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Neiye. Il Tao dell'armonia interiore

Gli Stati Uniti stavano per entrare nell’ultimo anno dell’amministrazione Reagan, demoticamente nota quale governo esemplare d’un attore professionista, quando l’ampia platea del Wortham Theater Center di Houston assistette alla prima rappresentazione dell’opera lirica Nixon in China.

Il melodramma, lungo le accensioni ritmiche dell’impianto minimalista soggiacente la partitura di John Adams, musicista omonimo del secondo presidente (1735-1826), descrive la visita che il trentasettesimo, Richard Nixon, aveva compiuto quindici anni avanti, ricevendo onori di Stato dal presidente del Partito comunista cinese Máo Zédōng e dal Primo ministro della Repubblica popolare Zhōu Ēnlái.

Non si trattò di un evento di secondaria importanza nella storia diplomatica del Secolo breve, tant’è che non sia azzardato sostenere che le basi delle intese allora imbastite costituiscano tutt’oggi una delle più serie ipoteche gravanti sull’avvenire di un mondo infine abitabile, libero dai confini attorno ai quali la violenza si organizza quale principio antropologico, carattere distruttivo ed apocalittico destino. Il richiamo alla produzione teatrale texana ha lo scopo, che non sarebbe onesto dissimulare, di ribadire un’ovvietà: quanto meglio al di là dell’Atlantico la stessa società dello spettacolo risponda alle istanze di contatto e compenetrazione tra le culture di quel che non avvenga nel Vecchio continente, dove una prevalente ipocrisia, burocratica e formalista, asseconda regressioni identitarie, latenti nelle esperienze dei totalitarismi novecenteschi non assimilate in senso evolutivo.

Bene fa dunque Amina Crisma, nella estesa introduzione alla versione italiana del Nèiyè, uno dei classici del daoismo antico, ad insistere sui tanti pregiudizi che sono andati ad attecchire nel senso comune e dei quali solo una volonterosa cernita delle fonti filologiche può aver ragione. Così come la curatrice ci dissuade con assennatezza dalla tentazione di ridurre la complessità del pensiero filosofico in Cina alle tesi sostanzialmente pacifiste del confucianesimo, rammentando, tra altre, le sentenze di Xúnzǐ (313 a.C-238 a.C.), insigne precursore della scuola legista o fǎjihref=<"https://www.blogger.com/null">ā (fondata da Hán Fēizǐ, 280 a.C.-233 a.C.), secondo la quale la natura dell’uomo è in origine malvagia e soltanto una rigida educazione, non ignara dell’efficacia di pene corporali, riesce in parte ad emendarla, allo stesso modo noi possiamo solo auspicare, o tutt’al più congetturare ipotesi di convalida previo un attento ascolto delle incisioni, che la librettista Alice Goodman ed il compositore, nel dar compimento all’atto creativo, avessero consapevolezza del fatto che nel tempo in cui il plot è ambientato, durante gli anni centrali della Rivoluzione culturale, godesse di una riabilitazione in piena regola un personaggio storico lungamente stigmatizzato dalla tradizione della scuola rújiā, composta dagli adepti del sommo Kǒngzǐ (551 a.C.-479 a.C).

Questi, alla cui parabola esistenziale Xúnzǐ ispirò le proprie riflessioni, fu un talentuoso “letterato” nel cuore del Periodo degli Stati combattenti (453 a.C.-221 a.C.), nativo dello stato di Wèi ma passato al servizio del rivale di Qín, alla cui guida promosse una politica espansionista; ottemperante al dogma che il bene del Regno debba prevalere su quello dei sudditi, impose la ferrea disciplina che avrebbe condotto, anche in virtù d’un gran numero di emuli e fautori che ne avvalorarono i precetti nel corso d’un ulteriore secolo di belligeranza, al costituirsi dell’impero Qín (221 a.C-206 a.C.).

Gli storici marxisti cinesi, durante gli anni Settanta del secolo scorso, tendevano appunto a rivalutare l’operato di Shāng Yāng (390 a. C.-338 a. C.), vedendo in lui un capostipite nell’uso della violenza rivoluzionaria contro i privilegi aristocratici sanciti dall’ideologia confuciana. Agli ultimi anni della vita di Shāng Yāng, o a quelli immediatamente successivi alla morte cruenta che incontrò dopo esser caduto in disgrazia presso il suo stesso patrono, gli orientalisti pongono, oggi, la datazione del Nèiyè, appartenente al corpus di un’altra scuola ancora, la daoista, emersa in concomitanza alla progressiva diffusione del buddismo Chán e sostanziata nei testi canonici del Dàodéjīng – il Libro della Via e della Virtù attribuito all’ineffabile Lǎozǐ, di cui è tuttora aperta tra gli specialisti la questione della storicità, laddove il mito lo immagina addirittura, sullo scorcio conclusivo del cammino personale verso la saggezza, pellegrino nella lontana India, dove sarebbe stato finanche il maestro del Buddha – e del non meno favoloso Zhuāngzǐ, la quale si discosterebbe dalla più saldamente radicata rújiā, al netto delle precisazioni che l’amor di brevità impone qua di tralasciare, in misura del diverso contegno consigliato al jūnzi, l’uomo esemplare, per quanto attiene al diretto coinvolgimento nella prassi politica, senza con ciò inficiare il dato storico che, al compiersi dell’unificazione del territorio in un consistente nucleo imperiale, il primo sovrano, Qín Shǐ Huángdì (260 a. C.-210 a. C.), ordinasse, al fine di preservare l’integrità del dominio dalle faziosità del dibattito filosofico, il rogo dei libri di tutti gli orientamenti, compreso quello di Mòzǐ (479 a. C.-381 a. C.), intento ad emendare la dottrina confuciana affinché il cardinale principio del rén, la benevolenza verso l’umanità, non dovesse abbracciare soltanto i propri congiunti e gradatamente attenuarsi verso i restanti estranei, bensì la totalità dei propri simili, inclusi altri di cui non è possibile dar conto, tant’è che, ancora adesso, a ricomporre i frammenti di quanto salvato, non si tragga un disegno più chiaro di quello che dovette balenar nelle menti agli oppressi che ne saggiarono le tenebre contemporanee.

Il Nèiyè, dove si insegna che «l’uomo esemplare fa uso delle cose, non si lascia usare dalle cose, poiché coglie il principio ordinatore dell’unità», «se regoli il corpo e raccogli in te la Virtù efficace (dé), la benevolenza del Cielo (Tiān) e la giustizia della Terra (Dì) verranno da sé in sovrabbondanza», «quando il cuore (xīn) ben regolato si mantiene nel mezzo, i Diecimila esseri conseguono la giusta misura», finché si è in tempo, il Libro della coltivazione interiore è dunque un nodo propizio da cui prendere a dipanare l’intrigo che la storia tesse attorno alle coscienze, per erodere le barriere che segregano i popoli nella reciproca ignoranza, incamminarsi sulla via di una sapienza infine monda dalla barbarie.

Recensione
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