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Il linguaggio di Duccio Castelli

E' fuori dubbio che i testi di questo singolare poeta risultano percorsi da incursioni, scatti di genialità, rivolti non tanto a storicizzare memorie quanto a fissare sulla carta (avendone precluso il senso inverso) eventi, occasioni incisive e significative, angolazioni del nostro vivere quotidiano, non raramente assiomi – ne riportiamo qui taluni, a titolo esemplificativo – che costituiscono probabilmente il punto di forza e di originalità della sua scrittura:

"Se avessi | nessuno | non potrei soffrirne" (Amolore); o anche: "Giornate | da spendere | notti | da dormire | niente di più | se non la percezione | breve | del privilegio di vivere" (Privilegio di vivere). E ancora, tra le chicche ammirevoli per assoluta sinteticità: "Sono inseguito | dall'assillo di sapere | se | farò in tempo | a vivere." (Assillo); "Le donne smettono | di coccolarci. || Sole | restano ancora forse | a coccolare i figli, condannati | a rimanere soli." (Emancipòrfani)

Rapportate comunque a delle verità assolute, le composizioni spesso telegrafiche di Castelli non ignorano l'alternarsi di un linguaggio disposto ad innovare una versione morfologica personale, come è accaduto ad esempio al termine Emigranza, che dà il titolo al suo primo libro di poesie, nel significato di emigrazione interiore, relativa all'animo umano; ovvero ad Amolore, la più recente raccolta – di cui un'ampia scelta tradotta in spagnolo è stata presentata presso la facoltà di lettere della "Pontificia Universidad Catolica de Chile", a Santiago – il cui titolo coniuga felicemente le componenti vitali della nostra quotidianità, amore e dolore. Se le cesure e i sottintesi, gli ammiccamenti, i ritagli di silenzio ("Vorrei non dire. | Ma poi | piano inclinato") rivelano una assidua frequenza con la letteratura (ancora ragazzo, Castelli era stato incoraggiato da Quasimodo) – e comunque con i migliori testi del Novecento che lo hanno indotto a prosciugare al massimo il genere da lui privilegiato di scrittura – è da precisare altresì che la sua struttura di linguaggio non è formalmente, letterariamente ricercata, tantomeno voluta, condizionata ovvero omologata da echi ed assimilazioni di gusto, di mode, di più o meno involontarie contaminazioni, bensì perfettamente autonoma, si direbbe "naturalizzatasi" ab origine in concomitanza con la concezione filosofica dell'esistere – quella peregrinatio lunga e breve ad un tempo, il mistero della nascita e della fine, solvibile unicamente con la netta speranza nella sorgente di luce abbagliante dell'ultimo (e unico) approdo salvifico.

Consapevole certamente delle frustrazioni del nostro tempo, delle inquietudini, delle distrazioni, dei falsi miti, dei margini estremi che residuano ormai alla buona lettura, il poeta martella insistente, non alieno dall'uso del sintagma nella accentuata verticalità espressiva, "inchiodando" taluni versi che potrebbero talvolta apparire divertissement dispensati da un'alta cattedra, ed invece risultano distillati sulla pagina da una acuta sensibilità costruttiva. Niente sbavature retoriche nel suo genere di scrittura discorzata, né cedimenti alla cadenza immediata della composizione, che non ignora d'altro canto eleganti stilemi ed ossimori "[....] Piango allora | nascosto dall'abete | una triste lacrima di gioia, | all'altrui canto di VENITE ADOREMUS. || Perdonami, | o Signore." (Natale) Talora il testo si modella sull'eco della filastrocca odi una canzone andalusa, talora si fa incalzante a ritmo di jazz. D'altronde è lo stesso autore a sottintendere una sua dichiarazione di poetica in Paesaggio imbiancato di neve "[...] così parole vestite di fiocchi | si adagiano sul mio silenzio. | Le voglio stendere | ognuna | sul lessico delle sculture".

Tale unità inscindibile di contenuto e forma, ben lontana da tanta lirica odierna "estensiva", descrittiva, persino luminosamente rappresentativa, rivela altresi quell'intelligente labor limae, che nella sinteticità formale attesta l'itinerario verticale, in profondità, dei significati: "Nell'ermetismo | di ogni verso creato, | il travaglio di un rigo | è un estratto | di carne."

Lo scrittore Guido Conti in un articolo su "La letteratura e le nuove tecnologie", apparso sulla rivista edita nella Svizzera Italiana "Cenobio" (n. 1 - 2002, p. 9), chiedendosi quale rapporto può essere instaurato tra l'uso dell'internet e la tendenza degli scrittori contemporanei, afferma: "Avere più pubblico spinge alcuni autori a lavorare su questa medietà di facile consumo, mentre io lavoro invece su un' idea di scrittura, di parole, definita da qualcuno – come mi ha ricordato Franca Tiberto – primitiva, ricollegandomi ad una certa tradizione padana." Castelli ha iniziato a pubblicare nel `92, ed ha al suo attivo sei raccolte di poesie (il primo comprende anche alcuni testi giovanili) e un lungo racconto, Una ragazza per quattro mesi (scritto a diciassette anni e positivamente commentato da Italo Calvino).

Nella prefazione alla più recente raccolta, Amolore, Vittorio Vettori ne ha individuato una contiguità con quella "linea lombarda" che dal secondo dopoguerra in poi ha caratterizzato l'univocità della trasparenza linguistica, eticamente pulita e antiretorica di poeti validi. Ha scritto Vettori: "[...] un canzoniere esemplare, un percorso esistenzial letterario caratterizzato dalla più rigorosa e in pari tempo più spontanea coerenza poetica di quella `linea lombarda' a cui Duccio Castelli esemplarmente appartiene" Testi singolari nella loro autenticità, che fin dai primi volumi ci appaiono placati, o per meglio dire temperati da una sorta di equilibrio interiore (autocontrollo e misura) tra sogno e realtà: che potremmo definire il leit-motive di fondo che anima e percorre la scrittura del poeta Castelli. Il suo messaggio basilare tende più o meno palesemente al riscatto metafisico – verso una visione eccelsa, oltre il mistero e il dubbio, oltre le approssimazioni e le ambivalenze umane – e quindi alla parola salvifica, che non è intesa quale strumento di un percorso parallelo: "Questa sinfonia della vita | sempre così stonata | a volte invece apre | in effimera confidenza | il sipario del Paradiso." (Il sipario del Paradiso). Il poeta è perfettamente consapevole della finitudine umana, ma attenua il dramma esistenziale filtrandolo attraverso una sorta di "recitativo" speculare, riflesso dalla quotidianità, interiorizzato; il che potrebbe rispecchiare significati plurimi (ci sarebbero da annotare, ad esempio, tra riga e riga di varie composizioni, punte di ironia, di raffinata arguzia pirandelliana, come in quella singolare quartina intitolata Sospetto: "Sono circondato da me stesso | con mille orecchie tese nell'ascolto | senza sapere | se sono mie"), al di là delle remore, delle debolezze e delle malversazioni che hanno da sempre segnato la storia dell'umanità.

Sicché, da una lettura globale di tutta l'opera, si può desumere che la sua visione converge ad una valenza incisiva di religiosità, non tanto simbolica, osannante o misticheggiante, non idillio consolatorio, quanto piuttosto collegata – coerentemente al suo modello di stile – alla realtà desolante del "privilegio di vivere", come dice lo stesso autore, secondo i nostri limiti: "La natura, o Signore | ha impressa la tua firma. || E il mondo è analfabeta" (Sguardo).

Già della prima raccolta, Emigranza, Giovanni Cristini sottolineava (in una puntuale recensione apparsa sulla rivista da lui diretta "Ragguaglio Librario"), tra le varie componenti "l'evocazione, la memoria, che unisce e collega tempi e luoghi diversi – il mondo degli affetti, punto fermo obbligato al peregrinare del poeta". Quello degli affetti familiari è certamente uno dei temi che maggiormente sollecitano il poeta; in particolare rivolto alla madre scrive: "Sento che tu sei ancora qui | e che guardi | attraverso i miei occhi | madre || Ramo di pino che appare improvviso | dietro dite a conferma | che non è cambiato | il silenzio [...]" (Vicina zitta) e anche: "Madre oggi ancora | come se io dovessi | all'improvviso | preoccuparmi di nuovo | delle tue carte | e questo caldo | che soffri a Milano. Ancora | la tua presenza E...]" (Brezze di agosto).

Nel solco della nostalgia, della rivisitazione del passato, il ricordo degli amici lontani o scomparsi è fonte di accorata ispirazione: disponibile all'evocazione del sentimento d'amicizia, non disgiunto talora dal celebrare il "profumo del mondo", come nella composizione dal titolo omonimo: "Aria di mare che voli sull'onda | le nari rigonfie entusiaste di spuma | la sabbia fine di pepe assolato | mi inebriano al profumo del mondo | e turbina il meglio vissuto | con volti di amici ed esotici soli. || Oggi quasi non sembra | che il vivere sia quel tappeto rullante | che ci porta via".

Castelli è vissuto vari anni in Cile: "Torno a Santiago | dieci anni dopo. | Finalmente eccomi lì. | [...] Gli amici come in un flash | eccoli alle transenne | li vedo ridono | hanno dieci anni in più. | Io tendo il collo per | sembrare più giovane | sorrido saluto | e mi sento di cartone. [...]" Altri testi incedono ancora sul tema dell'amicizia con andamento poematico, come in quello che segue: "Il tuo genio ha scavato | al mio fianco | e per due anni | il tuo blues | tesseva amicizie e fiori. || Poi siamo tutti partiti. || Ora sei incastonato | come una pietra | nel palmo della malinconia. [...]" (Per Alfredo Espinoza); o nel componimento intitolato Oreste, uno di quelli che – secondo Giorgio Bárberi Squarotti – "offrono, per esempio, una vera bellezza di discorso e di ritmi":

[. . .]
"Quando passano le Sirene
tu sempre riaffiori
e le lusinghi delle tue ricette
di saraghi e tramonti
e le tue chiome
ondeggiano virili sulla sigaretta
salmastra dell'ultimo timone vespertino.

Perché essere qui ora, a Milano?
Perché concedere all'inverno
anche il tuo silenzio?
Perché aggregare il tuo vigore
a questo lugubre, a questo umido
enigma?

Amico di noi tanti amici
ritornaci un mattino
e risalpaci la barca ballerina
mentre dormiamo fiduciosi
come tuoi bambini,
Capitano."

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