Servizi
Contatti

Eventi


Nota critica alla silloge
Poesie scelte
di Angela Ambrosini

Guido Miano

La poesia di Angela Ambrosini, dotata di tale intensità espressiva che potrebbe apparire di memoria ermetica, in realtà rifugge dagli orientamenti odierni, quali il richiamo formale del modello classico o del simbolismo, non raramente abusati da vari autori contemporanei. Quella della Ambrosini è una scrittura poetica essenzialmente personale, libera da vincoli estetici del nostro tempo. Non si può altresì ignorare la ricchezza e varietà di tematiche affrontate, che vanno dalla memoria di affetti lapalissiani, animati dall’amore indelebile: "… Tu eri la mia radice, padre, / la mia sola radice tardiva. / Non altra eco ho nel cuore, / né altri mari, nebbie, colline / o parole che possano da parte a parte / lacerare l’attesa d’un passato …" (2 novembre 2015).

Ed ancora nella silloge Tornata è la stagione (pubblicata in Alcyone2000 n°7) per la poetessa  ha scritto Enzo Concardi  "La memoria conduce al pungente ricordo del padre, con il quale il dialogo trapassa la fisicità per penetrare le regioni etiche dei valori trasmessi. Ma non dobbiamo aver paura del destino. Dio è l’alfa e l'omega della vita.": "… Portami con te, padre, / portami di nuovo con te per mano, / ombra nell’ombra, come quando / bambina inseguivo felice / la crisalide obliqua che il sole / stampava al selciato / e i passi nostri lesti s’aprivano / al canto fidente del cuore." (Tornata è la stagione).

Altra tematica è la consapevolezza dolente della attuale (in)civiltà progressiva dei costumi e dei rapporti disumani, che inducono ad una realtà inattingibile di "sponde" e di terre lontane: "Penso che vivida l’opposta / sponda a noi si disvelò pregna / di futuro prima che crampi / di pena sbriciolassero l’onda. / Non il soffio d’un dubbio. / Poi naufragio ci spinse / con scroscio d’acque / verso la dissigillata terra / a consegnarci al silenzio…" (Sponde). In vari testi Angela Ambrosini rivela altresì la sua costante tensione verso la spiritualità autentica. Si occupa anche di critica letteraria, in particolare di profili estetici riguardanti autori contemporanei.

2 Novembre 2015

Risuona la tua voce da questo marmo
che nome e cifre come di stimmate
stretta in due righe ha tutta una vita.
E il tuo volto sgorga dal brusio
della ghiaia passo dopo passo
al lume di preghiera,
e negli occhi inciso rivedo
un suono di paese e di mare e odore
d’esilio e di lunga pena.
Le tue radici, padre, portato
hai con te al ciglio della storia,
nella voliera di queste colline
così lontane dal dalmata tuo scoglio.
Non so se nelle parole ultime
del canto tuo di malattia,
canto che come in prigionia col fiato
mozzo strappato hai alla trincea,
non so se dolore soave intonavi
nella lingua che ai tuoi avi
apparteneva, non ai giorni miei.
Mi rimane l’espiazione
per la proda inesplorata
d’un’infanzia, la mia, che fu serena,
sì, ma amore di terra non trapassò,
né strozzato grumo di gabbiano.
Tu eri la mia radice, padre,
la mia sola radice tardiva.
Non altra eco ho nel cuore,
né altri mari, nebbie, colline
o parole che possano da parte a parte
lacerare l’attesa d’un passato
e dolce esca si fa il tuo commiato
tra le mura di questa città silente.
Acqua spandono le donne
come farfalle di tomba in tomba.
Cruda si stende l’ombra
dai bordi del viale.

Prosegui la tua corsa

Esisterà sempre, finché esisto io,
questa città, malata di spazio nella mia mente.
Giorgio Caproni
Impalpabile ti sorride la Fortezza
nel timbro biondo della sera
e lo sguardo tuo morbido la cinge
quand’anche gravida la muraglia
protenda all’urto quieto della notte.
Tempo è per te di volare, Annina,
sulla tua bicicletta che di questa città
ogni canale, ogni ponte, ogni volto
conosce prima che incontenibile cada
sfacelo di guerra.
Sfogliati i capelli all’aria fiorita,
la tua voce in embrione
racchiude quella del figlio
che "seme del piangere" sparse
nel ventre del canto.
Prosegui la tua corsa sospesa,
proseguila nel congedo inesausto,
e incolume tributo sarà il nostro
ai versi del figlio,
ma tu non lasciare mai, Annina,
dall’onda del cielo
le trasognate soglie
di questa città.

A ritroso

Silenzio di memorie si squarcia
in questa serata di primavera appena.
Oltre il varco che più non m’appartiene
altri passi sfiorano spazi che un tempo
cornice mi furono ai giorni
e i giorni cornice al mio cielo:
era lenta la resa al domani
che s’avvinghia oggi al respiro
quando solo allo sguardo ha dimora
questo scorcio di casa e di via.
Estraneo ci appare il passato se il luogo
che cambia ne cambia i colori
e nuovi profumi consegna all’olfatto
del cuore, ma adesso che a fiotti risale
l’odore di terra dal nastro degli orti,
di lucciole un rogo mi saetta al ricordo
e volti, sorrisi, estati d’intorno
a mezz’aria a cingere gli anni.
E poi, dove ci ha spinto poi,
una luna dopo l’altra, quel vespro
che suono ora increspa di voci lontane?
In nessun luogo che non sia già qui,
questa sera, ecco. Sia lode al nostro tempo,
se anche presagio di nevi consuma.
Prodiga è la vita se incisa rimane
come roccia al vento a tagliare
altre nubi e altre stagioni ancora,
se la morsa del buio non basta
a gettare cancrena
sulla ghiaia dei giorni.

Isola

E ancora giorno sarà quando
a sera s’illumina d’erica
il cielo da marosi e scogliere
arricciato oltre intrepide croci
che pietra ha trafitto
in biblici canti.
Torneranno all’oceano sussurri
di bardi, a distesa solcheranno
le voci tue illustri ancora e sempre
i flutti del tempo,
e se di vapori incanutisce il muschio,
mostrami il guizzo di Dio
che mali lenisce quando
trascolora l’onda al respiro dell’arpa.
Qui vorrei, immortale isola immota,
gorghi d’inverno arrendere in bonaccia
mentre turbina il gabbiano
su brughiere di venti
e tanto oceano obliquo intorno
brucia leggende.
Qui vorrei il mio non luogo
calpestare, isola dell’anima,
là dove in ere lontane
il tuo genius loci ebbe approdo.
Qui saprei che lunga notte
la tua terra ignora, se senza posa
del tramonto hai il presagio,
Irlanda.

Sponde

Nuestras vidas son los ríos
que van a dar en la mar que es el morir
Jorge Manrique
Penso che vivida l’opposta
sponda a noi si disvelò pregna
di futuro prima che crampi
di pena sbriciolassero l’onda.
Non il soffio d’un dubbio.
Poi naufragio ci spinse
con scroscio d’acque
verso la dissigillata terra
a consegnarci al silenzio.
Da qui, aggrappata al pendolo,
rivedo l’antica sponda
che animosa lasciai e urna
perfetta di vita m’appare,
fonte impareggiabile di terra
promessa cui non più è dato
abbeverarsi.
E inattingibile
la terza sponda
già lo sguardo cerca.

Chiaroscuro

¡Oh noche amable más que la alborada !
San Juan de la Cruz
Madre del dubbio,
sorella in solitudine,
viandante che a passo
regolare ogni alba fugge
e, demone vigile,
a morsi d’ombra infagotta
pensieri a lastricare illusioni.
Notte: figlia ti sono nel vuoto
violetto del brivido a sera
quando inesplosa ancóra
la tua rabbia buia s’attarda
e balugina lumi e memorie,
gesti e intenzioni
per rovesciare cupola d’astri
in antri di sogni.
Notte. Se ne andrà di nuovo
la tua quiete cupa a ghermire
altri cieli e il pendolo insonne,
che di prostrata vita scandisce
i cuori, pungerà adagio
le palpebre al tempo
che definitiva coltre prepara.
E luce sarà dentro la notte.

Sinfonia in smalto rosso screziato

Alle ceramiche di Edi Magi
Adesso è fuoco e lucida carezza
in smalto vivo che furtiva mano
sgomitola in reticoli di luce
e nella ciotola al tramonto sgrana
coralli di melagrane e pampini
e filo d’oro come ago inarca.
Adesso è il guizzo che precorre l’onda
della creazione e infinite forme
tesserà a sorseggiare altri colori.

Immota ruggine

Immota ruggine annaspa nell’indaco
gonfio di giugno, là, dalla finestra
la vedi, carcassa d’auto a svellere erbe
e fiori di campo che serica
nuvola pigra sorvola.
E intorno è garrire di grano
e note d’uccelli che scansa
il vento in sordina scrutando
orizzonti da trafiggere prima di sera.
È il gioco di sempre: rincorsa l’orma,
d’infinito il finito si colma.
Ma non per noi.
S’addossa ai vetri la vita,
ai vetri di questa finestra di casa
per vecchi, residence oggi si chiama,
troppo greve è qualche parola.
Dentro, carezza di giugno fluisce
da tavolo a tavolo, da camice a camice,
bianche teste imperlando
senza nuove stagioni.
Inchiodato è il tempo in questa
teca di vite vissute, taciute,
impigliate tra le spine
di tante passioni che Pasqua
implorano strozzando paure
e gioie incolori.
Immota ruggine annaspa nell’indaco
gonfio di giugno, qui dentro,
al di qua di questa finestra
la vedi, tu che passeggi là fuori
di luce rapito, incredulo
che di vita si possa piano finire.

Materiale
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza