Servizi
Contatti

Eventi


Ghirardi, sul solco di un pensiero fortemente creativo

Una porta girevole che, come in un quadro cubista in cui si entra contemporaneamente da punti di vista diversi e contrapposti, fa sprofondare l'occhio del lettore da una prospettiva all'altra, da un campo d'azione verso l’ opposto regno delle ombre. E l’occhio crea la visione, la visione l’occhio. L'elzeviro è in fondo la conoscenza degli opposti e delle conche in cui il pensiero si incanala. A partire dalla prospettiva.

La prospettiva di Giulio Ghirardi autore di questa raccolta di pensieri, parole, omaggi, spunti, ricordi, riflessioni è quella, obliqua della frontiera, del limen, del confine in cui attraversare significa lanciarsi in una sfida, una scommessa continua che è la cifra della sua scrittura, il senso del suo viaggio, l’attrazione fatale di tanto pellegrinare.

Raramente il lettore è avvertito. Si parte da una constatazione, da una data, da un giorno. L'anello che non tiene appare a scompaginare il reale e si passa alla riflessione, a imporre una logica che non è quella rettilinea o temporale. Leggere le avvertenze non è consentito ai lettori di Ghirardi, che sanno di trovarsi di fronte il lampo dell'imprevisto, come in una notte oscura arriva improvvisa una luce, la forza dello choc. O della sorpresa di una porta girevole, che dalle riflessioni sulla divina intransigenza di Yourcenar salta ai veleni dello scrivere, della malattia dell'elzeviro.

Perché l’elzeviro, la forma dell’elzeviro non è sempre sana, anzi. Può nascondere il bisogno di trovare una collocazione precisa all’interno (tra le crepe) del pensiero, può nascondere altresì la necessità di esserci, ma solo al di fuori del fatto, tralasciando la concretezza delle cose per essere come una parte super partes. Un occhio – appunto – che si imbeve della fugace rappresentatività delle cose, di un gesto improvvisamente più provvido di altri, di un’impresa consegnata alla volatilità della scrittura, al suo timbro inconfondibile.

Sono riflessioni di un uomo che ha fatto della frontiera un punto di partenza e di arrivo . "La frontiera, in senso generale, è una porta girevole, una porta che non si dovrebbe mai chiudere per mettere in comunicazione una cultura con l'altra... “così Ghirardi si confessa a Aurora Fonda, per Radio Capodistria.

La memoria a piastrelle ritorna con la veemenza del critico che fa dell'ironia una base sulla quale mettere in piedi un edificio di ricordi, con la costanza del sentimento e il graffio della ragione. Boccioni, per esempio. Ghirardi disegna un ritratto dell'artista partendo dalle suggestioni. Wagner. La dimensione spirituale di Boccioni appare rarefatta e insieme pungente, acuta. Come quando, alla morte di Pellizza da Volpedo, non cita più Wagner, ma "Oscar Wilde, un passo tra i più laceranti del De Profundis.."

L'elzeviro tradizionale lascia filtrare le sensazioni, che si mescolano alla memoria. Come nella tradizione più pura degli scrittori di frontiera che mescolano i frammenti del tempo alla ricostruzione storica.

In questa cornice che appare anche un inedito Remo Brindisi disperato a Venezia. Disperato nel senso di senza progetti, in bilico nell'atmosfera rarefatta della Laguna. Anche l'artista si era lasciato travolgere da quell'assenza di tempo che coglie il visitatore poco prima di arrivare a Venezia. "E' un tema rischioso – annota Ghirardi – Brindisi lo intuiva senza ritrosie estetiche o artigianali. E' un termine di sogni spesso stonati, di contaminazioni, trasposizioni giocate sulle corde della fama o con la voce abulica della cartolina".

La città lagunare – una quinta dove storia e mito, passione ed emozione si danno il cambio in una preziosa simbiosi – ricorre spesso, a legare storie, a unire trame, a cucire insieme destini altrimenti separati e apparentemente senza una vita comune. Da Wagner a Brindisi a Giuseppe Maria Pilo. Come una specie di carta di riconoscimento, forte della sua identità granitica. Connotazioni, carte d'identità. Documenti e parole d'ordine per riconoscersi, per arrivare a far parte di un unico ordine universale.

Un ordine nel quale si riconoscono anche le lezioni di ambiguità, quelle che si impongono nel giornalismo italiano, nella scrittura. Ghirardi ricostruisce le recensioni del Duemila, analizza gli stereotipi che ne sono la base: la molteplicità. La molteplicità delle situazioni, delle scritture, perfino dei destinatari : "Le recensioni del Duemila (il vizio è più antico) rendono un servizio modesto al fruitore dei mille cognomi: visitatore di mostra, capobanda di scolaresca, curioso della domenica, sognatore del lunedì...Le recensioni sono cocktails di virgolette, bouillabesses di emozioni precotte. Sono puzzles di interiezioni firmate e poi ritirate nel convincimento (leggi rimorso postumo)..."

L'ambiguità come un ordine universale nel quale si riconoscono scrittori, poeti, saggisti, narratori. Un percorso che diventa il segno di riconoscimento attraverso cui l'autore inquadra gran parte dell'intellighenzia nazionale. Ambiguità, quindi, ma anche una coscienza molto profonda che parte dalla consapevolezza di appartenere a un unico mondo.

Il Ghirardi degli elzeviri niente concede all’esattezza: l’improvvisazione è la parola d’ordine, sebbene inquadrata in una profonda e coltivata conoscenza degli elementi di discussione. Le vite dei personaggi, delle epoche storiche, dei legami fra le vite che si intrecciano sono ricostruiti con meticolosa cura, andando a pescare negli anfratti della storia e della cronaca. E la critica si fa più sferzante mano a mano che si inquadra il secolo appena trascorso: “Il Novecento? Può essere anche sfrattato dal calendario dell’arte o può essere semplificato in un soprannome, in una coppia di sillabe franco-polacche. L’umiltà e l’ironia non sono sempre compagne di banco. Tra le ragazze e le allegorie c’è una lunga storia di enigmi e di rivalità che ruotano intorno al silenzio e all’estetica masturbatoria di tele e disegni incontrati a Palazzo Grassi”.

La vanità dello scrittore, la prosa ardita, il decadimento naturale delle cose: ecco gli elementi che Ghirardi avverte dentro l’estetica del Novecento. E’ come se tutto il secolo si fosse “innamorato” di uno stereotipo, quando accarezzava le intemperanze di D’Annunzio, le velleità di Sade o la sensualità di Nabokov, in Lolita. Un secolo, quello che ci siamo appena lasciati alle spalle, che si è innamorato del peccato e della sua redenzione, che si è lasciato succhiare il sangue dagli specialisti dell’anima e che ha inventato a tavolino le sue rivoluzioni, anche nell’arte, come sottolinea l’autore. E, dall’altra parte del mondo, l’America, con le sue solitudini occidentali e insieme la frenesia di ricoprire i vuoti, gli spazi che non trovano una collocazione ben precisa.

L’elzevirista confonde i piani, lo fa apposta: la scrittura con il tempo, l’arte con le atmosfere, i disegni del tempo e del destino con i risultati e con le magie che solo la scrittura riesce a creare. Come nel caso di Cocteau: difficile dire dove finisce l’erotismo “pantagruelico” e il donchisciottismo di quello che si definisce un artista totale. Piani sovrapposti dimensioni diverse che contribuiscono a definire la caratura del personaggio. Stilemi più o meno nascosti che delineano le trame. Questo è il Ghirardi degli elzeviri, delle riflessioni a uso e consumo della massa. “la morte è uguale per tutti? Baie, isterismi. Per artisti di un certo carattere può essere il cancello del repulisti, della resurrezione critica, della rinascita commerciale. Può essere quello che è: un dovere, un cipresso, un museo a pagamento…il Museo Cocteau e di Mentone allestito in un forte del Seicento per documentare le energie e gli interessi dell’insaziabile artista, pittore, disegnatore ceramista progettista teatrale e coreografico, costumista oltre che – non occorre ripeterlo – voce attiva della letteratura francese, della drammaturgia sperimentale: La voce umana è un monologo per voce e telefono…

La trama sottile della memoria spazia anche attraverso Oltralpe, con i ritratti che finiscono per confondersi attraverso i racconti, le leggende. La figura di Balthus traccia un confine fra l’arte e il suo doppio, fra la conoscenza e la sensazione di appartenere alla materia, senza barriere. La vicinanza con un altro artista, apparentemente diverso ma simile in diversi ritorni, Trenet, non lascia scampo: le involuzioni della creatività si ritrovano a partire da un unico centro di gravità.

Siamo ospiti di questo piccolo pianeta, di questo intreccio infinitamente complesso, forse casuale, di processi evolutivi e di mutazioni che, in punti innumerevoli, avrebbero potuto prendere un’altra direzione o vedere la nostra estinzione”. Così scrive George Steiner, in “Errata”, con un significativo vagabondaggio della mente che tanto simile è a quello di Ghirardi.

Il pensiero non si arresta alle forme apparenti delle cose, ma va in fondo, fino alla superficie. Perché è la superficie, come insegnava anche Jabès, il punto di partenza di tutte le cose. La forma diaristica de L’occhio e la pagina, parte dalla constatazione che niente si lascia immagazzinare dentro la semplice sensazione. Si va oltre, oltre il personaggio, oltre la logica conseguenza delle cose, oltre il ritratto, oltre la fotografia.

Ma la forma diaristica è contestata dallo scrittore, come sottolinea nel colloquio iniziale con Ennio Rossignoli: “Non ho mai curato un diario personale. Interrogo la memoria e ottengo delle risposte un po’ vaghe. Non posso negarlo. Le mie prime esperienze risalgono alla primissima adolescenza. Erano piccoli esercizi poetici ora intimi ora giocati sul filo della parodia. Ricordo un lungo, lunghissimo intervallo di silenzi, di scrupoli, di ritrosie”.

L’autore ritrova se stesso dentro i profili che traccia durante il racconto della sua “memoria a piastrelle”. Proprio seguendo il meccanismo del deja vu, Ghirardi segue gli schemi del racconto lasciandosi trasportare dalla conoscenza delle cose, dai ritorni che riaffiorano sulla pagina, come nei Diari di Junger, laddove ritornano prepotentemente emozioni e sensazioni che danno il ritmo al racconto.

Ma resta l’incompiuto, il non detto, o, meglio, il non definito. Il non detto è una delle costanti che hanno portato alla stesura de L’occhio e la pagina, una delle griglie attraverso cui l’autore ha tracciato lo scheletro del suo lavoro. Confessa egli stesso che “le mie pagine sono salvadanai di memento che portano la maschera dell’ironia. Le maschere (…) non sono sempre giulive. Eludono ma non aiutano. Sono racconti che esprimono complessi e paure. Io non racconto. Interrompo la trama o i sedicente poema. Lascio al lettore il piacere o il dispiacere di completare, di smascherare…

Al lettore allora il compito di fare da centro gravitazionale del racconto. Al lettore la fatica di compendiare attraverso la visione delle cose il racconto di Ghirardi, che non è mai solo parola o impressione: è superficie, la superficie delle cose dove l’intima natura ama nascondersi, quella superficie in cui (come insegna von Hofnannsthal) va nascosta la profondità. E dove si svela meglio il temperamento di Ghirardi, scrittore umbratile e discreto, che usa l’elzeviro come un «aggregato sfarfallante» alla maniera di Douglas Hofstadter, qualcosa di composito, vibrante, metamorfico dove si depositano i concetti e le analogie riorganizzate e reinterpretate sul solco di un pensiero fortemente creativo.

Materiale
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza