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«Fermenti» si presenta

Sono moltissimi gli argomenti che vengono affrontati nel numero da collezione 240 della rivista «Fermenti» e molti sono stati i temi che sono emersi durante le due presentazioni della rivista e delle ultime opere messe in catalogo dall’editore Fermenti. Durante la prima presentazione, svoltasi il 29 ottobre 2013 presso la Libreria Empirìa (Roma), sono intervenuti Francesco Muzzioli (Sapienza-Università di Roma) come relatore principale e Velio Carratoni, Direttore di «Fermenti», che ha coordinato i successivi interventi di alcuni degli autori che hanno scritto in questo numero. A questa prima presentazione ne è seguita, a relativamente breve distanza, una seconda, svoltasi il 13 dicembre 2013 presso la Libreria AltroQuando (Roma). A questo evento, coordinati sempre da Velio Carratoni, che ha fatto gli onori di casa, sono intervenuti come relatori Gualtiero De Santi, Donato Di Stasi e Francesca Medaglia.

In particolare, nella prima presentazione il tema di fondo è stato quello della Neoavanguardia, di cui è da poco ricorso il cinquantesimo anniversario di fondazione, e al quale sono dedicati numerosi saggi presenti nella rivista. Di ciò è stato chiamato ad occuparsi Francesco Muzzioli, riconosciuto esperto della materia, che ha da poco pubblicato il libro Il Gruppo ’63 - Istruzioni per la lettura (Odradek, Roma, 2013), di cui è presente nella rivista una recensione ad opera del critico e poeta Antonino Contiliano, che giustamente sottolinea il fatto che l’autore si domandi cosa ci sia ancora di attuale nel programma culturale del Gruppo ’63 e come sia ormai diventato necessario risemantizzare il termine “Neoavanguardia”. Muzzioli, tracciato un bilancio dell’esperienza del Gruppo ’63, sottolinea quanto le istanze neoavanguardiste continuino a dover essere avvertite come urgenti nella contemporaneità, se si mira ad una letteratura che voglia essere davvero tale e che, di conseguenza, porti a riflettere sul presente e a non omologare le coscienze.

Muzzioli, però, nel corso del suo intervento, non dedica attenzione al solo Gruppo ’63, ma sottolinea quanto lo abbia colpito a prima vista la mole di questo numero plurimo di «Fermenti», che invita a riflettere su un tema quale quello della vita delle riviste stesse. Le riviste sono state fondamentali per il mondo della letteratura e hanno “fatto” il Novecento ed anche le Avanguardie. Lo stesso Gruppo ’63, afferma Muzzioli richiamando Eco, nasce ben prima di quell’anno sulla rivista «Il Verri» di Luciano Anceschi e muore sulla rivista «Quindici». Riflettendo sulla realtà contemporanea, non può non affacciarsi il timore che le riviste di tipo culturale si trasformino tutte in siti internet. Trovare, quindi, ancora oggi una rivista cartacea di questa accuratezza e di queste dimensioni risulta davvero notevole. E proprio questa mole, anche materiale, attesta l’importanza della linea che «Fermenti» persegue volendo creare “fermento” e vitalità, muovendosi in più direzioni e su più tematiche. Muzzioli invita a riflettere anche su un altro punto essenziale, ovvero l’apertura della rivista verso i giovani studiosi, per i quali «Fermenti» vuole diventare una palestra dove esercitare “i muscoli critici” ed evitare, così, che questi si inaridiscano. Sottolinea poi la compresenza nella rivista di interventi critici accanto ad interventi artistici, che rappresenta un “fermento” molto interessante. Muzzioli conclude il suo intervento sottolineando quanto questo numero, e con esso, la rivista in generale, inviti all’ottimismo, sia per tutti i motivi evidenziati fin ad ora sia per la sua volontà di non rinunciare mai a discutere.

Se efficaci e numerose sono le questioni aperte da questo intervento, altri ancora sono stati gli argomenti individuati da Donato Di Stasi, che, innanzitutto, ha sottolineato quanto la rivista riesca, in ogni suo numero, a mantenere un focus sull’attuale situazione della critica, letteraria e non solo, in Italia. Descrivendo la composizione del numero 240, Di Stasi sottolinea che, accanto ad una riflessione metacritica, sono presenti interventi critici che si focalizzano su questioni particolari, ma anche testi narrativi e testi poetici, senza dimenticare le sezioni rispettivamente dedicate alla critica di costume e all’arte ed, infine, l’inserto della Fondazione Piazzolla. L’attenzione passa poi ad alcuni saggi in particolare che hanno colpito la sua attenzione, tra cui In onore e laude di Vincenzo Consolo di I. Apolloni. Questo saggio, in cui vengono nominati accanto a Consolo anche Gesualdo Bufalino e Stefano D’Arrigo, diventa per Di Stasi occasione per riflettere sul mestiere di critico e sull’assenza, nel mondo contemporaneo, di una decisa dicotomia tra una letteratura specialistica fatta da specialisti ed una ad opera di dilettanti ed “improvvisatori”. Questa considerazione ha portato a riflettere su quanto sia incredibilmente necessaria la presenza di una rivista come «Fermenti», che non tenda alla semplificazione, bensì alla complessità, soprattutto in una società, come quella odierna, in cui tutto è facile.

A questi due interventi seguono quelli degli autori i cui saggi sono contenuti nella rivista: partendo dal proprio argomento, ma stimolati dalla tematiche messe in luce dai relatori, gli autori riflettono sul loro argomento creando collegamenti con gli altri testi presenti nel numero. Ad esempio, Francesca Medaglia, partendo dal suo saggio Lo Zar non è morto: la scrittura a più mani nel Futurismo, traccia una linea che, prendendo come riferimento la scrittura collettiva e a quattro mani, taglia tutto il Novecento passando attraversando le Avanguardie storiche, italiane e non, e la Neoavanguardia fino a giungere alla contemporaneità, ponendo in evidenza il concetto di creolizzazione autoriale. Medaglia affronta il tema della creolizzazione, richiamandosi anche al saggio di E. Petrosillo su Suzanne Césaire e la “Rinascita” delle Antille. Successivamente Medaglia non dimentica di richiamare l’attenzione anche sulla sezione dedicata all’arte, facendo riferimento al saggio di M. Carlino, Del corpo, della parola. Su Questioni di scarti di Giovanni Fontana, in cui analizzando Fontana ed, in particolare, i suoi romanzi sonori, sembra che arte e scrittura si compenetrino. In ogni caso le Avanguardie storiche, la Neoavanguardia e tutti gli altri argomenti affrontati diventano, nel corso della discussione che segue – con interventi, tra gli altri, di Marco Palladini, Mario Lunetta, Bruno Conte –, occasione per parlare della realtà contemporanea del mondo della cultura.

Anche durante la seconda presentazione molte sono state le tematiche poste in evidenza: alcune già richiamate nel corso della prima, altre emerse in quella sede. In particolare, Medaglia, a cui viene data la parola subito dopo l’intervento introduttivo di Carratoni, ha sottolineato l’impressionante vitalità della rivista, che è tra le poche ormai a poter vantare un lunghissimo periodo di attività: «Fermenti» era, infatti, già attiva nel 1971. Un’attività che mai come oggi si presenta come necessaria, in quanto permette alla critica di vivere, fornendole uno spazio di riflessione e confronto. Viene, poi, posto in luce il fatto che esistono diversi percorsi tematici all’interno del numero 240, che solo in parte coincidono con la divisone in sezioni operata nell’indice. In realtà, ogni lettore può scegliere quale filo o tema seguire all’interno di un percorso di approfondimento critico e artistico che lo porterà a riflettere, volente o nolente, sulla società contemporanea. Ricco di tematiche e di firme, tutti i relatori sono concordi nel sottolineare la “necessaria attività” della rivista, anche rispetto da un lato all’autoisolamento e ad un settarismo fazioso di alcune riviste che così facendo si condannano a morte, dall’altro al monopolio delle grandi case editrici.

Gualtiero De Santi trattando del numero 240 della rivista sottolinea che proprio dalla ricerca accademica all’interno delle Università nascono le nuove linee di indagine che portano al “fermento” della rivista e quanto sia importante che la rivista abbia riservato uno spazio, negli ultimi numeri, ad una nuova istanza molto avvertita all’estero, ma ancora poco indagata in Italia, come la nuova linea critica sulla creolizzazione. In particolare si sofferma, poi, sul contributo di M. Basili, La visita della vecchia signora. Dalla Svizzera di Friedrich Dürrenmatt all’Africa di Djibril Diop Mambéty: qui emerge l’uso di una pratica comparativa dalla quale non si può sfuggire ed in cui il testo “d’avanguardia” di Dürrenmatt viene paragonato a quello di Mambéty. De Santi sottolinea poi l’utilità del contributo di L. Succhiarelli, Luigi Candoni offplay!, che porta a conoscere un autore teatrale ancora poco indagato. Il relatore termina l’intervento dedicando la sua attenzione all’Inserto della Fondazione Piazzolla e rivolgendo la sua attenzione in particolare alla terza parte dell’intervista a Marino Piazzolla su Radio France Culture, svoltasi nel 1978, che verte sulla filosofia.

In questa occasione, Di Stasi, invece, concentra la sua attenzione sui volumi recentemente inseriti nel catalogo di Fermenti editore, come: La vocazione sospesa. Curzio Malaparte autore teatrale e regista cinematografico di Giuseppe Panella, Il pollice smaltato di Gemma Forti, Ascoltando MAO (Marianne Brøndlund) di G. Giuliani ecc.

In particolare, Di Stasi richiama l’attenzione su Il pollice smaltato di Gemma Forti – da lui recensito all’interno di questo numero – affermando che quest’opera poetica, costituita di sei parti, vuole restituire uno spazio storico anti-spettacolare a cui ormai non si è più abituati, attraverso una scrittura dinamica e sperimentale, realizzata grazie ad un pluristratificato metodo compositivo. Su quest’opera interviene anche De Santi, che ha curato la Prefazione all’opera, ponendo in evidenza quanto questo sia un testo che interagisce fortemente con le immagini, quelle di B. Conte nello specifico; un testo che si configura anche visivamente e che richiama molti tratti della poesia visiva. Prima della lettura da parte dell’autrice di alcuni brani particolarmente rappresentativi dell’opera, interviene B. Conte, che sottolinea il carattere illustrativo delle sue immagini in relazione al testo, che non vogliono essere solo un apparato puramente estetico.

3 d’union. Aforismi poesie racconti viene introdotto inizialmente da A. Lo Cascio, che si presenta come traduttore di Pasterius, scrittore, pittore e fotografo. Quindi Di Stasi sottolinea che la tecnica di fondo dell’opera è quella dell’ekphrasis, in cui si riutilizzano materiali già esistenti per dotarli di nuovi ed opportuni significati. La struttura composita e sperimentale di quest’opera corale diviene il suo punto di forza alla ricerca di una riflessione introspettiva, che diventa l’asse portante intorno al quale si modulano le diverse voci.

La parola passa poi a G. Giuliani, autrice di Ascoltando MAO (Marianne Brøndlund), che parla della sua opera ed in particolare di MAO, il cui incontro diventa per lei motivo di crescita e approfondimento personale. Di Stasi, a tal proposito, rintraccia nell’opera alcune note dell’esoterismo di Pessoa, poiché è presente un percorso umano straordinario sia dell’autrice sia di Marianne Brøndlund, che si lega alla capacità di entrare in dimensioni che non si conoscono.

De Santi, infine, analizza La vocazione sospesa. Curzio Malaparte autore teatrale e regista cinematografico di Giuseppe Panella, definendo Malaparte un personaggio “cattivo” e, per questo, affascinante. L’attenzione di Panella, al contrario di quanto solitamente avviene, non si concentra sulla produzione narrativa di Malaparte, ma su quella teatrale e cinematografica.

Non si può non porre in evidenza quanto sia importante per gli autori pubblicati avere la possibilità di far circolare i propri testi e dare voce ai propri pensieri. Lo stesso avviene, ad esempio, per i testi contenuti nella rivista, quali, tra gli altri: @pontifex di G. Alvino, Ballate del lume oscuro di R. Rossi Precerutti, Tra massi erratici di M. Caporali e Legoluogo di B. Conte per la poesia e Un doppio giallo di I. Apolloni, Gli asini di G. Neri, La figlia del vicino di letto di V. Carratoni, La ferita di E. Villani e Nancy lo sa di G. Forti per la narrativa. Ognuna di queste opere, a suo modo, vuole invitare il lettore alla riflessione, che sia sulla semantica, sulla poesia o su se stessi poco importa. Merito di Fermenti editore “scoprire” o, più semplicemente, valorizzare voci artistiche del Novecento letterario e della contemporaneità.

In questo ricco numero di «Fermenti» si trovano anche: il ricordo di Giovanni Nencioni, al quale G. Alvino dedica interamente la sezione “Bloc Notes” ed alcune interessanti recensioni di testi di critica, poesia e narrativa (tra cui, basti ricordare:, La parola, arma e crittogramma di A. Contiliano, Tra due zone. Su Marco Palladini, Poetry Music Machine. Audio Antologia di S. Docimo, Silvana Cirillo: L’arte di scompigliar le carte e Carlo Levi segreto di G. Neri, BiblioSound di G. Forti e Il Borotalco, sì il Borotalco. Zavattini e la Radio in un saggio di Gualtiero De Santi di E. Petrosillo). «Fermenti», infine, non dimentica anche di riservare un certo spazio ai grandi temi, come quello affrontato da F. Ermini nel contributo intitolato Il deserto e il mare in tempesta, con il quale si apre proprio il numero 240 della rivista.

Molti sono i temi emersi durante queste due presentazioni ed è bene che non cadano nel vuoto e vengano dimenticati: bisogna continuare ad indagarli. Insomma, «Fermenti» rimane –nonostante la società contemporanea e l’industria culturale di stampo fordista che tutto mercifica – uno spazio di libertà, in cui critici, poeti, pittori e artisti possono ancora confrontarsi ed esprimere le proprie idee.

Recensione
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