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Testimonio eternamente errante. La simbologia biblica nel primo e nell'ultimo Veniero Scarselli

“Supergemma” racconta episodi reali di vita
e altre ipotesi di letteratura a fianco del poeta di Pratovecchio

Primo premio per la Saggistica inedita 2017
ai Murazzi di Torino

Colgo l'occasione della pubblicazione del saggio di Rossano Onano sul poeta Veniero Scarselli (1931- 2015) per dare il mio contributo, in qualità di seconda moglie, a una maggiore comprensione della sua opera poetica, perciò non sia ritenuto disdicevole che io abbia messo la mia penna su quanto ha scritto Onano, perché non è mia intenzione interferire o contraddire quanto agli occhi dello studioso e psichiatra appare all'esame delle sue opere e cioè la prima, Isole e vele e l'ultima, Vera storia del vascello fantasma. Il caso ha forse voluto che questi due lavori segnassero l'inizio e la fine della produzione poetica di Scarselli, anche se il mare e la navigazione, come metafore esistenziali, sono costantemente presenti in tutta la sua produzione letteraria.

Mi ha sorpreso il sottotitolo del saggio: La simbologia biblica, non avendo riscontrato in Veniero un interesse particolare per la Bibbia, fermatosi al liceo e forse alla prima pagina dell'Apocalisse, come suppone Onano, quando disquisiva di questioni teologiche con l'insegnante di Religione, che gli valsero un viaggio-premio a Roma al concorso Veritas. Ma i simboli agiscono a nostra insaputa, come archetipi e lo psichiatra li scova nelle pieghe dei versi, nel ripetersi a volte ossessivo delle metafore, come quella dell'utero-barca, del mare, del veliero, che poi è quasi un Veniero.

La passione per la vela l'ha ereditata piccolissimo dal padre, quando veleggiavano nel mare di Siracusa, sotto gli occhi tremebondi della madre. Passione non più coltivata fino ai 25 anni, per la morte improvvisa del babbo, nel 1938, caduto da un'impalcatura dell'erigendo Ossario di Oslavia, vicino a Gorizia, del quale era direttore dei lavori e collaboratore di Ghino Venturi. Da allora, il padre è diventato per lui una presenza costante, una figura mitica, additatagli dalla madre come esempio per i suoi multiformi interessi, ma durante l'adolescenza tale immagine si era scolorita, perdendo così di efficacia, in seguito all'amicizia con un giovane radiotecnico, che lo avviò ai segreti della radiofonia, che diventò per Veniero una vera passione, verso i sedici anni, sottraendolo allo studio del greco e della matematica.

La madre dovette ricorrere all'intervento straordinario di uno zio, per riportarlo a una maggiore applicazione nello studio; lo zio gli sequestrò tutti i ferri del mestiere, che lo avrebbero fatto diventare certamente un ottimo radiotecnico, ma fatto tradire le aspettative della madre, così, sotto il pungolo del ricordo del padre architetto, dei nonni pittori, e dell'intervento dello zio avvocato, seppure a malincuore, riprese alacremente gli studi. Quindi, dal punto di vista di Rossano Onano, Veniero non ha dovuto, freudianamente, uccidere il padre, nella lotta per l'affermazione di sé e tale assenza ha forse influito negativamente nella formazione della sua personalità.

Scarselli è stato navigatore in due fasi della vita, la prima dai 25 ai 45 anni come vacanziere, facendo anche navigazioni in solitario, un po' spericolate e spettacolari, come quella che fece, ma io non c'ero ancora, veleggiando nel Bacino di Piazza San Marco, per poi, ammainate velocemente le vele, attraccare proprio di fronte a Palazzo Ducale, davanti agli occhi stupiti dei turisti. Di questo periodo della vita racconta in Isole e vele, ma come si può facilmente arguire, non è racconto cronologico, come potrebbe essere erroneamente interpretato dal saggio di Onano, nel punto in cui egli si chiede, un po' sorpreso, da dove sia spuntato all'improvviso il cane, perché mancherebbe di qualsiasi verosimiglianza. Infatti, la struttura narrativa procede con flashback, che riemergono a brandelli, in un flusso di coscienza, come quando si è costretti a letto febbricitanti, come il protagonista di Isole e vele, a Tozeur, oasi della Tunisia.

In quella condizione riaffiorano alla mente struggenti ricordi di una vita piena e avventurosa, che ne richiamano altri, come quello di un amore travolgente, causa di separazione coniugale, un uragano, che seminò solo uno scia di rovine e una ferita profonda dell'anima, come il poeta stesso ha scritto in Torbidi amorosi labirinti, curata poi da una seconda moglie amorosa e soprattutto paziente e con una vita appartata nella quiete di una casa-eremo, dove però è cominciata un'altra avventura, tutta mentale, con la creazione di una ventina di poemi, in cui svilupperà ampliamente tutti i temi esistenziali, appena abbozzati in questa prima opera, come anche sottolinea Onano.

E' ovvio chiedersi per quale via misteriosa Scarselli sia approdato alla casa-eremo sopra le colline di Pratovecchio, ai margini del Parco delle Foreste Casentinesi, decidendo così di abbandonare una brillante carriera. Fu proprio un'avventurosa navigazione verso Ponza a dare una svolta decisiva alla sua vita. Per pagare le spese di mantenimento della barca, Veniero aveva imbarcato l'attore Vittorio Mezzogiorno e un suo compare, che lo avevano invitato a salpare, come qualche avventuroso, nonostante le brutte previsioni meteo. Sorpreso dal mare grosso e da un forte vento, per governare la barca dovette rimanere inchiodato al timone, con i due che non erano nemmeno capaci di ammainare la randa, che rendeva la barca meno governabile, lasciando solo il genoa.

Comunque, arrivò fortunosamente a Ponza; il porto era affollatissimo, ma riuscì ad ancorarsi, purtroppo lontano dalla banchina, con un vela strappata e i nervi a pezzi, con la sola speranza di fare una bella e lunga dormita. Invece i due, tutti pimpanti, poco dopo pretendevano di essere portati alle banchine del porto, dove avrebbero voluto fare un ingresso spettacolare con Mezzogiorno al timone. Naturalmente lui si rifiutò di farlo e si rifugiò sotto-coperta, ma sotto la gragnola di pugni e calci cinematografici sul tambucio, la porticina per scendere sottocoperta e le minacce di affondamento della barca, liquidò i due compari, restituendo loro il denaro, guadagnando così il meritato riposo.

In attesa degli amici con cui tornare al porto di Livorno, si rifugiò nell'antico porto romano di Cala Feola, dove i pescatori avevano la loro base. Visitando le loro case, si procurava pesce, verdure e pomodori, che metteva a essiccare sul ponte della barca, come aveva visto fare da loro e da quel momento cominciò a vagheggiare una nuova vita: una casa in campagna, con galline intorno e pane e vino fatto con le proprie mani. Era l'agosto 1974. A Cala Feola si chiuse un ciclo, per iniziare una nuova tappa, del tutto sconosciuta. Lasciato il lavoro e venduta la barca, nella primavera del 1975 si installò in un casolare circondato dai boschi sopra Pratovecchio (Arezzo), giusto in tempo per salvare dalle seghe 6 magnifici esemplari di querce, che troneggiano ancora attorno alla casa.

Dopo otto anni di intenso lavoro edilizio e agricolo, si riuscì a fare dell'ottimo vino e delle infornate di otto pagnotte, ottimo prosciutto, anche in beneficio di amici e parenti, che nei fine settimana accorrevano entusiasti alla tavola imbandita coi frutti del nostro lavoro. Ma un altro evento traumatico fece ridimensionare la sua scelta di vita. Verso la fine di gennaio 1983, mentre stava governando i cavalli, resi un po' impazienti dall'attesa della cena, una sua mossa incauta ha fatto irritare uno di loro, che gli sferrò una doppietta, cioè un doppio calcio, facendolo stramazzare a terra e trasportare all'ospedale.

Appena guarito, riprese a scrivere, alternando la riflessione poetica e la scrittura a una ridotta attività agricola. Riaprendo il cassetto delle poesie, composte dagli anni '50 agli '80, vi trovò materiale degno di interesse, ma gli sembrava uno zibaldone da riordinare e completare, affinché il tutto avesse la completezza di un libro: Isole e vele, che Vittorio Vettori, leggendo il manoscritto, definì romanzo lirico.

Per illuminare meglio quanto di Veniero appare dai suoi libri o dai racconti di chi l'ha conosciuto, devo dire, seppure a malincuore, e per confermare quanto Rossano Onano dice senza peli sulla lingua, che lui era un uomo degli eccessi, forse più per provocare e sperimentare, che per una effettiva ideologia, infatti si inimicò molte persone (meravigliandosi poi delle loro reazioni), quando diradarono le visite, con mio gran dispiacere. Per lui avrebbero dovuto essere schermaglie o puri esercizi dialettici, invece dagli ospiti venivano ritenute provocazioni o ostentazioni di originalità. Siccome lui reggeva poco il Chianti qualche volta accadeva che alla fine del pranzo uscissero dalla sua bocca pensieri, che ad una mente lucida avrebbero dovuto apparire inopportuni. Quindi, chi veniva da noi per un tranquillo fine settimana, non accettava lo sforzo per controbatterlo e si eclissava. Solo le persone più ferrate intellettualmente lo reggevano, come infatti ha sottolineato Rossano. C'è voluta tutta la mia pazienza nel ricucire gli strappi, nel cercare riconciliazioni, nel fargli cambiare il tono troppo assertivo e poco diplomatico delle sue lettere, che, in verità mi faceva sempre leggere.

Verso i 60 anni gli è ripresa la smania della navigazione e abbiamo cominciato a navigare insieme, previo un corso casalingo accelerato, perché io ero totalmente digiuna di navigazioni, tranne che per qualche termine, orecchiato durante i suoi avvincenti racconti e quindi ero un po' titubante agli inizi, ma lui era diventato più saggio e prudente, qualità che gli sono valse da parte mia completa fiducia e gratitudine per la bella e nuova esperienza, che mai avevo sognato di poter fare.

Fu una goletta, dal nome Soleado e con lo specchio di poppa a cuoricino, a conquistarlo; lui non fece caso allo scomodo vano motore, dove solo un acrobata riusciva a mettere un cacciavite. Con questo veliero solcammo gli oceani, da Civitavecchia fino alla Capraia, dal 1995 al 2013. Imbarcava volentieri e gratis persone anche senza nessuna esperienza nautica, andandole a scovare tra amici e parenti, ma non c'è stata mai una terza volta per loro, tranne che per quegli amici che lo conoscevano da tempo e non si adombravano più di tanto ai suoi comandi bruschi. Tra loro, per fortuna, ci furono baldi giovanotti, amici di famiglia, non parenti, che con una spallucciata, nascosta dietro una vela, si godevano una bella vacanza. Unita a un'esperienza non comune. Con uno di loro fummo costretti a navigare, durante una notte di quasi burrasca, per evitare di venire buttati sugli scogli. Era un tardo tranquillo pomeriggio all'Isola del Giglio Campese e Veniero si godeva il fresco, dopo aver passato due ore in cabina a scrivere, sotto il ronzio del ventilatore. Non avevamo sentito le previsioni, ma ci allertò un fuggi fuggi generale, per cui ci decidemmo anche noi a salpare, quando cominciammo a sentire il vento e le onde che stavano montando. Puntammo su Cala Galera, dove arrivammo esausti alle 3 di mattina. In quell'occasione, eccezionale per me, con le onde che spazzavano la coperta e il vento che non dava tregua, ebbi la conferma che Veniero era un ottimo skipper.

In Isole e vele si profila l'immagine di un navigatore incallito, mai sazio di avventure e di scoprire nuovi approdi, ma ciò è vero solo per la prima fase, quando le ferie erano contate e quindi la frenesia di sfruttare al massimo il tempo aveva la meglio sulla prudenza, tanto che una volta ebbe la malaugurata idea di imbarcare le 2 figlie, la moglie e l'amante (chiamiamola come si usava allora), non volendo lasciare a casa nessuna delle due; la prima per necessità, perché era un'ottima ed esperta marinaia, la seconda, perché avrebbe dovuto imparare dalla prima a diventarlo, per future e romantiche navigazioni. Ma già in porto l'atmosfera era elettrica e scoccò la scintilla che mandò a monte la crociera e il tanto vagheggiato amore universale, a causa di una distrazione: l'ospite, non ancora ben preparata ai segreti della vita in barca, si prese una violenta bomata in testa; per i non esperti, il boma è un grosso trave, su cui è inferita la vela, detta randa e ve la si ripiega sopra, quando la si cala giù. Fu prudente andare al pronto soccorso, ma, per fortuna, non ci furono conseguenze per la giovane. Conseguentemente, la crociera andò in fumo, con il rientro forzato a casa.

Quando cominciò la seconda fase marinaresca con la goletta, per lui la concezione della barca cambiò radicalmente; maggiore era il tempo che si stava in porto, anche d'inverno, che non quello speso a navigare. La barca diventò un rifugio, un luogo da cui godere gli aspetti piacevoli e non pericolosi del mare che cullava i nostri sonni e del vento che sibilava tra le sartie, facendoci godere momenti di dolce intimità fra noi, che nel 2007, gli ispirò il libro Conservazione dell'amore coniugale. Questa situazione andava bene d'inverno, al calduccio, ma quando cominciava la bella stagione io cominciavo a fremere e a fare programmi di navigazioni, seppure brevi, invece lui, con il pretesto della scrittura, nemmeno in estate voleva schiodarsi dal porto, per godere la frescura di una caletta vicina e di un bagno ristoratore. Così cominciò il mio disamore per la barca, perché avrebbe potuto benissimo scrivere anche al fresco di una casa fra i boschi, piuttosto che nel caldo asfissiante di una cabina. Così mi si affacciò alla mente l'idea che la barca non era più per lui una barca, ma un luogo dell'anima e come ha scoperto Onano, l'utero materno di cui alla nascita aveva sofferto la cacciata. Di ciò aveva scritto nelle prime pagine di Pavana per una madre defunta: “Ma quando finalmente nacqui / […] il tuo terribile urlo generatore / non fu quello squarcio di nubi / […], ma il rifiuto del tuo ventre; / quando nacqui alla vita fu la Morte / la sposa e nutrice che incontrai / e io così piccolo e nudo / ho dovuto succhiare dalla poppa / con un urlo di rabbia e timore / l'acido latte della solitudine”. Il libro piacque molto ai giurati del premio San Nicola Arcella, con Mario Sansone presidente di giuria, che gli assegnarono il primo premio nel 1990.

Quando mi resi conto delle sue prime difficoltà motorie e di altre nostre dimenticanze, fatali per la sicurezza, sia in navigazione che in porto, avevo delle valide pezze d'appoggio per convincerlo a vendere la barca, ma la vendita fu un trauma e una grave perdita per lui, vissuta come una seconda cacciata dall'utero, stavolta ad opera volontaria della moglie-madre o della madre-moglie. Per me fu un dolore nel vedere peggiorare le sue condizioni, secondo lui a causa della perdita della barca, ma in realtà il problema era l'aggravarsi della malattia.

Così la goletta riprese il mare con un altro Ulisse, stavolta veramente verso Itaca e altre isole greche, con un capitano, forse meno poeta, ma più navigatore. Ai reiterati inviti del nuovo proprietario, perché lo accompagnassimo in Grecia per istruirlo sui tanti segreti che nasconde la conduzione di una barca, rispose sempre di no, perché mi diceva: <sarebbe stato come vedere a letto te, mia moglie con un amante!> A tanto era giunta l'identificazione della moglie con la barca, che solo applicandosi alla stesura della Vera storia del vascello fantasma, Genesi 2015, riuscì a dare senso ai suoi ultimi giorni e l'ultimo fu un dolce giorno di settembre.

Recensione
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