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Senz’alfabeto

Non si capisce se con il titolo di questa silloge, Senz’alfabeto, l’autrice voglia provocare o incuriosire il Lettore. Di fatto lo conduce alla scoperta del suo gioco, consistente in una sapiente manipolazione della lingua, incurante della reazione positiva o negativa del Lettore. L’Autrice va dritta per la sua strada solitaria, alla ricerca e creazione di improbabili vocaboli dai plurimi significati. A ragione, Manescalchi individua nel lessico dell’autrice una capacità maieutica da cui nasce una proliferazione di concetti, immagini, profumi, odori, suoni che lasciano il lettore come smarrito in un labirinto mentale, senza un filo di AriAnna (p. 48), che lo riconduca a vedere mimose di sole / nel fradicume bigio del cortile. Intanto l’Autrice vi si crogiola rimanendo in gravine d’incatenato asilo.

Accompagnano la silloge due artisti per i quali l’Autrice sente evidentemente una certa affinità: il quadro di Francis Bacon della copertina è posto dall’Autrice come emblema della sua operazione deformante del linguaggio, come il pittore fa con i corpi, in un contorcimento spasmodico che in entrambi rasenta una visionarietà delirante. Mentre alcuni versi di Antonin Artaud, che scandiscono le sezioni della silloge, testimoniano la tensione nello scavo interiore della Recherche épuisante du moi, che accomuna i due artisti.

La prima poesia della silloge ci offre un assaggio della sua manipolazione di sostantivi e verbi, usando i primi come i secondi e viceversa: scervella il sole nell’agostano avvampo / febbra salini afrori, … / fuoca erbali umidori /… / sf(r)inisce / il compulsivo mantra della cicala / ronzidanza l’anofele vampiro: / e s’avvespa il tafano / livida il cielo, dove scervella, febbra, fuoca, ronzidanza, avvespa, livida, mostrano la disinvolta manipolazione dell’Autrice sui vocaboli pur nella brevità di una singola poesia. “Sf(r)inisce” comunque evoca con efficacia sia il suono monotono emesso dalla cicala, che il suo effetto tediante su chi lo sente, mentre “ronzidanza”, due verbi in uno, lo svolazzare minaccioso della zanzara. Questo gioco, che forse all’inizio frastorna il Lettore, continua fino alla fine del libro; e alla fine egli si accorge d’averci preso anche molto gusto.

A. M. Guidi dunque lavora sulla lingua, con un piacere intellettuale che traspare da ogni riga; come il fabbro nella sua fucina plasma il metallo in molteplici forme, così ella forgia nuove parole col fuoco della sua inventiva ampliandone il significato in un ventaglio di sfumature. Ma in altri passi della silloge si assiste anche alla vivisezione della lingua: una volta scomposte le parti di una parola, le vediamo ricomposte per suggerire ulteriori significati, spesso opposti, in una ricerca puntigliosa e ossessiva delle possibili sfaccettature del linguaggio. Ella usa con disinvoltura parole assolutamente inusitate come “lancinare” per sdoppiarne il significato, come nel caso di Lo stiletto di p. 50 (lancina stasera lo stiletto del norcino / che in infebbrati squarci / di muscoli e bestemmie / affondava il cuore del suino),ottenendo il doppio significato del foro prodotto da una lancia e lo squarcio di un’altra arma che si affonda nel cuore facendolo affondare nel mare della morte. Il rovescio della medaglia è che in troppi casi il lettore è costretto a spulciare i dizionari fino a quelli on-line, per scoprire finalmente che “guzzare” nel dialetto bolognese significa fare sesso, ma anche rubare, ed allora appare chiaro il significato dei versi guzza la pica ladra /della ghiotta primizia / il sirenico luciore: / involato / in un colpo senza scasso, dove guzza richiama anche il verbo “aguzzare” la vista, e pica il nome inusitato di Gazza.

La poesia di A.M.Guidi si affida anche al “divertissement”, fatto di ossimori, come “scisto arroventato d’ombra”, “ustionato algore”, “ingravidato a morte”, “volo immoto”, “tumide bragi di serenitudine”; fatto di parole inventate o fuori luogo, come “fagiche voluttà d’inconsistenze”, “bracimante irrequietudine”, “la grèmia infinitudine del cielo”, “le sinecchie della cruna” (dove “sinechie” sono le aderenze di due tessuti normalmente separati, come ad esempio quelli delle piccole labbra dei genitali delle neonate); fatto di commistioni fra italiano e francese, esempio impari efforzo; di metafore peregrine: come il boia la botola / al condannato a morte / strappa il tempo / il calendario appeso al vento / dei giorni decimati (pag. 47);oppure: capriccioso destriero il computiere / calcitrando disarciona stamani / le mie fremide voglie (pag. 69);fatto anche di piccoli interventi che alterano le parole, come nella poesia Piacere (in)solitario, che evoca, senza volgari descrizioni, il piacevole sollievo dopo aver urinato sul greto dell’Arno in magra (senza fiume), mentre invece scroscia il … ruscello / della mia censurata incontinenza / che tutta si con-centra e si con-dona / nel piacere (in) solitario dell’organico sollievo / con-cesso senza spese e senza sponde, dove “con-cesso”, allude al cesso offerto gratuitamente da un angolino dietro un masso.

La bella famiglia d’erbe e d’animali di leopardiana memoria, come annota il prefatore, accompagna la vita dell’autrice nella vivenza della comune sorte mortale come quella della coccinella novembrina che nell’impari efforzo / vermigliando precipiti discrepa / le ali della vita; o quellache del fuco la vita / feconda e regge / la morte ape regina; come pure l’istinto alla moltiplicazione della specie per conseguire un briciolo di eternità attraverso il lubrico miraggio dell’erotico legato / che replica e moltiplica miraggio e danno / nel compiacentissimo ergastolo / del sì beffardo inganno (pag. 26);sembra essere senza scampo la ripetitività coatta del congiungimento dei corpi, volto a generare un gregge che feroce e vorace bela e bruca senza un apparente scopo.

Sarebbe riduttivo avvicinare la poesia di A.M.Guidi a quella del barocco Giovan Battista Marini? Io direi di no, con la riserva che tutto nella nostra Autrice, anche le stravaganze e la ricerca di preziosità linguistiche e la sovrabbondanza di metafore, sono materia vitale solida e intensamente vissuta, molto lontana dall’orgogliosa e un po’ sprezzante dichiarazione di Marini: E’ del poeta il fin la meraviglia / parlo dell’eccellente e non del goffo / chi non sa far stupir, vada alla striglia! (da La Murtoleide); una poetica che coerentemente esplode nel famosissimo Nel padellon del ciel la gran frittata.

 

Recensione
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