Servizi
Contatti

Eventi



Coerenza e identità formale nella lirica di Pietro Nigro

Guido Miano

in: Aa.Vv., Poeti scelti del Terzo Millennio, Guido Miano Editore, Milano 2008, pp. 400 (pp. 222-228).

1 – Premessa

Potremmo definire la poesia lirica di Pietro Nigro decisamente coerente con la sua identità formale, in quanto agente e testimone di una chiara evoluzione in linea diretta, esente da formalismi, attraverso la partecipazione viva dell'interiorità e dei risvolti che ne hanno determinato i valori e i colori.

Tale scrittura nasce in gran parte dai percorsi della memoria, da una visione attiva del paesaggio non soltanto nell'usuale modello descrittivo, ma altresì condizionata per riflesso emotivo dalla stessa condizione dell'essere. È una natura, si direbbe, resa consapevole dai percorsi dell'animo, con i suoi germogli, l'alternarsi delle stagioni, le fioriture lussureggianti, le luci variegate e intense, com'è realmente nei paesaggi del profondo Sud.

La poesia di Pietro Nigro, c'è da aggiungere, si espande attraverso le pubblicazioni su varie ed articolate tematiche, ma confluenti o, meglio, omologate da un nucleo centrale, l'incalzante interrogativo di tutti i tempi e civiltà, la fidente traslazione spirituale dell'esistere nell'eterno. Non è da sottovalutare altresì un aspetto che appare di riflesso, quello etico rivolto alla salvaguardia dei valori. Tale scrittura è ampiamente illustrata da autorevoli critici, di cui riporteremo taluni giudizi e consensi tra i più significativi.

2 – Un lungo viaggio

Già riguardo ad una delle prime raccolte di poesie, Il deserto e il cactus del 1982, Franco Boveri affermava, tra l'altro, che "Lo stile poetico, sempre molto curato e soffuso di delicatissime espressioni, non subisce alcuna metamorfosi e mi pare che sia sempre in crescendo, frutto evidente di una maturazione continua e regolare." E Carlo Deromedi: "La costante del suo `tempo' lirico e il profondo filone che lo ispira si sostanziano in una accurata ricerca dei fondali dell'anima, con un preciso riferimento ad eventi autobiografici, storici e culturali estremamente sofferti di una terra e di un'epoca irripetibili."

Nella prefazione avevamo avuto modo di annotare che il suo è un canto aperto, nel senso che vi defluiscono, captate dalla vocazione a un'inestinguibile speranza, le istanze e le problematiche dell'uomo moderno, con le proprie inquietudini inappagate, la ricerca dolente dell'ubi consistam metafisico; un'operazione mentale che potrebbe apparire scontata, bruciata ai margini del tempo, se non intervenisse la partecipe e totalizzante attitudine a genufletterne sulla terra dei padri il significato e respiro dell'ispirazione.

È il tema ancora una volta accorato della desolante tristezza esistenziale, ma che in Nigro si riscatta, corroborato da una forma di possesso istintivo, di materica adesione con le radici della terra e con gli oggetti che la connotano. Il suo canto, apparentemente distratto, evasivo nell'ambito non deludente dei sogni e per taluni estimatori crepuscolare, si ricompone quindi nella immediata valorizzazione della prospettiva reale delle cose ("gravidi sassi", "mattoni di pietra", "ponti rivestiti d'erba", "tetti d'acqua", "bocca di mulo", "pane secco", ecc.). I richiami e le allusioni, le ambivalenze formali e le concordanze lessicali, l'incidenza del tempo nell'agire quotidiano, nonché il senso storico, ma anche la consapevolezza della fede e della speranza, come espressa in un componimento della prima raccolta di poesie, sono pur vivi nelle opere poetiche che seguono. "Dio dei miei padri | stasera ti ho sentito nel vento degli alberi | e nella risacca del mare.| Nello stridio dei gabbiani t'ho sentito | e nelle parole di chi aborre la violenza. | Da quel nulla che è il mio corpo | ti ho sentito emergere | a colmare invitte lacune di verità.... (Preghiera).

Già nel 1985 Giorgio Berti chiariva in Scrittori italiani del II dopoguerra. La poesia contemporanea: "L'opera di Pietro Nigro verte su due temi fondamentali, che egli stesso fonde in uno solo: la malinconia provocata dal trascorrere del tempo, e il vivo legame con la propria terra. Il rimpianto di ciò che è passato, sensazione dolce e amara al tempo stesso, è indissolubilmente legato al futuro, che al poeta non può che apparire illusorio, sabbia che sempre scivolerà fra le dita ("se dopo tanta truffa di vita | il nulla") Nella sua espressione misurata, l'eleganza e la nitidezza sembrano innate, e l'eredità classica, ermetica e crepuscolare vi è filtrata in una armoniosa modulazione del metro libero. Se il tempo è, per eccellenza, dimensione dell'io (cui è sempre ricondotto infatti ogni dato reale), ad esso fa da supporto lo spazio .... In Pietro Nigro la disperazione non è mai definitiva: non solo per il foscoliano ricorrere delle illusioni, ma perché, come ha scritto M. Coraiola, è sempre teso "a scoprire i motivi dell'esistenza".

Di fatto nella raccolta Miraggi del 1989 il verso appare disteso, nonostante le dolenti motivazioni memoriali ed i risvolti lungo i percorsi del quotidiano; si direbbe, in verticale verso il termine dei giorni: "Immagini di realtà | svanite in un nulla esistenziale, | frammenti di vita | sbiaditi nel glaciale spegnersi | di un tempo impietoso, | fotografie di antenati | in un album trovato per caso.| E lì ho letto la mia storia, | storia di tutti, | e ho visto i miei sogni infrangersi | contro l'imperturbabile legge | di un cosmo avaro. . . " (Album antico). Ed ancora: "Scende la notte sui tetti di case stanche | un lungo andare il giorno | verso il crepuscolo che attende.| E i sogni lì ad aspettare | morbidi guanciali | di pensieri senza ali | mentre soffia il vento nelle strade solitarie | e invano cerca il compagno | del suo millenario peregrinare senza scampo | in quest'isola cosmica che divora. | E tende invano la sua mano | una speranza che va spegnendo | il suo entusiasmo quando s'annera il mondo | e s'ammassano con le cose le ultime illusioni." (Scende la notte).

Con riferimento alla raccolta di versi di cui sopra, Flavia Lepre definisce Pietro Nigro "poeta che ha una profonda conoscenza di ogni alito d'anima, un poeta che non usa inutili orpelli d'abbellimento, che non ricorre all'artificiosità, ma che scrive la sua poesia amalgamandola con una personale e lirica riflessione, con l'universalità del pensiero e con la bellezza delle parole".

3 – Coerenza e maturità di linguaggio

A proposito della silloge L 'Attimo e l'infinito (1995) è stato chiarito dalla rivista "Artecultura": "lo stile è sintetico, dinamico, al servizio di una parola che diventa ritmo non tanto per mere regole di metrica ma in virtù del loro trasporto emozionale, del loro intenso battito espressivo". "Aspetta che si spengano | nell'abituale oblio d'ogni notte | le disparate, disordinate note | di ritmi senza schemi. | Aspetta che si spengano | le voci senza senso | di chi crede nella sua verità soltanto | e non crede al silenzio della mente.| Aspetta di sentire | lo stormire delle foglie | quando è notte,| e lo stridulo canto del grillo | nel chiarore delle stelle.| Aspetta di sentire | il lontano abbaiare di un cane | e il rombo di un motore | e lo stridio delle ruote sull'asfalto. | Aspetta senza fretta o smania | in un desiderio d'una sosta senza fine | e ascolta le voci senza dargli senso, | come fossero battiti di ali o di foglie | sciabordii di acque, aliti di vento, | e sul tuo muro di carne | germinerà l'eterno" (Notte).

Nella premessa alla raccolta Enzo Concardi ha precisato: "Poeta della malinconia, questo autore siciliano sa creare liricamente la bellezza dei lontani, ineffabili orizzonti che sono negati all'umano vivere quotidiano racchiuso in labirinti assurdi e privi di significato . . . La sua poesia ha qualche volta un affiato `epico classico' che ci ricorda nostalgicamente le radici antiche della nostra cultura, di cui sovente non abbiamo più memoria. Da quelle radici, forse, e da autobiografiche riflessioni (morte del padre) ha tratto il sostanziale tempo tragico dell'esistenza ("piange la storia") fuso con elementi più moderni di origine filosofica-esistenziale, laddove il canto poetico è apertamente improntato alla lamentazione del tedio che assale lo spirito umano. Lo scacco dell'esistenza, vissuto e patito dall'uomo contemporaneo come una condanna storica, si scontra dolorosamente con l'anelito forte e pungente al libero volo della poesia, per cui il nostro è anche poeta dei contrasti e ci ricorda il concetto ungarettiano: "Chiuso tra cose mortali ... bramo Dio".

