibilità comunicative, uguali capacità descrittive e foniche, fantastiche e dinamiche. Interprete privilegiato della società contadina, il dialetto risulta più immediato, con una presa di realtà, dal puro, originario sentimento, dalle vivacissime espressioni scaturenti dalle radici esistenziali. Più incline all’astrazione e alla sintesi è la lingua, più consona a cogliere le secolari realtà culturali, a dar voce alle classi alte: nobili e borghesi e, attualmente, a interpretare la società industriale, oltre che il complesso mondo computerizzato e informatizzato.

Ne derivano due differenti modi di guardare la realtà e di ascoltarla, di respirarla e gustarla, di ricordarla e pensarla, di narrarla. La Slomp Ferrari è stata allattata dal dialetto trentino che è diventato il linguaggio delle emozioni profonde, degli stati d’animo vibranti, delle meraviglie e dei sogni, degli incanti e delle stregherie. Tutto ciò affiora già nel titolo: Striarìa, denso di connotazioni, di tremori e malie, di allusività e simboli. Richiama l’universo misterioso dell’infanzia quando il contatto con il mondo è magico e l’avvicinamento alla conoscenza è avvolto in un’atmosfera sacrale. Se ne rivelano le tracce nel linguaggio, come appare nei versi seguenti che ripropongono sensazioni arcaiche vaporosità e stupori infantili.

E me fermo a ogni baosète | che na sdrisa de sol la me fa | e me ’ngropo davanti a formìghe | cargade de gnènt che le va | tute en riga compagne de noi | che saven la fin de la strada.

Striarìa è un libro che va letto a due livelli: quello realistico, incentrato sul mondo alpestre, sulla società agraria immersa in un paesaggio di boschi e baite, di rugiade e panni al sole, di zoccoli e gerli. Il secondo livello di lettura è allegorico di un’altra esistenza, tutto permeato di estri e fantasie, di memorie e suggestioni. Fra gli altri temi, spicca quello del bosco che segna notevolmente la raccolta; l’autrice ne coglie l’essenza, interpreta il bosco originalmente, lo dipinge di muschi e fiori, lo anima di scoiattoli e falchetti, di farfalle e formiche, lo avviva di folletti, lo allegra di raggi di sole, lo illanguidisce di malinconia.

Gh’è l’anima del bosch su la me facia, | el sgrisolón dei pézzi al manaròt, | el coriosar del rif a bissabòa | su radiss longhe pù dei bissi.

Tuttavia, il motivo del bosco non è onnipervadente, è da intendersi come una realtà viva e concreta, oltre che come lo sfondo dei sogni, come un pretesto fantastico, come il ventre dell’inconscio. All’interno di questo tema germina quello dell’amore, per cui le composizioni che lo riguardano sono fra le più intense, frementi di passione, circondate da un clima surreale.

E l’era bel lassù a ’n quart de ziél | darte la man entant che i matelòti | i misurava i passi de l’eternità.

Il ricorrente paesaggio silvestre è percorso dal “vent”, talvolta dal più soave “ventesèl”; ricorrono frequentemente altri motivi sonori, come “la sinfonia del bosch”, “na musica paesana”, “en pìfero che sona”, “na ninanana cantada dai ànzoi”. Striarìa, pertanto, è una raccolta melodiosa, rispecchia l’anima dell’autrice che, anche quando affronta situazioni drammatiche, le risolve con grazia musicale. In tale prospettiva, le numerose evocazioni delle “balade” sono l’espressione del desiderio di canto e di danza. Un filo sottilissimo, e tuttavia visibile, attraversa l’intero volume poetico, si tratta di una presenza importante che amalgama e dà senso alle liriche: quello dell’esistenza:

E ancora ghe credo ai zòghi | de la vita, a le so scondiròle, | ai fòghi enté le not de luna piena.

A questi soggetti ispirativi si affianca il dato drammatico della morte, descritta secondo l’immagine tradizionale, e però, sviluppata con una versificazione efficace:

Te gavévi na falz | enté le man. Slusènta. | E sentivo i sgrisolóni | de le erbe e dei fiori | apena sbociadi. E la to canzon | stonada per la me balada.

S’innalza, talvolta, la musica del silenzio che coccola più di una parola, che si fa canzone (cito testualmente) che si attorciglia al volo delle foglie; infine, un silenzio magico esala da un paesaggio incantato. Chiudono la raccolta alcune liriche “in ricordo degli amici poeti che mi hanno preceduto sul sentiero”. Così scrive Lilia. E gli amici sono: Italo Varner, Marco Fontanari, Paolo Cereghini, Bruno Banal, Biagio Marin, Marco Pola, Sandro Zanotto. Le composizioni profondamente sofferte e segnate da un robusto lirismo, palpitano di un amore contenuto. Ma mi piace ritornare alla parte che precede queste poesie, soffermandomi su Striarìa, la lirica che dà il titolo al volume e che condensa in se la malia-magia che emana dall’autrice e dalla poesia. Consiste nella totale partecipazione alla natura, nell’immersione nel mondo inconscio, dove germoglia la nostra avventura esistenziale e fermentano gli incubi e le ossessioni, le innocenze e le malizie, i sogni e gli amori, le fatate levità e le oscure stregherie. Cos’è se non l’esistenza?

E mi me desgàrtio i cavéi | en pèteni de tramontana | quando el lóv el zerca la so tana | per l’ultima schiramèla de vita. || Zita, Zita, ’mbastìsso i fiori, | i colori, la me storia lontana.

Sant’Omobono Imagna, settembre 2002

Recensione
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