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Armonici cromatismi emozionali

Armonici cromatismi emozionali: è questo il titolo del romanzo di Giovanni Tavčar, poeta, scrittore, giornalista, musicologo ovvero critico d’arte, ma non di pittura quanto piuttosto di musica.

Sorprende però a prima vista la parola “cromatismi”, che sa di arte pittorica, mentre qui, inoltrandosi nella lettura delle pagine, e anche osservando l’ immagine della copertina, dove figurano un pianoforte, un violino e un violoncello, invece è adoperata in riferimento all’arte musicale. Sembrerebbe una stonatura invece non lo è, anzi è espressione di squisita sensibilità e straordinaria profondità, dell’autore. Infatti come nella vita, ai momenti lieti o tristi siamo soliti associare un colore, rispettivamente ad esempio il rosa o il grigio, anche in un brano musicale ci sono parti vivaci, allegre (l’allegretto), o pacate e serene (l’adagio). Quindi la parola “cromatismi” in musica è perfettamente calzante, appropriata. Ma c’è di più. Intanto osserviamo che le parole del titolo l’autore le adopera quando si riferisce a Schubert, il suo musicista preferito. Di lui scrive: “Il bisogno, la tensione, l’acuto desiderio d’amore e di affetto, premevano insistenti sul suo animo di artista, alimentando il fuoco della sua creatività e colorandolo di armonici cromatismi emozionali. Nessuno infatti - aggiunge – nella pur vasta e feconda schiera di grandi musicisti, è così ricco di colori armonici come Schubert, la cui vita quotidiana è intrecciata con i più scialbi e malinconici grigiori”. Qui sta il nucleo del romanzo. Anelito all’amore che la vita, pur se consente che lo si viva per un certo periodo, e anche molto intensamente, però poi, per un motivo o per un altro, inesorabilmente nega. Allora questa condizione, pur nella sofferenza e nella malinconia, sortisce sorprendentemente l’effetto di alimentare vertiginosamente la creatività.

In una situazione analoga viene a trovarsi il personaggio Marco, prestigioso pianista, il cui amore, ricambiato, per la violinista, altrettanto brava, Melanie, si muta poi, in una condizione che per lui diventa come un limbo.

La trama del romanzo verte su un sodalizio artistico tra un suonatore di pianoforte, una di violino e un’altra di violoncello, un trio di pianoforte e strumenti ad arco, che dà concerti nel Centro Europa, Baviera, Austria e Veneto, riscuotendo un vero trionfo.

Lo scrittore mette in luce anche i sacrifici e le fatiche, che stanno dietro al successo: la lontananza dalla famiglia, i viaggi, l’impegno; lo studio, le prove. Ma c’è pure il risvolto positivo: la conoscenza di nuovi luoghi, che qui vengono descritti con precisione e dovizia di particolari, sia sotto l’aspetto geografico che storico e soprattutto artistico specialmente con riferimento ai soggiorni dei vari musicisti e alla composizione di loro opere. I musicisti che figurano qui e i cui brani il trio esegue, sono, oltre a Schubert, anche Beethoven, Bach, Mozart, Brahms, Mendelson e qualche altro ancora.

Da vero intenditore, Giovanni Tavčar, nei suoi meravigliosi brani di critica musicale, che sono veramente sublimi, distingue ad esempio la tecnica dalla interpretazione, e riesce a cogliere con squisita sensibilità e profondità, la essenza e l’unicità dell’anima che ogni esecutore riversa nel suonare e nell’interpretare il musicista in questione.

A prescindere poi dalla musica, nel romanzo spiccano sentimenti tenaci e profondi: l’amore, intenso e appassionato, l’amicizia sincera, leale e capace di sacrifici; inoltre il rispetto, la comprensione, l’ospitalità.

Giovanni Tavčar ritrae un mondo certo non comune, per la sublimità dell’arte, la eccellenza delle figure di artisti, la dirittura del comportamento pur nei cedimenti, e la purezza della vocazione artistica che disdegna la spettacolarità e il funambolismo, propri di tanti pseudoartisti.

Un’opera che si può ritenere un vero capolavoro.

Recensione
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