Così per Enzo Concardi taluni versanti della poesia di Nigro, cui non vanno disgiunte le decifrabili connessioni con le radici: l'eredità mediterranea della Magna Grecia, l'equilibrata formulazione della scrittura e scansione ritmica del verso, la consapevole tolleranza del "male di vivere" montaliano, placato dai riflessi illuminanti del paesaggio dell'isola sempreverde ("Si scioglie l'inverno in dolce primavera | di mandorli fioriti dell'ultimo febbraio"),

Alla raccolta Versi sparsi 1960-1987 (1988) è seguita la pubblicazione di Altri versi sparsi 1963-2000 nel 2001. Nella premessa Vincenzo Bendinelli ha scritto: "E il tempo avrebbe la possibilità di annullare ogni senso di vita, se non ci fosse per contro la presenza cosciente di un'anima che sul misterioso dono della volontà, spesso compagna incomparabile di ogni essere proteso nel mistero della sua stessa ragione di vita, non reagisse all'inarrestabile declino fisico e psichico. Questi fondamenti di mistero e di inconfutabile realtà sono rintracciabili nella poesia di Pietro Nigro che, sicuramente, nasce da ataviche sollecitazioni archetipiche.

Ma ciò che conta è questo suo essere vivo di sentimenti, di pensieri, di azione. (...). Inebriato dalla natura che gli è amica, trova una liberazione solare tra verdi e fioriti prati, saziandosi di profumi Se da una parte il poeta (che ama tanto la vita) avverte l'infinitesima partecipazione dell'uomo al cosmo, dall'altra sente anche l'importanza di sentirsi vivo e nella possibilità di agire, di nutrirsi a volontà del proprio mondo creativo....": "Voglio sempre vedervi | colori della mia campagna | ondeggianti al vento di vita | spume di onde infrante sulla scogliera | in continuo amplesso | e leviganti carezze sulla battigia.|| Voglio sempre vedervi | azzurro del mio cielo | bagliori di sole, remoti luccichii | di muti astri misteriosi e schivi. || Voglio sempre vedervi | immagini di un'esistenza | nel loro balenare di nostalgie | improvvise e sofferte || Voglio sempre vedervi | sprazzi di una luce che conobbi | ...." (Voglio sempre vedervi).

4 – Un canto memoriale

Nel libro di poesie Alfa e Omega, apparso nel 1999 per i tipi di questa Casa editrice, risulta condensato il pensiero del poeta, maturatosi lungo il percorso degli anni, e che non esita di approfondire con un linguaggio poetico aderente le varie tematiche affrontate precedentemente. A conclusione della prefazione Franco Lanza ha puntualizzato: "... L'universo che canta Nigro è il cosmo in trasformazione, per cui passato e futuro s'agganciano alla perenne incandescenza del presente, cioè dell'io che si effonde su tutte le cose. A prendere analiticamente i suoi enunciati di tipo metafisico lo potresti dire un teosofo alla Steiner o alla Onofri (che era infatti poeta, e di possente struttura) .... Ma se da tali collocazioni speculative, che pur hanno qualche ragion d'essere, ritorniamo alla verifica dei testi del poeta siciliano, ci accorgiamo che in essi c'è sempre qualcosa di meno o di più di una filosofia.... La `millenaria memoria' di Nigro ha dunque il senso d'una luce vittoriosa che coinvolge il principio e la fine, l'Alfa e l'Omega che giungono ad identificarsi. È un sentiero vertiginoso che Nigro percorre non propriamente da filosofo ma da costruttore d'immagini, che abbracciano una grande varietà di sfondi: la Sicilia non propriamente del paesaggio ma dei miti culturali di Teocrito e d'Aretusa; la persistente nozione di corporeità che condiziona lo spirito ma è indistruttibile fonte di sogni, di favole ancestrali e di speranze; infine la poesia, rimasta in bocca come un sapore d'aranci che illude una perenne giovinezza, e che "verità reiterata | si crea e inventa volta per volta".

Tra i numerosi estimatori che si sono occupati di Nigro gioverà riportare qualche giudizio autorevole, ad esempio quello di Leone Piccioni, il quale già nel 1982 precisava: "Nel canto memoriale sintetizza l'amaro destino d'una umanità destinata a riscattare gli errori di una società trafitta da 'barbare indifferenze'." E, dal canto suo, anche Giorgio Barberi Squarotti ha sinteticamente annotato: "Una sensibilità acuta e dolente, che si estrinseca nella musica lieve e malinconica del verso e delle immagini un poco crepuscolari di cui si compiace. Ma è un discorso poetico sottilmente fascinoso e suggestivo."

Giorgio Santangelo ha così espresso le sue riflessioni sull'opera: "Il motivo esistenziale fondamentale, l'ansia d'eterno, trascende la quotidianità e la temporalità, e, tuttavia, questa poesia è tutta radicata nella storia e nella contemporaneità: di qui la sua tensione umana e civile, come nella splendida Terra di Sicilia, ch'è una delle liriche più belle che, in questi ultimi tempi, sono state scritte sulla nostra isola."

E Felice Lammardo: "Nell'arte di Nigro il tratto di maggior forza è comunque caratterizzato dalla riflessione, modellata negli enjambements sicuri, sul rapporto dell'uomo con la natura che lo circonda (si veda a proposito la quasimodiana Sei tu la mia ambizione). La natura è un `tu' interlocutorio, ricorrente più o meno in tutte le composizioni, dagli `indefiniti confini', ma presente e vivo; e l'uomo cerca un dialogo con questo `tu' misterioso, molto spesso presago di eventi futuri e cosmici. Eppure non si tratta di un dialogo ragionato con logico rigore; si tratta piuttosto di un parlare stupito e disinteressato".

Della raccolta, di cui sopra, che si pone tra le più interessanti e di certo significative della feconda stagione letteraria di Pietro Nigro, giova leggere almeno un componimento: "Non ho più nitidi agli occhi | i tratti sempre più sfumanti | in nebbie di ricordi. |l Forse eri tu che perplesso mi fissasti,| o forse fu il mio sguardo che t'attrasse. |l Che fine fanno i momenti vissuti! || Il paesaggio soffia la sua carezza di ricordi | alla mente e s'illanguidisce | nel piacere di essere amato,| ma lo sguardo che vorresti ripetuto | tra mille e mille attimi vissuti | ha cancellato il tempo.|| Sempre integri la collina e il mare | le strade, le case; | e il pensiero sempre più evanescente | memoria che si dissolve nel suo lento sgranarsi.| Come i sogni il passato | tratti che sempre più sfumano nel risveglio | e poi scompaiono." (Passato).

Nel 2003 Pietro Nigro ha pubblicato due raccolte di poesie intitolate l'una Astronavi del| 'anima, l'altra Riverberi e 9 canti parigini con traduzione in francese, testo a fronte, e di cui annota il prefatore Pasquale Francischetti: "Egli affronta la realtà conservando il legame della propria storia vissuta, cercando, però, continuamente di modificare il suo stato d'essere nella società ed anche spiegando agli altri il comportamento da assumere per raggiungere questo obiettivo."

"Hai riso hai pianto | hai sognato hai sperato | con occhi di gabbiano | hai fissato le porte remote del cielo | hai vagheggiato promesse di un mondo | dove s'annulla il nulla | e il tempo tace." (Occhi di gabbiano) "Perché, mio Dio, | un mondo così splendido | non sempre splende agli occhi | di uomini che piangono.| Ma quanto splenda il mondo | mai sapranno | occhi di uomini | che non piangono." (Perché, mio Dio).

Della raccolta di versi Astronavi dell'anima l'omonimo componimento potrebbe già definirsi una chiave di lettura, in quanto "Risplende la luce | non agli occhi dell'anima | che ha sguardi rivolti | all'infinito | sfaldata la volta | che schiaccia d'instabili stelle | e si veste della quiete | di un intimo vero.|.... Sospeso il pensiero | penetra l'eterno | astronave dell'anima | e naviga spazi | che sfumano in silenzi d'attesa | dove si fondono | voci d'uomini e di dei."

Al proposito ha scritto Marco Baiotto: "egli indaga il mistero cosmico  della nostra esistenza, non senza vertigini e timori, tuttavia innalzandosi con coraggio ad osservare l'umanità con le sue dimensioni infinitesimali di tempi e spazi, colme di limiti e contraddizioni. Così facendo il respiro dell'universo diviene il termine di paragone per i suoi interrogativi da cui è inevitabile ne scaturisca un intenso disagio esistenziale, evidenza della condizione nullificante dell'uomo inteso come veicolo corporale per un'anima che arde nella sua sete di conoscenza, goccia orfana che chiede ove sia la casa del mare." Nel 2005 è apparsa la raccolta intitolata I Preludi (dagli Scritti giovanili). Pietro Nigro è autore anche di un libro di pensieri e di critica, pubblicato nel 2007: Notazioni estemporanee e varietà.

L'autore in oggetto è presente nelle varie edizioni del Dizionario Autori Italiani contemporanei; nel primo (1993) e nel terzo volume (2004) dell'opera Contributi per la Storia della Letteratura italiana. Il secondo Novecento, pubblicati da questa casa editrice. Nel primo volume Franco Lanza ha riportato di Pietro Nigro i versi dei componimenti Caducità e Speranza ad esemplificarne le "crepuscolari dolcezze fino a stremate tonalità d'un paesaggio-autoritratto"; e Lucio Zinna dal canto suo ha chiarito: "Il legame con la terra è tema fondamentale della poesia di Pietro Nigro; esso va a fondersi con un altro tema, costituito dal trascorrere del tempo, dal rimpianto del passato ...."

Il volo delle mie colombe bianche

Porta via le mie parole
un vento serale
in un mondo dove i sogni s'acquietano
e sgretola in esili ricordi
dopo che si sono spenti
esaltanti speranze;
ma tu sai come seguire
il volo delle mie colombe bianche
tu sai come impregnarti di sole
svettare in limpidi cieli
a fame canto eclatante
di una vita che non deluda attese.

Parte del cielo

L'erba
tremula
sul prato
sussurra parole di sempre
che il vento riprende
e un canto
si leva
alla vita
millenaria offerta
a sguardi intelligenti
che sappiano guardare al di fuori
dei confini di un cerchio
che soffoca la vita.

Tu, la notte e il silenzio

Notti sveglie
a cercare nel silenzio
una risposta
promessa d'antica favola.
Occhi nella notte
che cercano
e la notte che ti guarda
paziente
nell'attesa.

da: Astronavi dell'anima, Edizioni Helicon 2003

Occhi di gabbiano

Hai riso hai pianto
hai sognato hai sperato
con occhi di gabbiano
hai fissato le porte remote del cielo
hai vagheggiato promesse di un mondo
dove s'annulla il nulla

e il tempo tace.

Non credermi

Non credermi quando ti dico
che si perderanno nel vuoto del tempo
i tuoi aneliti d'infinito.
Non credermi quando ti dico
che i tuoi sospiri planeranno
nelle basse plaghe
di uno sconforto eterno.
Forse il mio grido
è pianto d'impotenza.

Lo saprò solo domani.

Perché, mio Dio

Perché, mio Dio,
un mondo così splendido
non sempre splende agli occhi
di uomini che piangono.
Ma quanto splenda il mondo
mai sapranno
occhi di uomini
che non piangono.

da: Riverberi e 9 canti parigini, Cenacolo accademico Poeti nella società 2003

Amo leggerti natura

Amo leggerti natura
scoprire la tua filosofia,.
ma m'illudo: ami solo cantare,
anima di poeta
che canta il giorno e la notte
la vita e la morte
l'infinito e il mistero.
Tu, te in me,
parte infinitesimale di un cielo
di cui non concepisco l'epilogo.

da: Alfa e Omega, Guido Miano editore 1999

Richiamo

Ascolta il fruscio lieve degli alberi
su cui mille volte posammo
i nostri sguardi,
e ti giungerà il lamento
che il vento
strappò alle mie labbra.

Miraggio

Umido spero il labbro
di provvide gocce
dopo mille anni d'attesa
e un miraggio di verità
beve l'occhio assetato
tra i palmizi di un'oasi
dell'umano pensiero.
Ma poi che s'alza il vento
gocce di sabbia mi soffia in viso
a ricordarmi che intorno è il deserto.

da: Il deserto e il cactus, Guido Miano editore 1982


Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza